Peones, franchi tiratori, voto segreto
Retroscena di una settimana di scontri nella maggioranza sulla legge elettorale, nella newsletter di Valerio Valentini
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Sono passati tre giorni dalla più pesante sconfitta parlamentare subita finora da Giorgia Meloni e il giornalista del Post Valerio Valentini ne racconta le ragioni e le conseguenze in Montecit., la newsletter dedicata alla politica che esce ogni venerdì. Potete leggere il numero di seguito e se volete potete iscrivervi qui.
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Settimanella tranquilla, no? Giusto un po’ di brio sulla legge elettorale, che sarà mai.
Sono Valerio Valentini, faccio il cronista parlamentare per il Post, e stavolta Montecit. è quasi un monografico: esploriamo in lungo e in largo il patatrac di martedì alla Camera. E come ci si è arrivati. E perché. E come ha reagito Giorgia Meloni, e cosa ha in mente di fare adesso. Quanto ai franchi tiratori, queste forme degeneri di onorevoli inconoscibili alla scienza contemporanea, doveste avvistare qualche potenziale esemplare segnalatelo subito all’agenzia assicurativa Ministro Lollobrigida e F.lli (d’Italia): è lui che li sta cercando.
Ah, poi parliamo anche un po’ di Ucraina, e del perché il governo sta tentennando più del solito prima di inviare il nuovo pacchetto di aiuti militari. E poi le varie, certo, e le eventuali.
Meloni nella palude
Poco dopo l’ora di pranzo, su un divanetto del Transatlantico, il deputato Calogero Pisano, meloniano di Agrigento, parla così ai suoi colleghi di partito: «Ma voi lo sapete, sì?, che se passa questo emendamento delle preferenze, io qui non ci torno, mi dovrò candidare alle regionali». Alla sua sinistra, c’è Andrea Tremaglia. Alla sua destra Gerolamo Cangiano, Gimmi ’o casertano, si scompone: «Se dobbiamo metterci a cercare le preferenze sul territorio, vuol dire che da settembre qua non verrà più nessuno».
È martedì, è il grande giorno del voto sull’introduzione delle preferenze nella legge elettorale voluto dalla presidente del Consiglio, mancano sei ore al rodeo, e questo è il morale delle truppe di Giorgia Meloni. Questi, in teoria, sono quelli che dovrebbero essere saldi e risoluti nel sostenere le preferenze.
Figurarsi gli altri. Gli altri, tipo quelli di Forza Italia. Fabrizio Sala, pochi minuti prima, è uscito con una faccia mezza stravolta dalla riunione del suo gruppo, convocata da Antonio Tajani. Ha lasciato in anticipo? «Ma certo. Appena Benigni si è alzato a parlare, io sono uscito». Benigni, che è Stefano Benigni, è quello che ha condotto la trattativa sulla legge elettorale. «Non posso accettare che mi si dica che questo scempio è un buon compromesso. Questo è un suicidio, un suicidio». Poco dopo sarà il capogruppo Enrico Costa a liquidare la proposta sulle preferenze avanzata da Fratelli d’Italia: «Quell’emendamento non sta in piedi tecnicamente, è un mezzo pastrocchio».
L’altro capogruppo, quello della Lega, neppure ci ha provato a dissimulare. Da mesi Riccardo Molinari (quaggiù in foto) ripete che questa riforma elettorale è «un bagno di sangue per la Lega, almeno al nord». È stato lui a tenere i contatti più diretti con le opposizioni. È stato lui, il giorno prima, a spiegare a quelli di PD e AVS come muoversi. Meloni vieterà a Salvini e Tajani di chiedere il voto segreto – era la spiegazione di Molinari – e quindi dovete essere voi, restando in aula, a pretenderlo.

E sono state queste le ragioni con cui anche Elly Schlein s’è convinta, sollecitata da Bonelly&Fratoianny, a resistere alle insistenze di Giuseppe Conte, che invece suggeriva di disertare l’aula e lasciare che i destri s’azzuffassero tra loro. (Maurizio Brambatti/Ansa)
Com’è andata, poi, si sa. Il governo è andato sotto. Di un voto soltanto, e la cosa sa quasi di beffa, ma con almeno 60 tra franchi tiratori (cioè quelli che votano contro la linea del partito) e disertori vari. Diffidate delle ricostruzioni troppo cervellotiche, di chi in questo incidente ci vede chissà che macchinazioni raffinate di Meloni, trame oscure, il farsi volutamente sbertucciare per assicurarsi altri indicibili obiettivi. Un voto a scrutinio segreto che finisce con uno scarto così minimo è impossibile che sia stato orientato scientemente. Qui tutto è più semplice, più trasparente: in giornate come questa, su materie come questa, vige la prevalenza del peone.
