Tre cose sulla politica che mi ha insegnato il 2019

Con le elezioni nel Regno Unito, in Austria, Danimarca, Grecia e Spagna, l’avvio delle primarie negli Stati Uniti e una bizzarra crisi di governo in Italia, il 2019 è stato di nuovo un anno ricco di eventi politici. Come l’anno scorso, ecco le tre più importanti lezioni che ho imparato seguendo gli avvenimenti di questi 12 mesi.

Il capitalismo è davvero in crisi
Sono almeno dieci anni che viene ripetuto, ma nel corso del 2019 al coro si sono aggiunte parecchie voci insospettabili: dai CEO delle 180 aziende americane più grandi, ai commentatori dei principali quotidiani finanziari internazionali. Il problema, secondo molti, è che l’attuale sistema economico, fondato sul mercato e sul commercio internazionale, produce sempre meno benessere diffuso, soprattutto nei paesi ricchi che in teoria dovrebbero essere la sua avanguardia. Ma quello che a prima vista appare come un problema principalmente economico, ha anche un importante risvolto politico.

Lo si è visto soprattutto nei risultati dei partiti centristi e liberali che continuano ad essere poco attraenti per gli elettori: difendere l’attuale sistema economico e promettere di rafforzarlo, insomma, è un argomento sempre meno spendibile politicamente. Ad esempio, alle elezioni nel Regno Unito dello scorso 12 dicembre, i pro-business LibDem puntavano ad ottenere 80 seggi, ma si sono dovuti accontentare di appena 12 mentre la leader del partito, Jo Swinson, è stata sconfitta nel suo stesso collegio. Sempre quest’anno, la nascita di Italia Viva e di Azione di Carlo Calenda non ha smosso i sondaggi italiani, mentre alle europee Più Europa ha di nuovo mancato la soglia di sbarramento. In Francia la speranza dei liberali europei, Emmanuel Macron, deve confrontarsi con il fatto che il sistema ultra-maggioritario del paese gli ha fatto vincere senza dargli una vera base elettorale condivisa per la sua agenda, che ora sta incontrando infatti durissime proteste di piazza.

Se i liberali faticano nei seggi, i conservatori hanno proprio cambiato i loro programmi politici e al posto della difesa del libero mercato preferiscono sempre più spesso quella del welfare, soprattutto se nella sua versione sciovinista, che lo destina in gran parte alla popolazione nativa e alle famiglie tradizionali. I tempi di Margaret Thatcher e della sua agenda neoliberale sono lontanissimi ad esempio nel Regno Unito, dove il suo partito, oggi guidato da Boris Johnson, ha vinto le ultime elezioni con la promessa di spendere più soldi nel servizio sanitario pubblico. Al cosmopolitismo internazionalista di un tempo, inoltre, sempre più spesso i conservatori preferiscono il nativismo e forme più o meno estreme di nazionalismo. Alle elezioni dello scorso settembre in Austria, ad esempio, i conservatori popolari dell’ÖVP hanno fatto il pieno di voti con un programma che ricalcava in gran parte quello dell’estrema destra dell’FPÖ (si potrebbe quasi dire che negli ultimi tempi il centrodestra si è perso il centro).

Ma se la destra può fare appello a nativismo e tradizionalismo quando la “rivoluzione liberale” perde fascino, il 2019 ha dimostrato che la sinistra non ha una via d’uscita altrettanto facile. Apparentemente il problema è di semplice soluzione: se la ricetta del centrosinistra degli anni Novanta, la “Terza via” con il suo sostegno al libero mercato moderandone gli eccessi, non funziona più, la soluzione più ovvia è tornare ad una più forte critica alle ingiustizie sociali causate dal capitalismo (ne abbiamo discusso con Marco Simoni, professore alla LSE e presidente di Human Technopole, in un podcast che vi suggerisco di ascoltare e sullo stesso tema quest’anno è uscita una versione aggiornata di una interessante raccolta di saggi accademici dall’emblematico titolo Why the left loses).

