Il bene comune antagonista

La produzione di idee e temi di discussione "veri" nel meeting di Marghera dello scorso weekend

di Filippomaria Pontani

In questi giorni grigi, gretti, di vergogna e scoramento, è difficile parlare di questioni che attengano in qualche misura alla politica. Ma c’è chi lo fa, con metodo e senza saccenteria, e per questo mi pare doveroso segnalarlo all’attenzione pubblica. A Marghera, presso il Centro Sociale “Rivolta” (uno dei laboratori più attivi del Nordest), tra sabato 22 e domenica 23 gennaio si è tenuto un meeting dal titolo “Uniti contro la crisi”, che ha raccolto in una serrata successione di seminari e workshops alcune fra le proposte più interessanti e avanzate di movimenti troppo spesso frettolosamente liquidati come “antagonisti” o “estremisti”, e che invece hanno rappresentato negli ultimi mesi (da Chiaiano alle Università, dall’Aquila a Vicenza, da Mirafiori al movimento per l’Acqua libera) l’unico vero fermento di novità (a livello sostanziale e a livello comunicativo) prodotto da questo Paese insonnolito – e questo a prescindere dalla condivisibilità o meno delle singole rivendicazioni.

Tra i volti più noti si sono succeduti, nelle assemblee plenarie o nelle sessioni separate, personaggi dalla storia non sempre collimante: Giorgio Cremaschi, Maurizio Landini, Guido Viale, Gianfranco Bettin, Paolo Cacciari, Fausto Bertinotti, Gianni Rinaldini e il padrone di casa Luca Casarini. Tuttavia non si è trattato di una parata di leaders o di ex-leaders, molti dei quali peraltro pronti ad ammettere i loro errori passati e a rivisitare (per esempio) l’impatto della fine del governo Prodi o le ragioni del lento declino del movimento no-global al principio degli anni zero. Si è trattato piuttosto di un alternarsi di voci diverse (molti gli interventi del pubblico, e in specie dei giovani) volte ad approfondire questioni che dovrebbero essere al centro dell’agenda di governo e opposizione, e non lo sono. Volte soprattutto ad articolare nelle diverse accezioni specifiche un concetto cardine attorno al quale ruota la nuova riflessione di chi protesta (non protesta per conservare, bensì per rilanciare un diverso modello di sviluppo): il concetto di bene comune.

Provo a riassumere, anzi a indicizzare. Bene comune è il lavoro, da sottrarre alla precarizzazione, allo sfruttamento e alla violenza delle pure logiche di mercato, e da orientare verso una produzione consapevole (della domanda, ma anche dell’ambiente); bene comune è la scuola, quella pubblica e non quella privata, quella dei più e non quella dei meno; bene comune è l’acqua, ormai minacciata da una privatizzazione che ha dato pessima prova di sé in plurimi contesti; bene comune è l’energia, per la quale sono stati forniti specifici indirizzi nella direzione delle fonti rinnovabili; bene comune è l’ambiente, sottoposto dal presente modello di sviluppo a una tensione ineguagliata; beni comuni sono la ricerca e il sapere universitario, la cui gestione nella recente riforma Gelmini viene resa sempre più privatistica e verticistica. L’idea è che i beni comuni non sono merci, ma pratiche, e sono concetti che richiedono una progressiva riconfigurazione del consumatore in cittadino.

Chi pensa che il paragrafo precedente sia uno stolido catalogo di buoni propositi, una giaculatoria del solito associazionismo più o meno utopistico, o il compendio di un “dibbattito” di stampo morettiano, è invitato a constatare di persona la ricchezza delle proposte che ho voluto solo brevemente elencare: il sito Global Project reca i video delle sedute e offre alla lettura diversi documenti emersi dai singoli gruppi di lavoro (alcuni, come quello sul welfare, ancora in uno stadio di elaborazione, inevitabilmente faticosa). In realtà, tanto poco scontati sono i principi sopra esposti che molti di essi trovano scarsa o nulla rappresentanza perfino nella “sinistra” politica: è evidente a chiunque – ed è stato più volte ribadito – come molte di queste posizioni non trovino alcuna voce nel nostro Parlamento (o nelle formazioni che non vi siedono, con la possibile eccezione di SEL: del resto il rapporto con Vendola è uno dei punti ancora poco chiari di “Uniti contro la crisi”). E infatti, come ha osservato Rinaldini, la congiuntura pare specialmente sfavorevole: a livello internazionale le politiche di quasi tutti gli Stati puntano decisamente all’aumento dell’orario di lavoro, alla precarietà di massa, alla riduzione del welfare in vista di operazioni corporative. Inoltre, in molti Paesi (e in primis nel nostro) si arretra verso la – pur sacrosante – difesa di un concetto di “legalità” rinunciando in toto al concetto di “giustizia sostanziale”, che secondo certuni dovrebbe rappresentare il vero obiettivo della sinistra.

Le posizioni espresse a Marghera – fatta la tara ad alcuni tecnicismi un po’ “vetero”, invero tutt’altro che prevalenti, e talora utili per sintetizzare posizioni più evolute di ieri – hanno il pregio della chiarezza: esse configurano un piano di alterità non solo rispetto ad alcuni principi del nostro mondo e del nostro Paese, ma rispetto ad alcune realtà: il banchiere di Londra che esulta perché “è finito il tempo del rimorso”, l’azienda che cancella d’un colpo 45 anni di storia sindacale, l’azienda che in quel di Torino vuole produrre SUV (i veicoli più inquinanti che ci siano), il preside che punisce il docente che protesta, il Consiglio di Amministrazione che decide a quali Facoltà dare i fondi e a quali no, il ministro che incentiva il precariato, i diversi modelli di “governance” che di fatto sostituiscono i farraginosi sistemi democratici con più snelli modelli autoritari o plebiscitari (talora sfociando in ominose “commissioni paritetiche”, la cui parola decisiva è sempre quella del più forte). Anche per questo, l’elaborazione teorica uscita dalla due giorni – proprio in quanto cerca con successo di dare un senso comune e condiviso a esperienze di lotta e di proposta nate in contesti molto diversi, dalle fabbriche alle scuole alle associazioni – rappresenta un banco di prova tra i più interessanti per chiunque vorrà candidarsi a dare delle risposte al nostro futuro.

Certo, si può aderire ad alcuni punti del “pacchetto” e non ad altri, e alcuni potranno anche spaventarsi per la contiguità fra il “bene comune” e le memorie del “comunismo”: si tratta di un nodo ampiamente discusso, per esempio da Ugo Mattei, che queste cose le studia per professione. Quella di Marghera rappresenta una sfida nuova e al contempo non immemore del passato: il moderno concetto di democrazia – credo – passa per esperienze come queste, che producono (comunque la si pensi) politica assai più “alta”, e nel contempo concreta, dei teatrini quotidiani che sempre più ci intristiscono, specie in questi giorni. Personalmente trovo bello che ciò sia avvenuto a Marghera, non solo in un luogo ben visibile dall’Università dove insegno, ma anche nei paraggi di uno stabilimento in cerca di un futuro (possibilmente, di un nuovo e diverso futuro), e all’ombra di navi prodotte dai duemila dipendenti di Fincantieri e da un numero più rilevante di interinali spesso privi delle minime prospettive di lavoro a medio termine e delle debite garanzie di sicurezza.

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