(Tim Brakemeier/picture-alliance/dpa/AP Images)
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  • martedì 11 giugno 2019

Le elezioni in Danimarca non sono andate proprio come avete sentito

Molti dicono che la sinistra ha vinto grazie alle sue posizioni anti-immigrazione, ma le cose sono – come sempre – un po' più articolate e complesse

di Davide Maria De Luca
(Tim Brakemeier/picture-alliance/dpa/AP Images)

La settimana scorsa un editoriale del Foglio consigliava al Partito Democratico di seguire la strada dei socialdemocratici danesi, il partito di centrosinistra che ha adottato una dura politica anti-immigrazione e che ha vinto le elezioni una settimana fa. Insieme al Foglio, diversi dirigenti del PD considerati “moderati” hanno rivendicato un ritorno alla linea dura sull’immigrazione per rubare voti alla Lega, una strategia da cui l’attuale segretario Nicola Zingaretti si sarebbe allontanato (il tutto sebbene Marco Minniti, il discusso ex ministro dell’Interno del PD, oggi sostenga Zingaretti; così come Paolo Gentiloni, capo del governo quando Minniti era ministro e oggi presidente del PD su proposta di Zingaretti).

Il caso danese insomma è diventato un argomento nell’eterno dibattito sul futuro della sinistra italiana, e d’altra parte il successo dei socialdemocratici danesi anti-migranti ha fatto parlare con sorpresa e ammirazione i commentatori di quasi tutti i principali quotidiani europei. Anche per questo, probabilmente, negli ultimi giorni numerosi accademici e giornalisti, danesi o soltanto esperti di cose danesi, hanno risposto a chi sostiene questo argomento ricordando che la storia che raccontano le elezioni danesi è ben più complicata di così.

Il primo problema della principale lettura delle elezioni circolata in questi giorni è che il Partito Socialdemocratico danese non è cresciuto rispetto alle elezioni politiche di quattro anni fa (in termini numerici ha persino perso qualche voto, passando dai 924 mila voti presi nel 2015 a 914 mila). Hanno migliorato il loro risultato i Radicali danesi, pro-Europa e pro-immigrazione, che hanno raddoppiato i loro voti (da 160 a 300 mila), e la sinistra radicale, che complessivamente è passata da 400 a più di 500 mila voti.

La vera notizia è stata la grande sconfitta del Dansk Folkeparti (DF), il Partito del Popolo Danese, storico partito di destra radicale fondato oltre 20 anni fa e determinante per le sorti di quasi tutti i governi danesi degli ultimi 15 anni. Nel 2015 DF ottenne il suo record di consensi (21 per cento e 741 mila voti) ed era considerato il modello da imitare per tutta la destra radicale scandinava: dagli Svedesi Democratici ai Veri Finlandesi. Alle elezioni di una settimana fa, però, DF ha più che dimezzato i suoi consensi, scendendo appena al di sopra dei 300 mila voti e diventando il terzo partito del paese.

Innanzitutto, quindi, più che un grande successo del Partito Socialdemocratico c’è stato un crollo del Partito del Popolo Danese. Secondo le analisi del flussi dei voti, circa il 23 per cento dei suoi elettori è effettivamente passato ai socialdemocratici, ma il 32 per cento è invece passato al più tradizionale partito di centrodestra, Venstre, mentre altri 150 mila ex elettori di DF hanno votato per partiti ancora più radicali. Il Partito del Popolo Danese, ha scritto Anders Ravik Jupskås, esperto di estremismo e ricercatore all’Università di Oslo, è stato quindi schiacciato da entrambi i lati: dal centrodestra, dalla destra ancora più radicale, dal centrosinistra e dalla sinistra.

Questo spostamento non ha incrementato il voto dei socialdemocratici: quello che hanno guadagnato attirando elettori dalla destra radicale, infatti, lo hanno perso a vantaggio della sinistra liberale e radicale. Secondo le analisi dei flussi elettorali, i Socialdemocratici hanno ottenuto il 9 per cento dei loro voti da ex elettori di DF, ma ne hanno persi circa il 15 per cento verso partiti di sinistra o in genere più liberali nei confronti dell’immigrazione.

