(Leon Neal/Getty Images)

Sette cose sui risultati nel Regno Unito

Dove hanno perso i Laburisti, cos'è successo in Scozia e Irlanda del Nord, e quanto ha contato Brexit, secondo i primi dati

(Leon Neal/Getty Images)

Nelle prime ore di stamattina sono arrivati i risultati delle elezioni politiche nel Regno Unito. Se n’è parlato soprattutto per la nettissima vittoria dei Conservatori del primo ministro Boris Johnson – e per la pesante sconfitta dei Laburisti di Jeremy Corbyn – ma dai primi dati emergono anche alcune tendenze e storie notevoli, segnalate da giornalisti e osservatori. Ne abbiamo messe insieme sette, che trovate qui sotto.

1. Il seggio di Blyth Valley
Come molti altri collegi nel nord dell’Inghilterra che ospitano città di ex minatori e operai, il seggio di Blyth Valley fino a poco tempo fa era considerato una delle più sicure roccaforti dei Laburisti in tutto il paese: alle elezioni del 2015 vinsero con 24 punti percentuali di scarto sul candidato dello UKIP e con 25 su quello dei Conservatori, e ancora nel 2017 lo storico deputato Laburista Ronnie Campbell staccò di 19 punti il candidato conservatore Ian Levy. A distanza di due anni, però, Levy e i Conservatori hanno colmato il divario e ottenuto il 42,7 per cento dei voti, due punti in più dei Laburisti. La loro sconfitta era «inimmaginabile prima di stanotte», ha scritto la capo della redazione politica di BBC, Laura Kuenssberg.

In alto la percentuale di voti presa da ciascun partito alle elezioni di ieri, in basso le variazioni rispetto al voto del 2017 (grafico di BBC News)

Già durante lo spoglio diversi osservatori avevano notato che la vittoria dei Conservatori nella Blyth Valley raccontava una storia più ampia di una storica vittoria locale, e col passare delle ore hanno avuto ragione. I Laburisti hanno perso diversi collegi la cui popolazione è tendenzialmente anziana, di classe medio-bassa e convintamente a favore dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. Oltre alla Blyth Valley il partito ha perso anche a Workington, dove aveva espresso il deputato locale per quasi un secolo, e a Bishop Auckland, un seggio che controllava dal 1935. Tutti questi collegi facevano parte del cosiddetto «muro rosso», che oggi non esiste praticamente più.

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2. Brexit
L’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea è al centro del dibattito britannico ormai da tre anni, e nelle scorse settimane ha dominato la campagna elettorale. A giudicare dai dati, sembra sia stata decisiva anche nel voto stesso. Un grafico messo insieme dal New York Times mostra bene che nella maggior parte dei collegi che nel 2016 votarono per uscire dall’UE i Conservatori hanno aumentato decisamente i propri consensi, mentre ne hanno persi – con alcune eccezioni – in quelli che al referendum su Brexit votarono per rimanere.

John Curtice, un politologo che ha analizzato il voto per BBC, ha notato che nei seggi in cui l’uscita dall’UE ottenne più del 60 per cento, i Conservatori hanno aumentato in media del 6 per cento i propri consensi rispetto alle elezioni del 2017. Nelle stesse zone, i Laburisti hanno perso mediamente l’11 per cento dei voti.

Un altro dato interessante riguarda le posizioni dei partiti su Brexit. Tenendo conto del voto nazionale, i partiti schierati a favore di Brexit hanno ottenuto in totale il 46,4 per cento, mentre quelli contrari a Brexit hanno raggiunto il 51,4. Nel primo caso però i Conservatori hanno ricevuto praticamente tutti i voti degli elettori a favore dell’uscita dall’UE – anche grazie all’accordo col Brexit Party, che ha deciso di non presentarsi in diversi seggi in bilico per non togliere voti ai Conservatori – mentre il voto per rimanere nell’UE si è diviso fra almeno quattro partiti medio-grandi (Laburisti, Liberal Democratici, indipendentisti scozzesi e Verdi).

3. La Scozia
L’altra grossa notizia della serata è arrivata dalla Scozia, dove il partito indipendentista scozzese (SNP) ha ottenuto il 45 per cento dei voti aumentando i propri consensi di 8 punti e arrivando a controllare 48 seggi, 13 in più rispetto allo scorso Parlamento. La prima ministra scozzese Nicola Sturgeon, espressa proprio dall’SNP, ha spiegato che il partito ha un mandato «rinnovato e rafforzato» per chiedere un secondo referendum sull’indipendenza della Scozia dal Regno Unito, dopo quello perso nel 2014.

Sturgeon ha aggiunto che la vittoria del suo partito è ancora più significativa perché in Scozia i Conservatori hanno fatto esplicitamente campagna per opporsi a un secondo referendum, mentre alcuni funzionari dell’SNP hanno fatto notare al Guardian che la vittoria di ieri è strategicamente più significativa di quella del 2015 – in cui l’SNP ottenne ben 56 seggi – perché in controtendenza col resto del Regno Unito, mentre quattro anni fa anche i Laburisti e gli altri alleati naturali del partito erano andati piuttosto bene.