Umiliato e avvilito, costretto all’accidia di giornate tanto frenetiche quanto inconcludenti, spesso bistrattato, quasi sempre misconosciuto («Lei non sa chi sono io», letteralmente), il peone, cioè il singolo deputato, ha poche occasioni in cui sa di essere decisivo: e quelle occasioni, ovviamente, le sfrutta. Il voto segreto è il regno incantato del peone, il suo giardino dei desideri: l’anonimato che è quasi sempre la sua dannazione, nel senso che a fatica riesce a guadagnarsi il suo quarto d’ora di notorietà, quello stesso anonimato, inteso come possibilità di esprimersi senza che nessuno possa chiedergliene conto, diventa anche il suo riscatto, la sua redenzione.
Nell’ottobre del 2024, mentre Meloni pianificava una mezza imboscata per eleggere il suo consigliere giuridico alla Corte costituzionale, i suoi parlamentari lasciarono filtrare la cosa ai giornali, e il blitz fallì. «Io alla fine mollerò per questo. Perché fare sta vita per far eleggere sta gente anche no», scrisse lei sulla chat del partito (diffusa poi dal Fatto Quotidiano). Questa, dunque, è la considerazione che la presidente del Consiglio ha dei suoi? La stessa, d’altronde, dimostrata nel costringere deputati e senatori a ingoiare una riforma costituzionale senza poter cambiare neppure una virgola (quella sulla separazione delle carriere, col referendum perso a marzo). «Avesse ascoltato qualche nostro consiglio, forse non sarebbe finito così il referendum», dice ancora sospirando Alessandro Cattaneo, di Forza Italia.
Puoi insomma insultarlo e svilirlo, il peone. Ma quello, prima o poi, nel segreto dell’urna o della pulsantiera (pazientate: più tardi spieghiamo tutto), in quell’istante, in quel fuggevole fremito d’estasi, si vendicherà. E lo farà pensando agli affari propri, com’è giusto.

E non sorprende che le insidie del voto segreto fossero un assillo, per Meloni, già nove mesi fa. (Qui, uno scambio su WhatsApp dell’epoca con un dirigente di Forza Italia)
Salvatore Caiata, meloniano di Potenza, in origine grillino, l’odio del peone per le preferenze lo spiega così. «Al Sud, soprattutto, un qualsiasi sindaco, o assessore comunale, ha molte più preferenze di un parlamentare». «Chi, come me, sta in commissione Esteri, consuma le ore a parlare con ambasciatori, a studiare i dossier sul conflitto in Nagorno-Karabakh, o a fare missioni fuori dall’Italia», racconta il leghista Paolo Formentini. Secondo voi, raccoglie più preferenze uno così, o il suo collega di partito, consigliere regionale, che passa le giornate a stringere mani e a tagliare nastri, tra una bocciofila e un ospedale?
Perfino la più delicata delle dispute, quella sulla rappresentanza di genere, pur partendo da nobilissimi scopi, è stata infine alimentata da rivendicazioni ben più basilari, e pure quelle sacrosante. «Qui, semplicemente, restiamo fregate noi, e se ne avvantaggiano i maschi: non lo possiamo accettare», spiegava in aula, poco prima del voto fatale, Catia Polidori di Forza Italia, con le movenze accalorate di chi fomenta la rivolta. E dello stesso tenore, del resto, erano i ragionamenti che in Transatlantico, lì nel salone davanti all’ingresso dell’aula, facevano, riunite in conciliabolo, le leghiste Giorgia Latini, Simona Loizzo e Laura Cavandoli.
Qui bisogna aprire una piccola parentesi cospirazionista. Perché questa sedizione femminile, che indubbiamente c’è stata, è stata innescata da un puntiglio proprio di un ministro leghista, Roberto Calderoli, che in una delle ultime riunioni di maggioranza ha preteso che venisse rimosso il vincolo, attualmente in vigore, che impone la presenza di almeno il 40 per cento di candidate donne nelle liste.

