Sánchez vincerà la scommessa anche stavolta?
Convocando elezioni anticipate in Spagna spera di rimontare lo svantaggio nei sondaggi: è già successo due volte, non è detto che ci sarà una terza
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Il primo ministro Socialista spagnolo Pedro Sánchez ha convocato elezioni anticipate per la terza volta in oltre otto anni di governo: si voterà il 29 novembre. Lo fece anche nel 2019, dopo che il parlamento spagnolo bocciò la legge di bilancio, e nel 2023, a seguito della sconfitta del Partito Socialista (PSOE) alle elezioni locali.
Questa volta Sánchez lo ha deciso dopo che venerdì la camera bassa del parlamento, aveva bocciato due decreti presentati dal governo per affrontare la crisi abitativa. Spera di ribaltare a suo favore questa sconfitta, così come successe le scorse due volte. In questo caso la scommessa sembra ancora più azzardata che in passato.
Con questa scelta Sánchez prova a imporre agli altri partiti i tempi e i temi della campagna elettorale. Vuole che sia breve e incentrata sull’economia e sulla casa, temi su cui le posizioni dei partiti progressisti spagnoli sono molto popolari.
Sánchez ne ha bisogno: da mesi i sondaggi danno il Partito Popolare (PP, di centrodestra) in testa e Vox (di estrema destra) in forte ascesa, anche a causa di una serie di scandali di corruzione che hanno coinvolto esponenti del partito molto vicini a Sánchez. La crisi migratoria di Ceuta e il dibattito che ne è scaturito hanno poi peggiorato la situazione: il governo di Sánchez è stato molto criticato per il ritardo con cui ha reagito all’emergenza.
Nella conferenza stampa in cui ha annunciato la convocazione di nuove elezioni, Sánchez le ha presentate come una sfida tra i partiti progressisti che fanno parte del suo governo da una parte (oltre ai Socialisti, c’è anche il partito di sinistra Sumar) o che lo hanno sostenuto (il partito di sinistra radicale Podemos, il Partito Nazionalista Basco, di centro e autonomista, e i partiti baschi e catalani di sinistra indipendentista) e dall’altra i partiti di destra che in questi anni sono stati all’opposizione (Vox e il Partito Popolare). Ha ringraziato i primi «per aver saputo guardare oltre le proprie differenze per costruire accordi» e ha definito i secondi «la peggiore opposizione che la nostra storia democratica abbia mai conosciuto».
Se l’è poi presa, anche se non l’ha nominato direttamente, con Junts, il partito indipendentista catalano di centrodestra. Junts è il partito dell’ex presidente della Catalogna Carles Puigdemont. Fu fondamentale nel 2023 per far nascere l’attuale governo di Sánchez ed è stato determinante in questi anni per approvare o respingere diverse sue iniziative. Negli ultimi mesi i rapporti sono però diventati sempre più conflittuali e Junts si è spostato a destra sia sui temi economici che sull’immigrazione. Il voto contrario di Junts, che ha posizioni più vicine a quelle dei proprietari di casa rispetto ai Socialisti, è stato decisivo venerdì anche per respingere i due decreti sulla casa.
Dal 2023 i partiti di destra rinfacciano a Sánchez di governare grazie al sostegno degli indipendentisti catalani, e soprattutto di Junts. Sánchez sta provando a cambiare anche questa prospettiva. Ha insistito sul fatto che venerdì Junts ha votato insieme a PP e Vox contro misure pensate per la «gente comune», i cui interessi sono stati «bloccati a vantaggio di pochi», cioè secondo Sánchez le «élite economiche e sociali molto potenti che non si presentano alle elezioni, ma che vogliono continuare a controllare il nostro paese».
Le posizioni del governo di Sánchez sulla casa sono effettivamente popolari: secondo un sondaggio eseguito per conto del quotidiano El País qualche giorno prima che i decreti venissero respinti dal parlamento, il 68 per cento delle persone avrebbe valutato negativamente l’eventuale bocciatura dei due decreti proposti da Sánchez.
Anche le singole proposte contenute nei decreti sono tutte molto popolari.
E in generale le politiche progressiste sulla casa hanno un’approvazione trasversale.
Nel PSOE sono convinti che questo aiuterà Sánchez a restare al governo anche dopo le elezioni. Secondo i giornali spagnoli, durante il fine settimana molti dirigenti e ministri socialisti hanno chiesto a Sánchez di convocarle. Il ministro della Giustizia Félix Bolaños, anche lui Socialista, ha commentato l’annuncio pubblicando la copertina di un manuale di campagna elettorale dell’antica Roma attribuito a Quinto Tullio Cicerone, fratello del più noto Marco Tullio, e scrivendo: «Un classico. Come è un classico che Pedro [Sánchez] rimonti e lasci PP e Vox spiazzati e senza governo».
Bolaños parla di un “classico” perché si riferisce a quanto è successo nel 2019 e soprattutto nel 2023.
Nel febbraio del 2019 Sánchez convocò le elezioni per approfittare della crescita del PSOE nei sondaggi: secondo la media di Politico nei due mesi precedenti passò dal 24 al 27 per cento. Alla fine alle elezioni di aprile arrivò primo con oltre il 28 per cento dei voti, anche se non riuscì a formare il governo: ce la fece solo dopo altre elezioni che si tennero a novembre e in cui più o meno prese la stessa percentuale di voti.
A maggio del 2023 la situazione per il PSOE era ancora peggiore: secondo la media dei sondaggi era al 25 per cento, 8 punti dietro al Partito Popolare. In un paio di mesi di campagna elettorale però recuperò quasi tutto lo svantaggio, arrivando al 32 per cento e soprattutto impedendo ai Popolari e a Vox di avere la maggioranza assoluta dei seggi al Congresso. Questo gli permise di formare un nuovo governo, con il sostegno di tutti i partiti indipendentisti e autonomisti catalani e baschi.
Non è comunque detto che Sánchez ci riesca anche questa volta. Al momento in cui vennero convocate le elezioni nel 2023, la distanza nei sondaggi tra i partiti di destra (Vox e i Popolari) e i partiti di sinistra (PSOE, Sumar e Podemos) era di 8 punti percentuali, a fine settembre di quest’anno invece era di 18 punti percentuali. E nell’ultima settimana, da questo punto di vista, non è cambiato molto, nonostante il dibattito sui decreti abbia monopolizzato la politica spagnola.
C’è poi il problema dei partiti a sinistra del PSOE. Sarebbero molto utili a Sánchez per intercettare gli elettori delusi dai Socialisti ma mobilitati dalle proteste di queste settimane sulla crisi abitativa. È il ruolo che ebbero Podemos e il suo leader Pablo Iglesias nel 2019, e Sumar (nelle cui liste confluì anche Podemos) con la sua leader Yolanda Díaz nel 2023. Oggi però sono divisi e senza un vero leader: dopo il 2023 Podemos e Sumar si sono separati, e avranno pochissimo tempo per trovare un accordo e presentarsi di nuovo insieme. Presentarsi uniti conta sia per la visibilità sia per i seggi: nel sistema elettorale spagnolo sono assegnati provincia per provincia, cosa che favorisce i partiti che prendono più voti e penalizza quelli che si presentano divisi.



