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  • lunedì 25 Aprile 2011

Il governo e la ricerca

La retorica dei programmi di cui si è litigato all'ultima puntata di Ballarò, analizzati con attenzione

di Filippomaria Pontani

Seconda osservazione: si tratta di progetti ambiziosi, relativi anzitutto alla fisica, all’astrofisica e all’aerospaziale, alle biotecnologie, all’ambiente, ma anche al Made in Italy e ai beni culturali. Vengono presentati come “proposti dagli enti e scelti tramite un procedimento di valutazione globale”, ma di fatto non risulta da nessuna parte che essi abbiano superato quelle complesse selezioni (commissioni, peer-review, arbitri internazionali etc.) che presiedono all’attribuzione di fondi pubblici di entità ben minore. Io non sono al corrente del dibattito avvenuto nei mesi scorsi all’interno degli Enti di Ricerca, ma una realistica ipotesi è che il governo abbia di fatto deciso autonomamente, senza alcuna discussione pubblica, i programmi di ricerca degli Enti del nostro Paese per i prossimi anni: proprio di questo in effetti si lamentano con alti lai quei facinorosi della CGIL, i quali tra l’altro si chiedono cosa ne sarà di tutti gli altri progetti non eletti, ma avviati negli anni passati e bisognosi come minimo di fondi di mantenimento.

La cosa presenta aspetti d’interesse metodologico anche per gli Atenei: faccio solo due esempi che conosco da vicino. Primo esempio: nella mia Università sono state enucleate sin dal principio del nuovo Rettorato (2009) alcune cosiddette “aree strategiche”, che si sono tradotte quest’anno – auspice il riordino voluto dalla Gelmini – in un elemento di struttura, ovvero nella creazione di sei Scuole interdipartimentali (Global Development, International Relations, Management and Asian Studies, Government, Sustainability Science, Cultural Production and Conservation: tutto in inglese, per carità). Queste Scuole corrispondono tutte e sole a quella strategia, e sono state stabilite dal Senato Accademico senza alcuna previa consultazione con i docenti: ai singoli Dipartimenti è stato semplicemente chiesto di aderire a una o più di queste scatole preconfezionate (con tanto di linee-guida di indirizzo).

Secondo esempio: se la sbandierata “meritocrazia” ministeriale passa per una ripartizione in base al merito del 7% del Fondo di Finanziamento Ordinario per gli Atenei, è utile sapere che gli indicatori del “merito” scelti tra mille polemiche per il 2009 (la commissione ministeriale fu accusata da alcuni Rettori di favorire indebitamente le università del nord, che vi erano peraltro ben rappresentate) sono stati nuovamente ritoccati nel 2010 (via per esempio i giudizi degli studenti sulla didattica; via la percentuale di occupazione a 3 anni dalla laurea; più peso all’intercettazione di fondi europei). Ebbene, questo ritocco è avvenuto secondo criteri tanto poco trasparenti che in un documento ufficiale di un Ateneo del nord si legge testualmente che “criticamente parlando, oggi il meccanismo di incentivazione assomiglia piuttosto a una lotteria” e che “gli obiettivi dei sistemi incentivanti sono ben altri e, se si vogliono incoraggiare le università a intraprendere cammini virtuosi secondo direttive ministeriali, bisogna annunciare in anticipo i criteri, che devono restare stabili per almeno un certo numero di anni, in modo tale che gli atenei li recepiscano e correggano (se lo desiderano) i loro comportamenti per ottenere le risorse sperate”. Si badi: l’Ateneo in questione  non è mosso da alcun rancore, giacché la lotteria l’ha vinta, ottenendo un finanziamento premiale di ben 10 milioni, ovvero di fatto la differenza fra la vita e la morte.

Terza osservazione, e ultima: fra i Progetti Bandiera ce n’è uno di qualche interesse per i dibattiti di questi giorni: se infatti il primo PNR, quello di Tremonti di cui abbiamo parlato all’inizio, ha relegato il nucleare a una possibilità da approfondire un giorno insieme all’Europa dopo una bella pausa di riflessione (p. 79), questo PNRic, quello della Gelmini, attribuisce recta via 39 milioni di euro (non bruscolini, e per di più “strategici”) a un progetto dal titolo “L’ambito nucleare”, che è “orientato al rafforzamento del sistema energetico nazionale”, e i cui obiettivi recitano: “realizzazione di reattori a elevato grado di sicurezza; ricerca sui siti; ricerca sulle soluzioni tecnologiche per lo smaltimento rifiuti; ricerca di materiali per sistemi nucleari innovativi a fissione”; nel medio-lungo periodo, poi, “nuovi tipi di reattori di IV generazione a neutroni veloci” (p. 84). Il referendum del 12 giugno ha davvero perso di attualità?

PS: a p. 70 del PNR tremontiano si legge un trafiletto sul “Fondo per il merito”, che dovrebbe presiedere all’assegnazione di borse di studio per gli studenti più meritevoli, e di prestiti con piani di rimborso ventennali per i comunque meritevoli. Dal testo si evince che questi importanti aiuti verranno erogati sulla base di quiz standardizzati e omogenei a livello nazionale da somministrare per via telematica.

PPS: i cospicui investimenti in progetti del Ministero della Difesa (Fregate FREMM e Medium Armoured Vehicles) hanno impegnato e impegnano quasi 2 miliardi di euro in 6 anni (assegnati, è bene chiarirlo, direttamente in finanziaria); a questi si aggiungono almeno altri 100 milioni di un Progetto-Bandiera per un satellite-spia. Queste iniziative non sono state inserite per caso in entrambi i PNR, quello di Tremonti e quello della Gelmini (torneranno anche nel Piano di La Russa, mi figuro): sono “strategicamente” rilevanti perché vanno a sanare ciò che la Moratti lamentava nel PNR del 2005 (p. 8, punto 15) e sin dalle Linee guida del 2002 (p. 11), ovvero la cronica assenza di investimenti nella ricerca per la difesa (1% della spesa totale in ricerca contro il 30% degli USA e il 14% della media UE): in qualcosa, almeno, stiamo crescendo.

Cos’è la ricerca, davvero
– La ricerca, vista dalla parte dell’industria

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