«Non pretendo che ogni singola persona che ha votato l’SNP ieri sia necessariamente a favore dell’indipendenza», ha detto Sturgeon, «ma a questo giro gli scozzesi hanno chiesto di scegliere il proprio futuro, hanno detto di non volere un governo dei Conservatori per cui non hanno votato e di non accettare che il proprio paese esca dall’Unione Europea». Nelle prossime settimane la posizione più scomoda sarà proprio quella dell’Unione Europea, che finora non ha preso una posizione ufficiale sull’ipotetico secondo referendum scozzese.

4. Il seggio di Jo Swinson
Un po’ a sorpresa, la leader dei Liberal Democratici Jo Swinson ha perso il suo seggio di Dunbartonshire East, in Scozia, e si è dimessa dalla guida del partito. Swinson è la prima leader di un partito a perdere il proprio seggio dal 1945, e la sua sconfitta racconta bene la pessima serata che ha avuto il partito: oltre a quello di Swinson ha perso altri 12 seggi che aveva vinto nel 2017 fra cui quello del portavoce del partito su Brexit, Tom Brake, che era in carica da 22 anni.

Swinson ha 39 anni ed era a capo dei Liberal Democratici da luglio: era stata la prima donna a guidare il partito, nonché la più giovane leader nella sua storia. Durante la campagna elettorale ha progressivamente spostato il partito a sinistra – soprattutto sulla spesa pubblica – e ulteriormente inasprito la posizione su Brexit: dall’appoggio a un secondo referendum alla revoca dell’uscita dall’UE senza passare di nuovo dall’elettorato. Diversi osservatori stanno ipotizzando che la proposta sia apparsa eccessivamente radicale anche a chi nel 2016 aveva votato per rimanere nell’UE, o a chi alle recenti elezioni europee aveva deciso di sostenere il partito facendogli sfiorare il 20 per cento dei voti.

Eppure, tenendo conto dei voti a livello nazionale, il partito non ha fatto malissimo: ha ottenuto 3,6 milioni di voti, cioè il miglior risultato da quando nel 2010 ne ricevette 6,8 e finì per governare assieme ai Conservatori di David Cameron. È una delle tante storture del sistema elettorale di tipo maggioritario, in cui il partito che prende anche un solo voto in più in un singolo collegio ottiene l’unico seggio in palio.

5. L’Irlanda del Nord
Anche dall’Irlanda del Nord nella notte sono arrivati risultati piuttosto sorprendenti. Per la prima volta nella sua storia i partiti Repubblicani – che cioè appoggiano la riunificazione con l’Irlanda – hanno ottenuto più seggi di quelli Unionisti, che invece sostengono l’appartenenza al Regno Unito. Il DUP, principale partito di destra e attuale alleato dei Conservatori al Parlamento britannico, ha perso due seggi passando da 10 a 8, mentre il Sinn Féin ha mantenuto i 7 vinti nel 2017 a cui si sono aggiunti i due vinti dai SocialDemocratici.

Per il DUP è stata una campagna elettorale complicata in cui ha probabilmente scontato l’appoggio a Boris Johnson, il cui accordo su Brexit negoziato con l’UE ha di fatto sacrificato l’Irlanda del Nord per ottenere maggiori concessioni per gli altri paesi dell’Unione. In molti stanno descrivendo la sua sconfitta e la vittoria dei Repubblicani come un «momento storico», ma sarà chiaro soltanto nei prossimi mesi se l’Irlanda del Nord – che peraltro non ha un governo da quasi tre anni – si muoverà davvero verso la riunificazione con l’Irlanda.

6. Il seggio di Boris Johnson
Nelle settimane di campagna elettorale in molti si sono chiesti cosa sarebbe successo se i Conservatori avessero vinto le elezioni ma Johnson avesse perso il suo seggio nel collegio di Uxbridge and South Ruislip, alla periferia ovest di Londra. I timori sembravano piuttosto concreti: 4 collegi fra i 6 che confinano con Uxbridge sono controllati dai Laburisti, e nel 2017 il divario fra i due partiti si era ridotto a cinquemila voti dopo anni di nette vittorie dei Conservatori (tanto che i Laburisti avevano deciso di concentrare parecchie risorse nel sostegno del loro candidato, Ali Milani). Alla fine, però, Johnson ha vinto con un margine piuttosto rassicurante di 7.200 voti.

Fra i candidati sconfitti da Johnson c’erano anche dei personaggi particolari: su tutti Count Binface, cioè un comico britannico che si è candidato contro Johnson presentandosi come un «guerriero spaziale», e Lord Buckethead, un nome che negli anni hanno usato diversi candidati che si sono presentati per scherzo alle elezioni contro importanti politici britannici.

Johnson assieme a Count Binface (AP Photo/Kirsty Wigglesworth)

7. Il voto dei giovani (e degli anziani)
I Laburisti continuano ad essere il partito più votato dai giovani, come dimostra il fatto che nei collegi in cui circa metà degli elettori ha un’età compresa fra i 16 e i 34 anni hanno ottenuto il 60 per cento dei voti contro il 20 dei Conservatori. Le percentuali si invertono se si tiene conto del voto degli anziani: se si guardano i seggi dopo le persone che hanno 65 o più anni comprendo più di un terzo dell’elettorato, i Conservatori ottengono il 60 per cento contro il 20 dei Laburisti.