Sune Haugbolle, professore all’Università danese di Roskildem, ha aggiunto un’altra ragione per spiegare la sconfitta della destra radicale: per la prima volta dopo decenni la campagna elettorale non ha avuto al centro l’immigrazione. Anche se i socialdemcratici si sono spostati molto a destra su questo tema, Haugbolle scrive che «il successo dei partiti di centrosinistra è dovuto ai crescenti timori per il clima e per la crisi del welfare state danese».

I sondaggi pre-elettorali sembrano confermare che le priorità degli elettori danesi fossero stavolta diverse dal solito: l’immigrazione non preoccupava i danesi più della situazione economica, ed entrambi i timori erano molto indietro rispetto alla preoccupazione per l’ambiente. Dopo le elezioni europee del 26 maggio, andate piuttosto male per i DF, i dirigenti del partito hanno criticato duramente un clima politico che percepivano come di eccessiva preoccupazione per i temi ambientali. A quanto pare la mossa è stata autolesionista: secondo i sondaggi, quasi il 40 per cento di chi dichiarava che avrebbe votato per la destra radicale aggiungeva di essere preoccupato per la situazione climatica.

Anche l’economia, e in particolare i tagli al welfare e alla qualità dei servizi locali, è stato un tema importante nella campagna elettorale. Un tempo patria della socialdemocrazia e dello stato sociale, ultimamente, come tutti i paesi scandinavi, anche la Danimarca ha vissuto un lungo periodo di tagli alla spesa, deregolamentazioni e taglio delle imposte di cui la sinistra è stata spesso protagonista. Dopo la crisi economica, però, le cose sono iniziate a cambiare. La nuova leader del socialdemocratici, Mette Frederiksen, eletta nel 2015 e, a 42 anni, destinata ad essere probabilmente la più giovane prima ministra della storia danese, ha spostato il partito a sinistra sui temi economici (qui trovate un suo profilo pubblicato dal Guardian durante la sua campagna elettorale).

È critica nei confronti delle deregolamentazioni, dei tagli e della globalizzazione e lo scorso dicembre, durante un convegno a Lisbona, ha criticato gli altri partiti della sinistra europea per aver perso il sostegno dei loro elettori e non essere riusciti a evitare che la globalizzazione riducesse i diritti dei lavoratori e facesse crescere le diseguaglianze. La campagna elettorale di Frederiksen è stata in buona parte impostata sulla difesa dei diritti e delle tutele dei lavoratori danesi. Incalzati su uno dei temi su cui hanno insistito di più negli anni, i leader del Partito del Popolo Danese si sono sentiti costretti a spostarsi a loro volta a destra, ma nel processo hanno subito la perdita di oltre un terzo dei loro elettori, che hanno preferito votare il centrodestra.

Accanto alla sua critica alla globalizzazione, Frederiksen ha anche adottato una linea particolarmente dura nei confronti dei migranti. Nella sua recente autobiografia ha giustificato così la sua presa di posizione: «Per me è sempre più chiaro come il prezzo di una globalizzazione senza regole, dell’immigrazione di massa e della libertà di movimento dei lavoratori venga pagato dalle classi più povere». Frederiksen sostiene una linea dura sull’immigrazione senza fare ricorso ad argomenti identitari o religiosi, ma utilizzando tesi che provengono dal bagaglio ideologico della sinistra, come la necessità di difendere i lavoratori e gli strati più vulnerabili della popolazione (intesa come popolazione danese, quindi).

