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  • lunedì 25 Aprile 2011

Il governo e la ricerca

La retorica dei programmi di cui si è litigato all'ultima puntata di Ballarò, analizzati con attenzione

di Filippomaria Pontani

Il secondo PNR
Non chiediamo a questo Programma ciò che non può dire: è normale che le azioni di merito nell’ambito della Ricerca vadano delegate a un documento apposito, stilato dal Ministero competente. E a onore del governo va detto che questo documento, lungo ben 173 pagine, esiste davvero: è stato definitivamente approvato e presentato in pompa magna a Roma qualche giorno fa, con gli autorevoli interventi, fra gli altri, di Bruno Vespa e Maurizio Gasparri; il mio Rettore, come immagino avranno fatto tutti i suoi colleghi, l’ha inviato a tutti i docenti e ricercatori affinché riflettano sulle prospettive che finalmente ci si schiudono. Si tratta dell’altro PNR di cui parlavo al principio, che stavolta va letto come “Programma Nazionale della Ricerca” 2011-2013, già analizzato ieri con particolare severità da Marco Cattaneo. Vorrei segnalare che questo secondo PNR (per brevità e chiarezza lo definirò PNRic) è in realtà il terzo testo di tal fatta e di tal nome partorito negli anni dal MIUR (ex MURST: insomma, il Ministero competente), e che esso contiene rispetto ai suoi predecessori alcuni elementi di continuità e altri, più interessanti, di innovazione. Nel parlare brevemente di questi testi premetto che essi, nel bene e nel male, meritano rispetto in quanto sono studi articolati, corredati di note e bibliografia, responsabili di diversi progetti meritori e comunque garanti (nel passato e senz’altro nel futuro) di un indispensabile quadro di riferimento per gli investimenti in ricerca nel nostro Paese; premetto altresì che intendo solo descrivere, dal mio punto di vista, alcuni aspetti della retorica di questi testi, senza volermi porre né come un nemico degli investimenti privati né come il Geremia che lamenta la progressiva ed evidentissima marginalizzazione dell’ambito umanistico (Lettere e Filosofia, Scienze Politiche, Giurisprudenza) nelle scelte strategiche. In ambedue i rispetti, come in altri, siamo davanti ad azioni di governo legittime, che non configurano attentati alla Costituzione o colpi di mano, ma che disegnano un modo di procedere piuttosto chiaro e forse meritevole di qualche attenzione.

Nel 2000 (il ministro era Zecchino, e governava d’Alema) le Linee Guida del PNRic partivano da un’analisi del contesto economico nazionale e definivano un certo numero di “obiettivi strategici”, nonché alcune “azioni” (strutturali, di medio periodo, trasversali) per conseguirli. Il contesto (icasticamente definito come l'”anomalia italiana”) era segnato da un preoccupante invecchiamento dei ricercatori, dalla scarsa competitività del sistema, dall’arretratezza strutturale della ricerca nel Sud (si parlava di “deriva del Mezzogiorno”), da un livello di istruzione superiore imparagonabile rispetto agli altri grandi Paesi. Tra i rimedi proposti spiccavano il sostegno alla ricerca industriale, l’istituzione di uno “sportello unico” per le imprese (ecco il primo sportello: pp. 4-5 delle linee guida), il sostegno a nuovi centri di eccellenza e alle tecnologie multisettoriali, il rafforzamento e il ringiovanimento della ricerca di base, l'”approccio dinamico tra scienza e mercato” (p. 32), la “competizione knowledge-based” (pp. 24-25), l’internazionalizzazione e la valutazione costante dei prodotti della ricerca (pp. 48-50). Oltre ai propositi si davano anche dei numeri precisi, e si lamentava che la spesa per la ricerca (pubblica+privata) fosse pari all’1.1% del PIL: ci si proponeva di raggiungere in sei anni la media europea del 2% (o almeno un buon 1.87%: pp. 53 e 57). Un obiettivo arduo, visto che (p. 9) “la ricerca di base è fortemente sottodimensionata e praticamente inesistente nelle imprese”. Il pregio di questo Programma è la franchezza: si dice chiaramente che in Italia si spende poco per la ricerca, che la spesa per studente universitario è circa 1/3 del valore medio dei paesi OCSE (p. 10), che ci si laurea poco e che la ricerca non trova applicazioni economiche e sociali. D’altra parte, si insiste anche sulla necessità di individuare settori di punta nei quali investire in via preferenziale: tecnologie informatiche e della comunicazione, tecnologie dei materiali, energetiche, ambientali, biotecnologie, robotica e microsistemi. L’obiettivo è quello di “porre la Scienza e la Tecnologia a servizio della crescita civile della Società” (p. 31). Le ultime pagine, dedicate alle risorse, prevedono nonostante tutto un forte aumento del contributo privato, e un contemporaneo mantenimento dell’investimento pubblico.

Ho insistito su questo primo PNRic perché contiene analisi ed elementi che ricorreranno, ahimè sostanzialmente immutati, nelle Linee guida del 2002 e poi nel PNRic del 2005 (ambedue concepiti dal nuovo ministro, la sig.ra Moratti). Nel primo di questi due documenti fa capolino la globalizzazione con i problemi connessi, ai settori strategici sullodati si aggiungono le tecnologie aerospaziali (pp. 18-19), e si promette solennemente per il 2006 la crescita del finanziamento pubblico alla ricerca dallo 0.6% all’1% (p. 35), nel quadro di un intervento complessivo volto a produrre decine di migliaia di nuovi posti di lavoro diretto o indotto. Ma il cuore del problema sono sempre le risorse private: la prosa ministeriale si è un po’ evoluta, e parla (p. 12) del “limitato impiego di venture capital per spin-off della ricerca e di capitale di rischio per lo start-up di nuove imprese”, ma il concetto rimane quello. Tra i rimedi, oltre alle solite agevolazioni alle imprese (perché – è detto più volte – si deve puntare soprattutto sulle capacità innovative delle PMI, e le logiche della ricerca pubblica vanno adeguate alle esigenze delle imprese e del mercato), vorrei notare qui due cose: da un lato l’orientamento dell’attività degli Enti di ricerca (CNR, ENEA, INFN e molti altri) su temi di ricerca strategica “mirata a prospettive di presenza significativa nei segmenti di mercato high-tech, i cui outputs possano contribuire a costruire, nel medio-lungo termine, le rinnovate basi per la competitività del Paese” (p. 25); dall’altro, per un interessante gioco di specchi, l’introduzione non già della cultura della ricerca tra i manager, bensì di una “cultura manageriale” e di una “cultura di progetto” nei ricercatori (p. 32): chiunque lavori nell’Università o negli Enti di ricerca sa bene quali e quanti effetti queste parole abbiano avuto sul sistema dei finanziamenti e financo sulla vita quotidiana dei ricercatori.

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