I limiti di Corbyn

Tra le altre cose dimostrate dalle ultime elezioni nel Regno Unito ci sono i limiti della leadership del leader laburista Jeremy Corbyn. Chiamato a una prova difficile, Corbyn non è riuscito a superarla e ora la sua avventura sembra avviata a un’inevitabile conclusione. Ma che prova, e che avventura!

Corbyn ha conquistato il partito Laburista vincendo a mani basse il congresso per due volte consecutive. Ha portato il Labour alla più storica delle sue rimonte e a uno dei suoi risultati migliori di sempre. Oggi si lascia alle spalle un partito con il doppio degli iscritti rispetto a quando ne ha preso la guida, una rete di attivisti capillare e un’organizzazione copiata in tutta Europa.

E lo ha fatto partendo da una posizione di emarginazione politica, come l’ha definita il mio collega Gianni Barlassina, più estrema di quella di Pippo Civati. Prima di vincere il congresso, trasportato dall’onda del successo dell’organizzazione di militanti Momentum, Corbyn, il suo vice McDonnell e il loro piccolo gruppo erano la fazione più piccola, eccentrica e derisa di tutto il Partito Laburista.

Alle elezioni del 2017, convocate dalla prima ministra Theresa May nella certezza di sbaragliare i suoi avversari, Corbyn e il Labour partivano con più di dieci punti di svantaggio, ma in poche settimane di campagna elettorale elettrizzante sono arrivati a due punti percentuali dai conservatori, riuscendo a sorpresa a tenere nel partito un terzo degli elettori che l’anno prima avevano votato per uscire dall’Unione Europea al referendum su Brexit.

Ma la rimonta non è stata sufficiente. Il Labour non ha ottenuto la maggioranza e i due anni successivi hanno mostrato come quel successo poggiasse su basi fragili. Fragili, mi sembra, anche a causa dello stesso Corbyn, del suo carattere e della sua storia personale. Durante la sua guida, il partito è sempre rimasto diviso e le relazioni con i media pessime, entrambi fattori costati molto al partito.

C’è ovviamente della malizia in queste cattive relazioni. I baroni della stampa scandalistica e i blairiani duri e puri non gli avrebbero mai fatto altro che la guerra. Ma Corbyn ha comunque e inevitabilmente risentito della sua decennale storia di militante contestatore cronicamente nella minoranza. Era un outsider senza una rete di alleanze e amicizie nel potere che conta e non ha saputo costruirne una mentre era in carica.

Era in parte inevitabile vista la sua severa critica a gran parte dell’establishment, ma tra chi lo osteggiava non c’erano soltanto interessi economici trasversali, c’erano anche molte persone genuinamente di sinistra e con idee non troppo lontane dalle sue,  alienate però dalla sua leadership. Oltre a una grossa fetta del partito, almeno metà dei commentatori del Guardian, il giornale che avrebbe dovuto avere più vicino, ad esempio.

Contro di lui c’erano il pregiudizio e c’erano l’interesse, ma c’era evidentemente anche dell’altro. Mi pare evidente che, soprattutto ultimamente, Corbyn abbia avuto difficoltà a esercitare leadership persino sui suoi alleati. La sua scelta di sostenere il secondo referendum, che lui stesso indirettamente accusa di aver avuto una larga parte nella sconfitta, è stata dovuta, tra le insistenze quasi unanimi, anche alle pressioni di Momentum, l’organizzazione che lo sosteneva.

Era probabilmente inevitabile cedere e con il senno di poi sembra inevitabile anche tutto quello che è accaduto prima e dopo. Come poteva finire altrimenti la scalata al partito più grande del paese da parte dell’underdog per eccellenza? La vita reale non è un film di Hollywood.

Chi invece indica il programma radicale del Labour come la ragione della sconfitta o non ha capito nulla o sta difendendo un punto politico. La radicalità rivoluzionaria del programma era largamente nella testa dei commentatori conservatori. Lo stesso programma presentato dalla faccia rassicurante di un centrista non farebbe alzare un solo sopracciglio, tranne forse tra i più corrotti milionari del paese.

Molto più della radicalità del programma ha fatto la radicalità dell’uomo. Durante la terribile notte delle elezioni, moltissimi candidati Laburisti che si sono visti sfuggire il seggio dalle mani si sono sfogati sui social accusando Corbyn e la sua mentalità settaria di essere la causa della loro sconfitta. Se molte di quelle accuse erano di parte e ingenerose, c’è probabilmente più di qualcosa di vero nel dire che Corbyn ha sviluppato una mentalità di assedio e si è affidato troppo a un gruppo di stretti collaboratori, senza essere riuscito a creare una coalizione più ampia, non solo all’interno del partito, ma nel resto del paese.

Tutto questo non serve a togliere responsabilità ai Liberal Democratici di Jo Swinson (forse la vera sconfitta di questo voto, ancora più dello stesso Corbyn), ai blairiani e a una parte dell’élite britannica, che sembra davvero essere scesa in guerra con la parte più povera ed emarginata del paese. Non penso però si possa comprendere cosa è accaduto nel Regno Unito senza guardare anche ai limiti di Corbyn, dovuti alla sua storia ma anche alle sue scelte tattiche.

Certo, questo non toglie nulla nemmeno al fatto che, a mio parere, la sua intera vicenda sia stata una bella storia, una storia che ha dato speranza ed energia a chiunque nel mondo si batte per una società più giusta.