Gli argomenti identitari però sono quelli alla base di alcune delle leggi più severe e discriminatorie contro i migranti che ci siano in Europa, che il suo partito ha votato insieme alla destra. I socialdemocratici hanno contribuito a far approvare la legge che permette di requisire i gioielli a chi fa domanda d’asilo in Danimarca, e quella che vieta di indossare burqa e niqab. Si è astenuto, invece che votare contro, sulla legge che obbliga chi fa richiesta di cittadinanza a stringere la mano di un funzionario pubblico (una legge pensata per mettere in imbarazzo i musulmani più tradizionalisti) e a un piano per mandare tutti gli immigrati regolari che non è possibile espellere su un’isola un tempo utilizzata come laboratorio per malattie infettive animali. Chi nel partito ha provato a protestare è stato duramente punito. «Normalmente cercherei un compromesso», ha scritto nella sua autobiografia la leader socialdemocratica, «ma non sull’immigrazione».

Per quanto la posizione anti-immigrazione dei socialdemocratici abbia raggiunto livelli mai visti in precedenza, non è una completa novità nel paese. Sotto l’influenza del Partito del Popolo Danese, la Danimarca è passata dall’essere uno dei più aperti ad uno dei più intolleranti paesi d’Europa. Durante la campagna per le elezioni del 2015 – quando, ricorda Haugbolle, il dibattito pubblico era molto più incentrato di oggi sull’immigrazione: era l’anno della rotta balcanica e dell’arrivo di circa un milione di migranti tra Grecia e Italia – l’allora leader dei socialdemocratici, Helle Thorning-Schmidt, aveva già spostato ampiamente a destra la linea del partito. I suoi manifesti che tappezzavano la capitale avevano spesso lo slogan: «Regole più severe per concedere l’asilo e più requisiti per i migranti».

In altre parole sono anni che i socialdemocratici, come gran parte della società danese, si spostano verso destra sui temi dell’immigrazione. Non sempre questo ha pagato in termini elettorali, come mostrano le elezioni del 2015, quando in una campagna tutta centrata sull’immigrazione i manifesti e la retorica di Thorning-Schmidt non impedirono al Partito del Popolo Danese di superare il 20 per cento. In risposta, la nuova leader Frederiksen ha deciso di inasprire ancora di più i toni. Il nuovo programma del partito – “Insieme per la Danimarca”, pubblicato nel 2017 – usa i termini e la retorica della destra radicale europea, mentre la stessa Frederiksen si è incontrata in questi anni con i leader di DF e ha discusso con loro eventuali accordi di governo.

Secondo Silja Häusermann, professoressa all’Università di Zurigo, le elezioni della scorsa settimana dimostrano quindi che con la retorica anti-immigrazione un partito socialdemocratico può riuscire a recuperare una parte del voto dei lavoratori preoccupati dagli effetti dell’immigrazione, ma rischia allo stesso tempo di perderne nella classe media più istruita, che inorridisce di fronte a messaggi nazionalistici o di welfare-sciovinista (la promessa di limitare sussidi e benefici a una sola nazionalità).

Più in generale, diversi scienziati politici sospettano che uno dei principali effetti dello spostamento a destra dei partiti tradizionali sia rafforzare i partiti populisti e anti-immigrati: quando partiti considerati storicamente prudenti e affidabili iniziano a sostenere che l’immigrazione è un serio problema, il messaggio della destra radicale (che sostiene la stessa cosa) acquista forza e, visto che è in genere più netto, molti elettori finiscono per preferirlo alle ricette un po’ annacquate dei partiti di centrodestra e centrosinistra.

Per i socialdemocratici danesi i nodi di queste contraddizioni verranno presto al pettine. Secondo la maggior parte degli osservatori, il piano di Frederiksen è diventare prima ministro e quindi governare grazie all’appoggio, di volta in volta, della destra (sull’immigrazione) e del centro e della sinistra (quando si parlerà di economia). Non sarebbe la prima volta che la Danimarca ha un governo di minoranza, ma non è detto che sarà questa la strada che Frederiksen riuscirà a percorrere. I suoi alleati di centrosinistra sono i veri vincitori di queste elezioni e potrebbero imporle una scelta chiara sui temi dell’immigrazione in cambio del loro sostegno. I socialdemocratici, a quel punto, potrebbero cercare di governare con il solo aiuto del centrodestra e della destra radicale. Sarebbe uno scenario estremo e la prima volta in Europa in cui un partito di sinistra forma una grande coalizione con l’estrema destra.

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