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  • martedì 4 dicembre 2018

«In Danimarca non li vogliamo, e se ne accorgeranno»

Il governo danese vuole trasferire circa 100 migranti "indesiderati" in una piccola isola disabitata e quasi irraggiungibile

Inger Støjberg, ministra per l’Integrazione danese, Bruxelles, 18 novembre 2016 (EMMANUEL DUNAND/AFP/Getty Images)

In Danimarca, un paese con leggi molto rigide in materia di immigrazione e che è guidato da una coalizione di centrodestra, il governo ha proposto di alloggiare gli stranieri “indesiderati” in una piccola isola, particolarmente difficile da raggiungere. La ministra danese per l’Integrazione Inger Støjberg, che in passato si è distinta per alcune iniziative piuttosto discutibili in materia di immigrazione, sostiene il progetto e ha scritto su Facebook che i migranti che vorrebbe spostare sull’isola «si accorgeranno» di non essere graditi in Danimarca.

(L’isola di Lindholm- Foto del Lindholm Veterinære Instituts)

L’isola di Lindholm si trova a circa tre chilometri e mezzo dalla costa danese in un’insenatura del mar Baltico: è grande meno di un chilometro quadrato, e attualmente è usata dall’Istituto danese di veterinaria per fare ricerche sulle malattie contagiose degli animali. L’isola è disabitata (vi si trovano solamente stalle, laboratori e forni crematori) e il servizio di traghetti è discontinuo. Il governo ha proposto che dal 2021 vengano trasferite lì circa 100 persone: stranieri condannati o richiedenti asilo la cui domanda è stata respinta ma che, per vari motivi, non possono essere rimpatriati nel loro paese di origine. Per accoglierli verrebbero costruite nuove strutture, in cui i migranti sarebbero obbligati a tornare ogni sera. Non sarebbero obbligati a stare sempre sull’isola, anche se di fatto non avrebbero modo di spostarsi da lì vista la quasi totale assenza di traghetti.

Il ministro delle Finanze danese, Kristian Jensen, ha cercato di ridimensionare la sostanza della decisione spiegando che l’isola non è una prigione. Ma l’iniziativa è stata molto criticata dalle organizzazioni non governative che lavorano con i migranti e da alcuni partiti di sinistra. Il Danish Refugee Council ha ad esempio fatto riferimento a una «macroscopica violazione dei diritti umani» e alla creazione di un sistema penale parallelo che applicandosi solo a una parte della società crea effettivamente quelle società parallele che si vorrebbero invece eliminare. Uffe Elbæk, leader della formazione politica ecologista Alternativet, ha parlato di «decisioni abominevoli», altri hanno parlato di mossa elettorale che comunque, di fatto, non risolverà alcun problema.

La decisione di deportare i migranti sull’isola è stata presa nell’ambito delle trattative sulla legge di bilancio tra i partiti della coalizione di centrodestra che governa il paese dal 2015. Il partito Venstre, quello del primo ministro Lars Løkke Rasmussen, ha inserito questa norma nella manovra in cambio dei voti dell’estrema destra sul resto della legge. I nazionalisti del Det Konservative Folkeparti, alleato di minoranza della coalizione di governo, hanno infatti rivendicato la paternità dell’iniziativa e l’hanno festeggiata facendo sapere che «Gli stranieri deportati non hanno alcun motivo di restare in Danimarca. Prima di deportarli nei loro paesi di origine, li manderemo sull’isola di Lindholm». Il Partito Popolare Danese, conservatore, ha poi pubblicato su Twitter un video in cui si vede un uomo con la pelle scura e un abbigliamento islamico e si sentono solo gli stridii dei gabbiani.

Da quando Lars Løkke Rasmussen è stato eletto primo ministro, il paese ha approvato diverse leggi per scoraggiare i migranti ad arrivare: nel giugno del 2016 ha introdotto, tra le altre cose, un nuovo tipo di test per ottenere la cittadinanza, molto più difficile da superare del precedente: più di due terzi di quelli che l’hanno fatto nel primo mese dalla sua introduzione sono infatti stati bocciati. Poi è stata approvata una legge sul «divieto del burqa», mentre un’altra prevede la possibilità di confiscare beni e gioielli ai migranti. Lo scorso marzo, poi, il governo ha proposto di introdurre una serie di leggi (nel cosiddetto “pacchetto ghetto”) per regolamentare la vita delle persone che vivono in 25 zone del paese abitate soprattutto da persone musulmane con l’obiettivo di imporre una loro “assimilazione”, più che un’integrazione nella società danese. Un mese fa, infine, il primo ministro ha esplicitamente dichiarato che l’obiettivo del governo non è quello di integrare i rifugiati, ma di ospitarli fino a quando non potranno tornare nei loro paesi di origine: «Non è facile chiedere alle famiglie di tornare a casa, se si sono effettivamente stabilite. Ma è la cosa moralmente giusta da fare».

L’accordo sull’isola di Lindholm è ora un nuovo passo per promuovere la linea ormai chiara del governo: demotivare le persone ad arrivare e motivare i richiedenti asilo respinti ad andarsene rendendo intollerabili le loro vite. Sul fatto che il programma di ricollocamento dei migranti sull’isola possa iniziare davvero c’è comunque molto scetticismo, in parte legato alla situazione dell’isola e alla difficoltà di raggiungerla. L’ex ministra per l’Integrazione del partito liberale Birthe Ronn Hornbech ha per esempio scritto che i costi per collegare l’isola costantemente alla terraferma e quelli per gestire i rischi di contaminazioni (visto l’uso attuale delle strutture sull’isola) renderanno il progetto irrealizzabile.

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