È passato un anno dal cessate il fuoco, e Israele bombarda ancora la Striscia
Negli ultimi 12 mesi ha ucciso più di 1.400 palestinesi e proseguito le demolizioni di ogni edificio vicino al confine
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A un anno dall’entrata in vigore del cessate il fuoco tra Israele e Hamas nella Striscia di Gaza, i bombardamenti israeliani non si sono mai interrotti, anche se si sono ridotti sensibilmente di frequenza e intensità rispetto ai due anni precedenti di guerra. Negli ultimi 12 mesi l’esercito israeliano ha ucciso circa 1.400 persone, la maggior parte in attacchi aerei o nei pressi della “yellow line”: è il confine temporaneo interno alla Striscia che delimita il territorio controllato dai militari israeliani, e che è diventato uno dei luoghi più pericolosi per i palestinesi. Le condizioni della popolazione, intanto, sono rimaste molto difficili.
Il cessate il fuoco non solo non ha interrotto gli attacchi, ma non è stato nemmeno seguito dal processo di pace che era stato concordato tra le parti e che invece è in stallo da mesi.
Il cessate il fuoco era stato raggiunto a ottobre del 2025 grazie a un accordo mediato dagli Stati Uniti. Prevedeva la riconsegna delle persone ancora tenute in ostaggio da Hamas in cambio di prigionieri palestinesi detenuti in Israele; il ritiro graduale dell’esercito israeliano dalla Striscia; il disarmo di Hamas; la creazione di un governo di transizione e l’arrivo di un contingente militare internazionale.
Dodici mesi dopo è stato completato soltanto il primo passaggio, lo scambio ostaggi-detenuti. Hamas ha sostenuto di essere disposto a disarmarsi, ma solo quando Israele avrà interrotto i bombardamenti e si sarà ritirato. Israele sostiene che si ritirerà solo quando Hamas si sarà disarmato. Intanto Hamas ha lasciato il governo della Striscia, che controllava ininterrottamente dal 2007, ma è stata una mossa perlopiù simbolica nel tentativo di sbloccare le trattative, dato che non è stato mai davvero sostituito.
Il comitato tecnico che avrebbe dovuto fare da governo di transizione tra quello di Hamas e un’amministrazione civile infatti si trova ancora al Cairo, in Egitto. In alcune zone Hamas resta di fatto l’unica forma di autorità parastatale presente: emette certificati di nascita e di morte, raccoglie qualche tassa, costituisce una sorta di forza di polizia. Nella Striscia è difficile anche solo dimostrare di aver avuto una casa, perché è andato tutto distrutto nei bombardamenti, compresi gli atti di proprietà, e non esiste un ente statale che ne conservi l’archivio.
Non sono mai arrivati nemmeno i ventimila soldati che il presidente statunitense Donald Trump aveva previsto come “forza di stabilizzazione”, una specie di missione di pace internazionale. La guerra in Medio Oriente, iniziata con gli attacchi israelo-americani di fine febbraio all’Iran, ha cambiato i piani di molti governi: l’Indonesia, per esempio, aveva promesso 8mila soldati, ma a marzo di quest’anno ha cambiato idea citando l’instabilità della regione.

Un ragazzo sul sito di un bombardamento vicino all’ospedale Al Aqsa, 1 agosto 2026 (AP Photo/Abdel Kareem Hana)
Nella Striscia di Gaza i bombardamenti e le demolizioni hanno raso al suolo tra l’80 e il 90 per cento degli edifici. L’esercito israeliano occupa ancora circa il 70 per cento del territorio, contro il 53 per cento previsto dagli accordi. Ha costruito almeno 30 postazioni militari, di cui un terzo dopo il cessate il fuoco, e un terrapieno per dividere la sua area da quella dove è ancora presente Hamas.
Le forze israeliane stanno radendo al suolo ogni cosa nella zona che controllano: in una recente visita, una giornalista del Wall Street Journal al seguito dell’esercito israeliano (che resta l’unico modo per entrare nella Striscia) non ha visto tracce di edifici, da quel lato della “yellow line”. Dentro le postazioni militari ci sono invece ricoveri per i soldati e torrette per le telecomunicazioni.
Spianare tutto serve a facilitare gli spostamenti dei mezzi militari, ma lo scopo dichiarato è creare una specie di “area cuscinetto inabitabile” per difendere il territorio di Israele da eventuali attacchi provenienti dalla Striscia di Gaza. Questo processo ha però ristretto di molto il territorio abitabile per i palestinesi nella Striscia, che già prima della guerra era densamente popolata.
Non è chiaro quali siano le intenzioni di Israele: se voglia a un certo punto ritirarsi o se voglia rimanere nella Striscia a tempo indeterminato, come chiede l’estrema destra religiosa che fa parte del governo di Benjamin Netanyahu. Con l’entrata in vigore del cessate il fuoco, Netanyahu ha rimandato una decisione che non ha saputo o voluto prendere prima delle elezioni, fissate per il prossimo 27 ottobre.

Persone sfollate in coda per l’acqua a Deir al Balah, nella zona centrale della Striscia, 10 ottobre 2026 (AP Photo/Abdel Kareem Hana)
Intanto le condizioni di vita dei palestinesi restano difficilissime. Il controllo serrato dei confini da parte dell’esercito impedisce l’ingresso di molti beni essenziali, inclusi medicinali e il materiale edile per ricostruire gli edifici distrutti. È aperto un solo varco di frontiera, quello di Kerem Shalom a sud; mentre da quello di Rafah, che era il più importante e su cui c’erano aspettative, passano solo persone e funziona in prevalenza per chi ha bisogno di cure mediche.
Storicamente Israele ha impedito che il materiale edile entrasse nella Striscia perché lo considera “dual use”, ovvero adatto anche a scopi militari. Ora che la Striscia è un cumulo di macerie, l’assenza di macchinari per spostarle e di materiali per ricostruire è un problema, soprattutto in vista delle piogge e dell’inverno.
Per questo, le Nazioni Unite parlano tuttora di una situazione critica. Secondo il loro ultimo rapporto, pubblicato a fine settembre, il 94 per cento della popolazione della Striscia ha bisogno di un riparo e il 65 per cento vive in tende o strutture di fortuna inadeguate a proteggere dalle intemperie e dalla stagione fredda.
C’è anche penuria di acqua, con code di ore per fare rifornimento e problemi di contaminazione. L’acquedotto Mekorot, che parte da Israele, sta fornendo il 40 per cento dell’acqua in meno per la presenza di alghe marine, e anche l’impianto di desalinizzazione di Deir al Balah, nella Striscia, sta operando a capacità ridotta per l’usura dei generatori in assenza di pezzi di ricambio. L’acqua viene spesso trasportata con i camion, che si riempiono alle cisterne, ma sono stati colpiti più volte in passato.
– Leggi anche: Gli Stati Uniti stanno provando a smuovere il piano per Gaza, con scarso successo



