• Mondo
  • Giovedì 3 giugno 2010

Proviamo anche questa

La lista dei tentativi della BP per fermare la perdita di petrolio nel Golfo del Messico

Il 20 aprile scorso un’esplosione sulla piattaforma petrolifera Deepwater Horizon ha causato la morte di undici operai e l’apertura di una falla che da quasi un mese e mezzo sta riversando migliaia e migliaia di litri di petrolio nel Golfo del Messico. Abbiamo già scritto delle colpe della BP, oggi ne ricordiamo invece tutti i tentativi falliti finora di rallentare o fermare la perdita.

Sostanze chimiche
Nei primi giorni la BP non si è applicata granché alla chiusura della falla: secondo i direttori delle operazioni la perdita era relativamente piccola, considerate le dimensioni dell’oceano. La prima mossa dell’azienda è stata quella di spruzzare in mare delle sostanze chimiche che disperdessero il petrolio.
Com’è andata: la BP dice bene, più o meno tutti gli altri dicono male. La BP afferma che le sostanze siano state di grande aiuto nello sforzo di raccogliere parte del petrolio disperso, mentre si sono sollevate molte polemiche, partite da un nutrito gruppo di scienziati convinti che le sostanze chimiche stessero addirittura peggiorando la situazione, facendo affondare le particelle di petrolio e rendendole di fatto irrecuperabili.

Capelli, calze e barboncini
Ok, questo non è un tentativo ufficiale, ma vale comunque la pena menzionarlo. Da tutti gli Stati Uniti sono arrivati capelli e peli di animali in grado di trattenere il petrolio, nel tentativo di limitare la dispersione. I peli venivano infilati nelle calze di nylon — anch’esse inviate dagli americani generosi — formando così una specie di cilindro galleggiante con il quale assorbire il petrolio. “Sembra una grossa salsiccia di peli: è piuttosto orrenda”, ha detto la promotrice dell’iniziativa.
Com’è andata: non ne abbiamo idea. Fatevi un’idea da soli.

Cupola aspiratrice (grande)
Il primo vero tentativo della BP. La cupola — che in realtà tanto cupola non era, dato che aveva la forma di un parallelepipedo — era una struttura in cemento e acciaio di 100 tonnellate pensata per aspirare il petrolio e versarlo in una cisterna a bordo di una nave in superficie. Quindi una mossa che cercava di contenere la dispersione, ma non di chiudere la falla.
Com’è andata: male. La formazione di cristalli di idrati di metano ha bloccato la cima in acciaio della struttura, impedendo al petrolio di raggiungere la superficie.

Cupola aspiratrice (piccola)
Dopo la cupola grande, la BP ha calato nell’oceano un’altra cupola, ma più piccola. Per motivi non molto chiari, però, dopo averla immersa l’azienda ha deciso di non procedere con questo tentativo.

Il tubo
Gli ingegneri hanno deciso di superare l’idea della cupola, e hanno infilato nel pozzo un tubo del diametro di un terzo della conduttura esplosa, collegato direttamente a un container in superficie.
Com’è andata: abbastanza bene. Il tubo è effettivamente riuscito a diminuire la perdita, e contenere quasi 22.000 barili prima di venire rimosso per lasciare spazio al primo grande tentativo di chiudere la falla.

Top kill
Il tentativo più ambizioso dell’azienda britannica consisteva in due parti. Uno: iniettare nella falla del fango di perforazione — argilla, mista a sostanze chimiche più una serie indistinta di rifiuti, come vecchi copertoni e palline da golf — per portare la pressione del petrolio quasi a zero. Due: cementare la falla.
Com’è andata: dopo due giorni di pompaggio del fango, il petrolio aveva effettivamente smesso di uscire, facendo nascere diversi entusiasmi sul possibile successo del piano. Purtroppo, al terzo giorno la BP ha annunciato il nuovo fallimento: il fango che usciva dalla falla era troppo per permetterne la cementificazione.

Cupola aspiratrice (piccola) (di nuovo)
Dopo il fallimento nel tentativo di chiusura, la BP ha fatto un passo indietro ed è tornata a puntare sul contenimento. Il piano — attualmente in corso — è quello di far rientrare in scena la cupola aspiratrice (piccola). Questa volta, però, avendo prima tagliato il condotto da cui fuoriesce il petrolio, per creare così un foro netto e ben definito a cui applicare la cupola. Per questa prima fase del piano, sono stati introdotti due nuovi strumenti.
Sega con le lame di diamante: i robot sottomarini hanno usato una grande sega, con lame di diamante, per tagliare il condotto. La sega è però rimasta incastrata nell’oleodotto senza reciderlo del tutto, ed è stata rimossa per lasciare spazio al secondo tentativo.
Forbici giganti: Le macchine sottomarine della BP hanno azionato delle forbici giganti, che hanno avuto ben più successo della sega: il condotto è stato tagliato, e nelle prossime ore la BP cercherà di contenere la perdita con la cupola.