E però di Calderoli, quando se ne parla, è obbligatorio osservare che è un conoscitore subdolo e sopraffino di cavilli parlamentari. Se anche Calderoli cadesse in una buca fuori da Montecitorio, qualcuno scriverebbe che ha messo di proposito il piede in fallo, per fare in modo che i deputati accorsi ad aiutarlo arrivassero in ritardo in aula per votare (ok, sto esagerando: forse un solo deputato, accorrerebbe ad aiutarlo). Sta di fatto che il forzista Alessandro Sorte ne è sicuro, e come lui ne è convinto il calendiano Ettore Rosato: Calderoli lo ha fatto apposta per aizzare la sedizione delle donne contro una legge elettorale che a lui, come a quasi tutta la Lega, non è mai piaciuta, e Meloni è caduta nel suo trappolone. Chissà. (Mauro Scrobogna/LaPresse)
È insomma in questo marasma di insofferenza che Meloni, percependo la catastrofe incombente, ha provato a rimediare con un moto di arroganza fuori tempo massimo. Prima ha sguinzagliato i suoi ministri, con Francesco Lollobrigida a capo della spedizione, a diffondere lusinghe e minacce, a prospettare rappresaglie.
Ed ecco allora le prospettive più disparate: per Salvini, in cambio di una dimostrazione di lealtà, sarebbe già pronto il posto da ministro dell’Interno a settembre, e poi magari la candidatura per uno dei suoi in Lombardia; a Tajani, la garanzia di nomine nelle autorità pubbliche; a tutti, lo spauracchio del precipitare degli eventi, le dimissioni del governo, lo scioglimento delle camere, tutti a casa senza vitalizio. Correvano voci incontrollate pazzesche: compreso il gol di Zoff di testa su calcio d’angolo (più o meno).
Insomma, messa alle strette, Meloni ha tentato l’azzardo estremo: trasformare il voto segreto su un emendamento alla legge elettorale in una sorta di voto di fiducia (indetto su Facebook). Ne sa qualcosa anche Maria Elisabetta Alberti Casellati, la ministra delle Riforme di Forza Italia. A mezzogiorno chiedeva rassicurazioni: «Ma io non dovrò dare il parere, vero? Non fatemelo dare». «Certo che no», la tranquillizzava Tajani. Quattro ore dopo, da Palazzo Chigi arrivava l’ordine: «Devi dare il parere favorevole».
Tecnicismi da addetti ai lavori, ma che hanno un peso: se il governo esprime un parere favorevole, vuol dire che s’intesta l’emendamento in votazione, vuol dire che ci mette la faccia. E la faccia, in questo caso, era di Casellati. La quale, comprensibilmente, ha provato a obiettare. Ma niente. «È una sciocchezza, è una cosa senza senso», l’hanno sentita lamentarsi. Quando ormai, però, tutto si stava per compiere.
Operation franchi tiratori
E dopo, non restava che la ricerca dei felloni. Trenta, s’è detto inizialmente. Ma sono di più, i franchi tiratori. Rispetto ai 145 voti di cui disponevano le opposizioni all’inizio delle votazioni, per arrivare ai 188 fatali servono almeno una quarantina di insubordinati. E a questi ne vanno aggiunti altri per compensare una buona dozzina di deputati di centrosinistra che ha votato a favore delle preferenze. E tra questi, di certo, i sette esponenti di Italia Viva.

In questo caso, l’ordine è stato chiaro. Matteo Renzi ha convocato una riunione dei suoi parlamentari nel pomeriggio di martedì per catechizzare tutti. La riforma elettorale promossa da Meloni a Italia Viva conviene (non vi tedio coi dettagli, ma per i feticisti della materia: la norma sul ripescaggio del miglior perdente e la modifica dei requisiti per la raccolta delle firme sono due questioni non da poco), e soprattutto gli conviene introdurre le preferenze e togliere i collegi uninominali. «E così non dovremmo andare a chiedere i seggi sicuri a Schlein», s’è raccomandato. (Roberto Monaldo/LaPresse)
A conti fatti, i franchi tiratori sono stati più di 50. E poi ci sono i disertori: quelli che non hanno votato contro, ma che non votando affatto hanno comunque contribuito a mandare tutto in vacca. E qui, ovviamente, il colpevole eccellente è Giancarlo Giorgetti. I video studiati con acribia investigativa dagli Sherlock Holmes di Meloni mostrano il ministro dell’Economia accomodarsi nella penultima fila degli scranni riservati alla Lega, su nella cosiddetta «piccionaia» dell’emiciclo. Insieme a lui, il sottosegretario Federico Freni.
L’indomani i detective patrioti sono andati a verificare: postazione 420 e 421, entrambe prive di pulsantiera per votare. Insomma, Giorgetti era lì, e deliberatamente non ha votato. A sfregio. Così come pure il sottosegretario Nicola Molteni, così come pure la collega salviniana Vannia Gava: la delegazione di governo della Lega che s’ammutina platealmente. Tutt’a posto, Meloni? Ma d’altronde, è stato grosso modo lo stesso atteggiamento rimproverato a Giulio Tremonti, che è di Fratelli d’Italia.