Il “ritorno a sinistra”, spesso cauto e moderato, è stato quasi ovunque la tendenza di tutte le forze politiche di sinistra nel 2019 (e lo spostamento era iniziato in molti paesi già prima). Il caso degli Stati Uniti, dove la sinistra del Partito Democratico esprime due dei candidati favoriti, è quello più famoso. Ma anche in Europa l’anno appena finito ha mostrato questa tendenza, con le vittorie della sinistra di Nicola Zingaretti al congresso del PD e di Norbert Walter-Borjans e Saskia Esken a quello della SPD tedesca. In Danimarca, i socialdemocratici al governo hanno adottato il programma più anti-globalizzazione da decenni a questa parte.

Ma lo spostamento a sinistra, da solo, non garantisce la vittoria. Lo hanno dimostrato le ultime elezioni nel Regno Unito, con la dura sconfitta del Labour, e quelle di questa estate in Grecia, dove la sinistra di Syriza ha perso di dieci punti e la guida del governo (anche se per questa sconfitta molti incolpano il “tradimento” del suo leader Tsipras). Anche per questo sono sempre di più politici, consulenti e opinionisti che suggeriscono alla sinistra di fare quello che hanno già fatto i loro avversari conservatori: accompagnare lo spostamento a sinistra in economia con uno verso destra sui temi dell’identità.

Il 2019 ha mostrato un allargamento di questa tendenza. I socialdemocratici danesi tornati al governo sembrano intenzionati ad avallare tutte le più discriminatorie leggi approvate dalla destra negli ultimi anni. La nuova candidata leader della sinistra britannica, Rebecca Long-Bailey, promette di rendere il Labour un campione del “patriottismo progressista“. In Italia il PD, dopo aver approvato una serie di durissime misure contro l’immigrazione, è in evidente difficoltà nel modificare quelle ancora più severe approvate dal governo precedente (a questo proposito vi consiglio questo pezzo in cui Luca Misculin racconta come il secondo governo Conte sia sostanzialmente uguale al primo per quanto riguarda l’immigrazione).

Insomma, sembra un tema ancora politicamente troppo delicato e i partiti di sinistra sono ancora troppo deboli e spaventati dalla forza della destra e della destra radicale per cambiare atteggiamento sulle questioni culturali e identitarie. Accanto a un moderato spostamento a sinistra, quindi, secondo me proseguirà anche nel 2020 la tendenza a portare avanti un “patriottismo” più o meno vestito di colori progressisti.

Sono i territori, stupido!
Ma perché in un periodo di crisi del capitalismo e di aumento delle diseguaglianze economiche e sociali, la lotta contro le ingiustizie del sistema fatica ad essere una ricetta elettoralmente vincente? Dopo il 2019 è difficile poter dire che non sia stata provata, ma nei suoi esempi più citati, nel Regno Unito e in Grecia, è stata sconfitta. Ci sono almeno tre risposte a questa domanda. La prima, la più banale, è che un programma non è sufficiente a vincere: servono anche un buon leader (sui limiti di Tsipras trovate un link poco sopra, qui invece si parla di quelli di Corbyn) e serve che si allineino molte altre condizioni politiche favorevoli.

Un’altra risposta, più intrigante, è che oggi c’è un grosso problema con il “mezzo” con cui la sinistra propone di combattere le ingiustizie: e cioè lo stato. In particolare, il problema è che viviamo in un periodo in cui dello stato non si fida più nessuno. È questa una delle tesi sostenute dagli economisti premi Nobel Esther Duflo e Abhijit V. Banerjee nel loro ultimo libro, Good Economics for Hard Times, pubblicato lo scorso novembre e in traduzione per Laterza. Secondo i due economisti, dopo più di 30 anni in cui lo stato è stato accusato, non sempre a torto, di essere inefficiente e sprecone, proporre di utilizzarlo per intervenire nella questione sociale non raccoglie facilmente consensi, proprio perché in pochi lo ritengono una macchina ancora capace di produrre risultati positivi.

