La ricerca, vista dalla parte dell’industria

Una risposta all'articolo di Massimo Sandal sulla vita dei ricercatori

di Filippo Zuliani

Come molti, ho letto l’articolo di Massimo Sandal a proposito della ricerca scientifica, recentemente pubblicato sul Post. L’autore racconta come la ricerca scientifica sia in mano alle agenzie che distribuiscono i fondi – nazionali e internazionali – che a loro volta sono concessi in base al potenziale ritorno economico della ricerca. A complicare le cose, il sistema accademico è organizzato sul principio “scala o muori”, per cui o scali il sistema – pubblicando articoli su articoli, lavorando otto giorni alla settimana e polverizzando la tua vita privata – e diventi professore o ti ritrovi in mezzo alla strada a 35-40 anni, dopo una vita spesa a fare ricerca, da dottorando a “PostDoc” (ricercatore post-dottorale, che ha un titolo di dottorato ma è non ancora indipendente). Come spiegava Sandal.

Sono stato dentro quel sistema fino a pochi anni fa: ne sono uscito per le ragioni brillantemente elencate da Sandal e sono entrato nel mondo della ricerca industriale. Ovvero oggi sono l’organo che crea la funzione, e definisce l’allocazione dei fondi per la ricerca accademica in funzione del ritorno economico. Detto altrimenti, sono il partner industriale. Uno di quelli grossi, il cui nome si trova anche sui cartelli stradali e che dovrebbe beneficiare al massimo di questo sistema confezionato su misura.

La ricerca universitaria è infatti finanziata da tre tipi di investimenti: pubblico, privato e misto.
1) quello completamente privato è abbastanza raro, perché se io privato devo cacciarci tutti i soldi tanto vale che me li tenga e faccia ricerca internamente coi miei ricercatori privati, di cui ho maggior controllo.
2) quello pubblico viene dal governo o dagli enti sovranazionali.
3) quello misto è, appunto, una via di mezzo. In pratica, i partner industriali si mettono daccordo con governi e università: finanziano una quota annuale del budget della ricerca – il resto lo mettono i governi, previo interesse del privato – e in cambio hanno accesso a progetti assieme all’università.

La prima e la terza opzione sono nelle mani del privato: niente interesse niente soldi.
La seconda una volta era libera, copriva la maggior parte del budget della ricerca universitaria di base e garantiva l’onestà intellettuale della stessa, essendo il finanziamento sganciato dalle logiche di mercato. Questo è il finanziamento che ha generato il mito della “torre d’avorio della scienza”. Oggi quella strada è incanalata su settori strategici per poter garantire ritorni di investimenti economici. Inoltre non basta più per tutti, dato che il numero dei dottorati (aspiranti accademici) è aumentato esponenzialmente.

Nel settore dove oggi lavoro io il sistema è lo stesso un po’ ovunque, a livello nazionale o internazionale, e funziona in modo semplice. Viene decisa centralmente una lista di priorità strategiche per l’allocazione dei fondi alla ricerca. In Italia, ad esempio, potrebbe ipoteticamente voler dire dar priorità alla ricerca sulle batterie per l’auto elettrica perché fa comodo alla FIAT, sul DNA perchè il DNA è sempre trendy e altro ancora che odori di quattrini nel futuro prossimo. Decisa la lista, si aprono i bandi di concorso per i finanziamenti. Professori, ricercatori, dottorandi e PostDoc presentano i progetti e subiscono una prima scrematura sulla base della priorità decise a tavolino e del curriculum scientifico dei candidati. Quest’ultimo punto vuol dire che o avete un nutrito numero di pubblicazioni dalle implicazioni spettacolari che  aiuta molto per apparire “i migliori”, oppure verrete molto probabilmente scaricati con la motivazione “not enough papers”, pubblicazioni non sufficienti. I progetti rimasti vengono giudicati da commissioni di esimi professori, che scelgono i migliori sulla base di criteri scientifici. Da lì parte, finalmente, l’attività di ricerca concreta.

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