«Da noi, di franchi tiratori, solo quattro o cinque», s’affretta a minimizzare Lollobrigida. «Vabbè, ok, forse dieci, ma comunque su 115 è irrisorio». E insomma la colpa è di Lega e Forza Italia, per Meloni. E non che ci fosse da stupirsi. I responsabili dei due partiti in tutti i modi, nelle settimane precedenti, avevano manifestato le proprie resistenze. «Glielo abbiamo detto esplicitamente che quell’emendamento per noi sarebbe stato problematico», dice Benigni di Forza Italia. «E infatti non lo abbiamo sottoscritto: più chiaro di così…», insiste il leghista Igor Iezzi.

Più chiaro di così, solo Aldo Baglio.
E infatti lei, di fronte a quell’affronto, ha fatto la splendida. «Che mi votino contro, allora». Appunto. È anche contro quest’arroganza così spudorata, che la Camera s’è rivoltata. E nel trambusto generale, ognuno ha regolato i conti che riteneva di avere in sospeso. Dentro Forza Italia, chi ha in odio Tajani non ha perso occasione per aprire una crepa, sperando che da quella crepa passi la luce di Marina Berlusconi.
Nella Lega, figurarsi, ormai è una guerra per bande. Claudio Durigon, il vicesegretario, è in combutta permanente con Andrea Paganella e Andrea Crippa: c’è chi sobilla gli animi dei malmostosi, chi fa telefonate minatorie ai manager delle società partecipate, chi contesta a Salvini di essere succube della falange nordista del partito. E soprattutto, Durigon ce l’ha con Giorgetti.
E non a caso Giorgetti a sua volta lascia intendere di aver sentito che qualcuno gli ha riferito che un tale gli ha confidato di aver saputo dal cugino di un amico che Durigon ha già la sua exit strategy pronta: accasarsi con Fratelli d’Italia al momento opportuno, e che è stata addirittura la stessa Meloni a suggerirgli di attendere, di pazientare, che ancora non sono maturi i tempi per questo strappo. Questo è il clima, nella Lega.
Se ne riparla a settembre
Luca De Carlo, senatore veneto di Fratelli d’Italia, giovedì mattina faceva il guascone. Che insomma tanto vale pretendere un chiarimento, e pretenderlo subito, sulla legge elettorale, e riproporre l’emendamento con le preferenze a Palazzo Madama, dove il voto segreto non è previsto e dunque non ci sono scappatoie: «Almeno tutto viene giù e si va a votare a settembre». Ma Stefania Craxi, capogruppo di Forza Italia, ha subito scansato quelle sue fanfaronate: «Falla finita. E soprattutto, scordatevi le preferenze».
De Carlo forse esagera davvero, ma la tentazione della resa dei conti al Senato agita senza dubbio le menti di qualcuno dei consiglieri di Meloni. Quando dovrebbe essere, però? Prima della pausa estiva, fissata al 7 agosto, il Senato deve convertire tre decreti. Impensabile. L’alternativa, però, è tornare a metà settembre e ritrovarsi di nuovo impelagati in questa baruffa su listini e preferenze. Sai che spasso?
«Qua già non ci vota più nessuno, se passiamo altri due mesi a parlare di posti e poltrone, siamo morti». Parola di Nicola Ottaviani, deputato leghista di Frosinone.
Dizionario minimo per sopravvivere alla settimana politica
Voto segreto: In entrambe le camere è contemplato nei casi di voto sulla libertà e sui diritti della persona, sui temi etici, sulla modifica dei regolamenti interni. A Montecitorio, però, anche per le leggi elettorali, purché lo richiedano almeno venti deputati.
Quanto poi sia davvero segreto, il voto segreto, è argomento su cui da sempre s’esercita la malizia dei parlamentari. Anche nel caso del procedimento elettronico, come è avvenuto martedì. Funziona così: i deputati inseriscono le dita in una pulsantiera incassata nei loro scranni, e lì schiacciano, senza che nessuno possa vedere, uno dei tre pulsanti: a sinistra è favorevole, al centro è astensione, a destra è contrario.
Un vecchio metodo per evitare brutti scherzi è quello di pretendere che i deputati votino inserendo solo l’indice, tenendo le altre dita a vista: e così è molto difficile raggiungere il tasto del voto contrario, a meno di strane contorsioni del polso.

