L’uomo più potente del Pakistan vuole smantellare le dinastie politiche del paese
Spezzettando le province, cioè gli ultimi centri di potere non ancora finiti sotto il controllo del maresciallo Asim Munir
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L’uomo più potente del Pakistan è da tempo il maresciallo Asim Munir, capo delle forze armate. Munir sta provando l’ennesima mossa per consolidare il suo potere e sbarazzarsi dei suoi avversari politici. Vuole smantellare le quattro province del paese, che hanno un’estensione enorme e mantengono ancora una grossa influenza sulla politica nazionale, visto che lì è concentrato il potere che non è stato fagocitato finora dall’esercito (il governo è già sotto il controllo dei militari). Potrebbe farlo tramite una riforma costituzionale.
È una proposta, quella di Munir, che ha un obiettivo preciso. Le province sono infatti le sedi delle principali dinastie politiche del paese, con partiti che hanno una lunga storia ed elezioni che spesso trasferiscono gli incarichi per legami familiari (da padre a figlio, da zio a nipote, eccetera). Smantellarle significa liberarsi delle ultime strutture di potere civile rimaste nel paese.
Munir dice di essere mosso dalla volontà di rendere i governi locali più efficienti e meno corrotti. Le attuali province coprono effettivamente aree molto grandi e devono occuparsi di molte persone, e i partiti e le famiglie che le governano hanno instaurato relazioni di potere che hanno favorito la corruzione, che comunque è altissima a ogni livello di governo in Pakistan.
Il Punjab, la più popolosa, ha 128 milioni di abitanti, la metà del totale del Pakistan. Chi vive nelle zone rurali è molto distante dalle città dove hanno sede i governi locali e i servizi di base sono forniti in modo discontinuo. Il Punjab è governato storicamente dalla Lega Musulmana del Pakistan ed è stato guidato prima da Nawaz Sharif (diventato poi primo ministro del governo nazionale), poi da suo fratello Shehbaz (attuale primo ministro), ora da Maryam, figlia del primo e nipote del secondo.
Nella provincia di Sindh invece dominano la famiglia Bhutto e il Partito popolare, quello di Asif Ali Zardari, attuale presidente del Pakistan. Zardari è vedovo di Benazir Bhutto, prima donna a diventare prima ministra in un paese islamico, uccisa in un attentato nel 2007, quando era all’opposizione.

Il maresciallo Asim Munir a Obbürgen, in Svizzera il 21 giugno 2026 (EPA/FABRICE COFFRINI)
Il progetto di Munir prevede di dividere il territorio pakistano in almeno 12 province (ma potrebbero essere molte di più), in modo da ridurre al minimo la loro rilevanza.
Secondo la Costituzione pakistana, per dividere una provincia serve il voto di due terzi dei membri del parlamento locale: sarebbero quindi gli stessi partiti a dover approvare una riforma che ne limiterà i poteri. La cosa è possibile in Punjab, perché la Lega Musulmana è il partito più vicino al maresciallo Munir, ma può essere complessa altrove.
Un’altra strada è una riforma costituzionale, da confermare attraverso un referendum popolare. Munir aveva già modificato la Costituzione quando aveva svuotato i poteri della Corte Suprema sostituendola con una Corte Federale di rappresentanti fedeli al governo e all’esercito. Il referendum potrebbe essere un’arma a doppio taglio per Munir: da una parte si esporrebbe alle critiche di chi sostiene che voglia concentrare su di sé tutto il potere possibile, dall’altra potrebbe sfruttare il malcontento popolare verso la diffusa corruzione delle istituzioni civili del paese.
Munir è molto popolare in Pakistan grazie ai successi ottenuti in politica estera, dove è riuscito a presentarsi come un mediatore credibile fra Stati Uniti e Iran nella guerra in Medio Oriente. La situazione del paese però rimane complessa: il tasso di crescita del PIL è la metà di quello della vicina India, l’inflazione è superiore al 10 per cento su base annua, i costi della difesa influiscono fortemente sul debito pubblico.

La protesta di un sostenitore di Imran Khan nella provincia di Khyber Pakhtunkhwa, il 12 ottobre 2026 (AP Photo/Muhammad Zubair)
Intanto domenica, con una decisione indipendente dalla riforma, il governo federale ha annunciato di aver preso il controllo di una delle quattro province, quella nordoccidentale di Khyber Pakhtunkhwa, dopo aver dichiarato lo stato di emergenza. La governava il partito Tehreek-e-Insaf, dell’ex primo ministro Imran Khan, in carcere dal 2023 con condanne per corruzione. Khan continua a rappresentare la maggiore opposizione all’attuale governo e a Munir.
Il governo pakistano ha detto di aver sciolto l’amministrazione della provincia perché non collaborava abbastanza contro il terrorismo. Il Khyber Pakhtunkhwa confina infatti con l’Afghanistan e da tempo, insieme al Belucistan, è tra i posti più colpiti dagli attacchi terroristici: sono stati 225 in tutto il paese solo a settembre.
In Belucistan (sud ovest) sono attivi gruppi separatisti di etnia beluci, in Khyber Pakhtunkhwa i talebani pakistani (Tehrik-i-Taliban Pakistan), lo Stato Islamico del Khorasan e Al Qaeda, fra gli altri. Il governo pakistano sostiene che quello locale del Khyber Pakhtunkhwa non stia facendo abbastanza per combattere questi gruppi e non fornisca le necessarie informazioni all’esercito e al governo. La provincia sarà ora guidata da un governatore nominato dal governo centrale, inizialmente per i prossimi sei mesi.



