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  • Martedì 6 ottobre 2026

Le confraternite statunitensi non se la passano bene

Il caso dello stupro denunciato alla Cornell University ha riaperto il dibattito sulla cultura misogina e violenta che spesso viene coltivata al loro interno

La casa della confraternita Chi Phi alla Cornell University di Ithaca, New York, 28 settembre 2026 (AP Photo/Heather Ainsworth)
La casa della confraternita Chi Phi alla Cornell University di Ithaca, New York, 28 settembre 2026 (AP Photo/Heather Ainsworth)
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La vicenda della ex studentessa della Cornell University che ha accusato la prestigiosa università dello stato di New York di non aver fatto abbastanza dopo la sua denuncia di stupro di gruppo ha riaperto un vecchio dibattito sulle confraternite universitarie statunitensi, che si trovano ciclicamente al centro di accuse simili.

Nell’ottobre del 2024 la studentessa – identificata con lo pseudonimo Jane Doe – denunciò infatti di essere stata costretta a bere alcol e a sniffare ketamina assieme a due amici nella sede della Chi Phi, la confraternita dove i due vivevano. Inizialmente avrebbe dato il proprio consenso a un rapporto sessuale a tre; poi però sarebbero arrivati altri cinque studenti della stessa confraternita, che l’avrebbero stuprata per ore, anche dopo che aveva perso conoscenza.

La studentessa fece denuncia, due dei sette studenti furono espulsi e gli altri cinque sospesi, ma non si arrivò mai a un’incriminazione. Lei invece lasciò l’università. Ora, dopo due anni e la sua causa, la procura di New York ha aperto una nuova indagine, e l’università ha sospeso la sezione locale della confraternita.

Da giorni il caso sta avendo enorme risonanza negli Stati Uniti. In una visita al campus della Cornell, la deputata di sinistra Alexandria Ocasio-Cortez ha descritto la vicenda come un esempio della cosiddetta “cultura dello stupro” a cui le confraternite statunitensi sono spesso associate. “Cultura dello stupro” è un’espressione utilizzata per descrivere una “cultura” nella quale non solo la violenza e gli abusi di genere sono diffusi e minimizzati, ma dove sono normalizzati e incoraggiati anche gli atteggiamenti che giustificano quella violenza, e che pretendono il controllo sulla sessualità femminile.

Jane Wang e Sophia Riley Sim, due studentesse della Cornell University che fanno parte della American Civil Liberties Union, parlano di violenza sessuale durante un incontro nel campus universitario a Ithaca, New York, primo ottobre 2026 (AP Photo/Matt Rourke)

Le confraternite sono organizzazioni studentesche diffuse soprattutto nei paesi con una tradizione universitaria anglosassone e, anche se ne esistono di femminili (le cosiddette sororities), sono tipicamente maschili. Sono associazioni chiuse, che prevedono una selezione all’ingresso. Sono basate su aspirazioni accademiche o valori condivisi, e per gli studenti sono un grosso elemento di attrattiva, anche perché permettono di formare amicizie in un ambiente nuovo e dispersivo come i campus americani.

Di solito i membri di una confraternita vivono in una stessa casa con molte stanze e spazi comuni dove si organizzano attività. Come si vede in numerose commedie, Animal House su tutte, le case delle confraternite diventano il centro della vita sociale universitaria, anche grazie a feste con grandi quantità di alcol, droghe e sesso, in cui spesso sono normalizzati comportamenti inopportuni e le aggressioni sessuali sono incoraggiate, coperte o minimizzate dai “frat bros”, cioè i fratelli di confraternita.

Quello degli stupri o delle violenze sessuali nelle confraternite è un problema noto e diffuso nelle università statunitensi, e di cui sui media si parla ciclicamente. Secondo alcuni studi svolti negli Stati Uniti, i membri delle confraternite hanno una probabilità tre volte maggiore di commettere stupri rispetto a chi non ne fa parte.

Come avviene in molti contesti esclusivamente maschili e camerateschi, l’oggettificazione del corpo femminile e l’uso di un linguaggio violento diventano modi per creare un clima di complicità e connivenza. Nel 2010 alcune matricole di una confraternita di Yale sfilarono sotto alle residenze femminili cantando «No vuol dire sì, sì vuol dire sesso anale». Una decina d’anni fa invece in una confraternita del Georgia Tech girava un’email con una serie di istruzioni per adescare le ragazze alle feste, che nell’oggetto parlava di «esche per lo stupro».

Mentre la studentessa che ha denunciato lo stupro era incosciente, uno dei suoi aggressori aveva inviato un messaggio in un gruppo Snapchat della confraternita con scritto «free pussy» (fica gratis). Nessuno della cinquantina di ragazzi che ne facevano parte era intervenuto per criticare quel messaggio.

Una manifestazione contro la gestione del caso da parte della Cornell University a Ithaca, New York, 5 ottobre 2026 (AP Photo/Adrian Kraus)

Prima d’ora casi simili a quello della Cornell University erano stati raccontati nel documentario del 2015 The Hunting Ground, che aprì una prima conversazione sulle aggressioni sessuali nei campus, sul ruolo delle università accusate di minimizzarle e anche su quello delle confraternite. Nel 2019, dopo ampie accuse di comportamenti omofobi, razzisti e misogini, lo Swarthmore College, in Pennsylvania, vietò tutte le confraternite maschili e femminili. Nel 2020, più di 600 studenti della Stanford University firmarono una lettera aperta, accusando le confraternite di perpetuare una cultura misogina e omofoba, tra le altre cose.

Ora le confraternite della Cornell hanno detto che collaboreranno con una task force istituita per valutare possibili cambiamenti, mentre il sindaco di Ithaca – la città in cui si trova il campus – ha proposto una sospensione immediata dei permessi per gli eventi studenteschi. L’università aveva già sospeso gli eventi nelle confraternite nel 2022, dopo che una persona aveva denunciato di aver subìto un’aggressione sessuale durante una delle loro feste, e altre quattro avevano detto di essere state drogate contro il loro consenso in altri eventi simili.

La presidente dell’assemblea studentesca della Cornell, Eeshaan Chaudhuri, ha detto che il problema «non si esaurisce quando una sola vittima riesce ad andare in tribunale, ma quando saremo in grado di cambiare la cultura» che permette che situazioni simili si verifichino.

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Dove chiedere aiuto
Se hai bisogno di aiuto o sostegno qui c’è l’elenco di tutti i numeri telefonici dei centri antiviolenza della rete Di.Re. È anche possibile chiamare il numero antiviolenza e stalking 1522, gratuito, attivo 24 ore su 24 con un’accoglienza disponibile in italiano, inglese, francese, spagnolo e arabo. In entrambi i casi si riceveranno indicazioni da persone che hanno l’esperienza e la formazione per occuparsi di questa questione. È anche possibile, di fronte a una situazione di emergenza, chiamare i carabinieri o la polizia al 112.