Un’altra risposta ancora, quella centrale secondo me, ha a che fare con il fatto che il tradizionale linguaggio che ispira oggi la sinistra quando parla di ingiustizie sociali, un linguaggio che affonda le sue radici nelle teorie di classe, si adatta sempre meno a un mondo in cui diseguaglianze e ingiustizie si distribuiscono in maniera sempre più territoriale oltre che sociale. È vero che i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri rimangono poveri, ma allo stesso tempo crescono le diseguaglianze più sottili e impalpabili tra territori. Ad esempio, tra i centri città dove si concentrano i mestieri creativi e le periferie dove abitano i fornitori di servizi a basso valore aggiunto per i ricchi (domestici, autisti, baby sitter), tra le grandi città che attirano talenti e capitali e che sono inserite in circuiti culturali internazionali e le regioni interne spopolate, dove gli abitanti invecchiano e i servizi vengono tagliati.

Seguendo queste mappe potremmo spiegare gran parte della politica degli ultimi anni. Le coste degli Stati Uniti che votano Clinton e le aree interne che scelgono Trump; Londra che vota Labour e il Nord dell’Inghilterra de-industrializzato che vota Conservatori e Brexit Party, il Mezzogiorno che vota Movimento 5 Stelle, le grandi città che scelgono il PD e le aree rurali del Nord che optano per la Lega.

In Italia il dibattito sul tema delle diseguaglianze territoriali si è animato proprio quest’anno, dopo che per anni un lungo lavoro era stato portato avanti dall’ex ministro Fabrizio Barca. La discussione, aperta dal ministro per il Sud Giuseppe Provenzano, ha prodotto un dibattito interessante su quotidiani come il Foglio e non solo (la discussione in Italia si è concentrata su Milano, la città più avanzata d’Italia e il simbolo delle diseguaglianze territoriali). Ma ci sarà bisogno di parlarne ancora a lungo. Sempre più la politica segue logiche geografiche oltre che economiche e sempre più bisognerà studiare e capire i territori per capire la politica.

I populisti non sempre sono popolari
Mi riferisco ai populisti di destra e mi riferisco al fatto che gli ultimi anni sono stati vissuti all’ombra del loro inarrestabile successo. Non è esagerato dire che in molti temevano per l’integrità stessa della democrazia nel caso in cui uno di questi partiti o di questi leader fosse arrivato al potere. Al potere ci sono arrivati, ma la democrazia è ancora al suo posto, anche se senza dubbio piuttosto acciaccata (ma questo da prima del loro arrivo). Trump e Salvini hanno inflitto ingiustificabili e inutili sofferenze a migliaia di persone tra le più deboli della nostra società, hanno avvelenato il dibattito pubblico dei nostri paesi, ma non hanno rivoluzionato le nostre società. E non sembrano intenzionati a farlo: la loro politica è spettacolo più che sostanza e a quanto pare preferiscono stare sulle prime pagine dei giornali o nei trending topic di Twitter piuttosto che al governo (il che sembra particolarmente vero in Italia dopo l’incredibile crisi di governo dello scorso agosto).

Non solo è un mito quello delle intenzioni e capacità dei populisti di portarci nel 1984 di George Orwell, ma lo è anche quello della loro inarrestabile crescita in popolarità. Siamo, è vero, in uno dei ciclici momenti di ascesa della destra radicale populista (il quarto dal dopoguerra, secondo gli studiosi), ma questa ascesa non è né più radicale né più preoccupante delle altre volte. Come sono cresciuti a velocità esplosiva, così si sono sgonfiati gli austriaci del FPÖ, i britannici del Brexit Party e i danesi del DF. Il Movimento 5 Stelle, per quelli che lo vogliono infilare nella stessa categoria, ha conosciuto la stessa sorte.

Non sempre va così e ci sono leader della destra populista che rimangono popolarissimi: Matteo Salvini in Italia e Marine Le Pen in Francia, ad esempio. Nell’est Europa, la destra populista non solo rimane al governo, ma è riuscita a intaccare un tessuto democratico più debole di quello dei paesi Occidentali (anche qui, curiosamente, emerge la dimensione territoriale della politica, con la recente nascita di un’alleanza di sindaci di grandi città contro i rispettivi governi di destra radicale). Ma se ce ne fosse bisogno, il 2019 ci dimostra che la loro ascesa non è inevitabile né inarrestabile e, a determinate condizioni, anche i populisti di destra più cinici possono essere battuti.