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  • Mercoledì 5 agosto 2026

La storia dietro ai visti revocati ai diplomatici di Stati Uniti e Brasile

È l’ennesimo episodio che mostra grandi frizioni tra Lula e Trump, e preannuncia una campagna elettorale brasiliana molto animata

Il presidente brasiliano Lula durante un incontro all'ambasciata brasiliana a Washington, il 7 maggio
Il presidente brasiliano Lula durante un incontro all'ambasciata brasiliana a Washington, il 7 maggio (Fatih Aktas/Anadolu via Getty Images)
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Da un anno e mezzo, cioè grossomodo da quando Donald Trump è tornato presidente, Stati Uniti e Brasile alternano fasi di scontro diplomatico a fasi di relativa distensione. Adesso siamo di nuovo allo scontro, che è peggiorato in questi giorni e con ogni probabilità continuerà a farlo da qui alle elezioni presidenziali che si terranno in Brasile a ottobre.

Trump non nasconde l’appoggio al candidato della destra brasiliana Flávio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente e suo stretto alleato Jair Bolsonaro. Flávio Bolsonaro sfiderà l’attuale presidente progressista Luiz Inácio Lula da Silva, che si ricandida. Bolsonaro padre non può partecipare per via di una condanna per un tentato colpo di stato nel 2022 e, anche se è agli arresti domiciliari, è molto presente nella campagna del figlio.

Martedì il governo statunitense ha revocato il visto all’ambasciatrice brasiliana Maria Luiza Ribeiro Viotti: è un provvedimento duro, di solito riservato ai paesi ostili. È un tentativo di condizionare il governo brasiliano affinché approvi la nomina in sospeso di Daniel Perez come nuovo ambasciatore statunitense in Brasile. Perez è un amico del segretario di Stato americano Marco Rubio, è un deputato statale Repubblicano della Florida, lo stato dove vive un altro figlio di Bolsonaro, Eduardo, condannato a giugno dalla Corte suprema brasiliana per aver provato a influenzare il processo contro il padre facendo pressioni sul governo statunitense.

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Il collegamento tra Perez e Viotti l’hanno fatto funzionari statunitensi. Hanno detto che il visto di Viotti verrà ripristinato se il Brasile approverà la nomina di Perez. Su questo però gli Stati Uniti non hanno seguito le consuetudini diplomatiche. Prima di indicarlo come ambasciatore, non hanno consultato il governo brasiliano come si fa in questi casi.

Ci sono stati altri episodi simili di scontri diplomatici tra i due paesi. A marzo il Brasile aveva revocato il visto a Darren Beattie, un inviato di Trump, per impedirgli di incontrare Jair e Flávio Bolsonaro. A fine luglio ha negato il visto ad altri due funzionari del dipartimento di Stato americano, accusandoli di voler interferire con le presidenziali brasiliane. I funzionari avevano in programma incontri sulla regolarità delle elezioni, anche con leader religiosi tradizionalmente vicini alla destra. Negli stessi giorni Flávio Bolsonaro aveva insinuato dubbi sull’affidabilità delle macchine per votare, poi ha in parte ritrattato.

Una manifestazione contro la legge, poi approvata dal parlamento, per accorciare la pena a Bolsonaro, il 21 settembre del 2025 a Rio de Janeiro

Una manifestazione contro la legge, poi approvata dal parlamento, per accorciare la pena a Bolsonaro, il 21 settembre del 2025 a Rio de Janeiro (AP Photo/Silvia Izquierdo)

A luglio gli Stati Uniti hanno rimesso dazi su alcune merci brasiliane, che nel 2025 avevano prima imposto e poi allentato. L’amministrazione Trump li usa come strumento politico e all’inizio sperava di influenzare il processo a Bolsonaro padre. Non ci era riuscita, Lula aveva resistito e alla fine gli era andata bene: i dazi erano stati ritirati così come le sanzioni ad Alexandre de Moraes, il più potente giudice della Corte suprema brasiliana, che aveva seguito tutti i casi più importanti, dal processo Bolsonaro alla breve sospensione del social X per limitare la disinformazione in Brasile.

Uno degli obiettivi dei nuovi dazi è il sistema di pagamento elettronico pubblico Pix, divenuto popolarissimo in Brasile e integrato nelle app delle banche. Gli Stati Uniti sostengono faccia concorrenza sleale alle società di pagamento statunitensi, come Visa e Mastercard, che in realtà non hanno visto un calo delle loro transazioni ma sono state costrette ad abbassare i costi di transazione, e dunque i profitti. Il Brasile ha minacciato di rispondere con dazi reciproci e per il momento ha fatto ricorso all’Organizzazione mondiale del commercio.

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Il 30 luglio Trump ha firmato un ordine esecutivo che prevede automaticamente ulteriori dazi se il Brasile ne metterà di propri. L’ordine, tra le altre cose, riprende la retorica e molti dei provvedimenti ritirati nel corso del 2025: cita per esempio il giudice de Moraes e parla di «persecuzione giudiziaria» nei confronti di Bolsonaro padre, sostenendo che la sua condanna sia stata ingiusta. Con ogni probabilità, insomma, la revoca al visto dell’ambasciatrice brasiliana Viotti è solo l’inizio.

L’amministrazione Trump aveva ritirato i dazi precedenti anche perché gli si erano in parte ritorti contro, facendo aumentare il prezzo di alcuni prodotti brasiliani molto diffusi negli Stati Uniti, in particolare della carne e del caffè (più di un terzo del caffè consumato dagli statunitensi arriva dal Brasile). Da gennaio inoltre gli Stati Uniti stanno trattando con il governo di Lula per cercare di fare un accordo per sfruttare le terre rare del Brasile, che è il secondo paese al mondo per riserve dopo la Cina. Litigare con Lula allontana questo obiettivo strategico.

Gli scontri con gli Stati Uniti hanno fatto bene alla popolarità in patria di Lula, che si è presentato come il difensore dell’autonomia brasiliana di fronte alle ingerenze della superpotenza statunitense, e specularmente hanno danneggiato Flávio Bolsonaro, che ha profondi legami con Trump e dichiarate volontà di graziare il padre. Hanno causato anche tensioni diplomatiche con i paesi dell’America Latina alleati di Trump, che sono sempre più numerosi. Le ultime con l’Argentina: il Brasile ha richiamato il suo ambasciatore e convocato quello argentino per protestare contro alcuni insulti del presidente Javier Milei a Lula e al giudice de Moraes.