Così come fa Galeazzo Bignami, il capogruppo di FdI. (Riccardo Antimiani/Ansa)
Ma l’Homo honorevolis, dovendo sopravvivere alle insidie del suo habitat, ha sviluppato nei decenni doti impensabili per eludere questi controlli. Nella pulsantiera si possono infatti inserire palline di gomma o di carta: si inserisce l’indice, ma non si pigia sul tasto verde, così a fare contatto è il tasto rosso su cui c’è la pallina.
Poi ci sono i controlli più spietati. Galeazzo Bignami, per esempio, pare abbia chiesto ad alcuni dei suoi – uno per fila – di tenere d’occhio i vicini di scranno: li si vede, alcuni, stare in piedi durante il voto, col collo da condor a scrutare tutt’intorno. Solo che questo ha generato degli equivoci: perché spesso, così vuole l’epica del Transatlantico, a stare in piedi è proprio chi sta in difetto, e dunque in sospetto, e si alza per non dare modo a chi gli sta dietro di sbirciare.
Alla peggio, si può chiedere a qualcuno di andare nelle tribune stampa, quelle che guardano l’aula dall’alto, e filmare tutto. È quello che hanno fatto giovedì Loredana, Veronica e Gessica, tre funzionarie del gruppo di Fratelli d’Italia, fattesi regolarmente accreditare in tribuna per andare a girare i loro reportage da Inquisizione.
Insomma, come sempre, sono tutti indiziati, in questo tribunale che si basa sulla diffidenza e sugli equivoci. Tanto che, per evitare ogni rogna, in parecchi, specie tra i meloniani, il video se lo sono fatti da soli. Così da poter dire al Torquemada Lollobrigida, che sta lì a cercare i traditori manco fosse un agente del Mossad, «sono innocente, vostro onore». In teoria sarebbe vietato fare foto e video, in aula, ma figuriamoci.
Vannacci, mica Zelensky
Lunedì, mentre i principali leader europei erano a Parigi per lanciare una coalizione internazionale di difesa aerea contro i missili balistici russi, Giorgia Meloni era alla prefettura di Palermo per lanciare un’operazione straordinaria per l’ordine pubblico e il contrasto alla criminalità organizzata. E fin qui, vabbè, ognuno ha le sue priorità, quando si parla di sicurezza.
Però dietro certi dettagli s’intravedono segnali più significativi: e in questo caso, i dettagli parlano di una Meloni che, con l’approssimarsi delle elezioni, ha sempre meno voglia di farsi vedere impegnata nel fare la guerra a Vladimir Putin, e sempre più ansiosa di fare la guerra ai maranza e agli immigrati. Esigenze di propaganda, dopo tutto.
Sta di fatto che l’ultimo pacchetto di aiuti militari all’Ucraina è stato inviato a novembre scorso. Era il dodicesimo. Nei primi nove mesi di guerra, il governo Draghi ne predispose cinque; nel 2023, primo anno di Meloni a Palazzo Chigi, furono tre; due nel 2024, altrettanti nel 2025. Non erano mai passati più di sei mesi tra un invio e l’altro. Stavolta, dopo quasi nove mesi, ancora niente.

Igor Brusylo, l’ambasciatore ucraino a Roma (qui insieme a Sergio Mattarella), ogni volta che incontra un parlamentare italiano si lamenta allo stesso modo: che sì, certo, i missili di difesa antiaerea Samp/T inviati dall’Italia sono passati da 8 a 40 rispetto al 2025, e la cosa è apprezzabilissima, ma questo vuol dire che ciò che il governo di Meloni manda in un anno viene consumato in un paio di notti per intercettare le bombe di Putin. (Paolo Giandotti/Ansa)
Al ministero della Difesa prendono tempo: le scorte si stanno esaurendo, si rischia di mandare sul fronte ucraino delle ciofeche d’antiquariato, e farci ridere dietro. È vero solo in parte. Sarà, certo, un pacchetto piuttosto misero, quello che verrà inviato. Ma se si sta tentennando oltremodo non è perché si tema l’irriconoscenza di Volodymyr Zelensky, ma piuttosto le critiche di Roberto Vannacci.
È lui, ormai, il metronomo che scandisce le ansie di Meloni. Mandare ora armi a Kiev, col Generale Gagà che riempie le piazze, vorrebbe dire esporsi alle sue intemerate antibelliciste. E infatti, più che al pacchetto di armi per l’Ucraina, Meloni ha badato al pacchetto sicurezza: l’ennesimo provvedimento, un disegno di legge, approvato dal Consiglio dei ministri martedì, proprio mentre alla Camera si consumava il misfatto sulle preferenze. Siamo al settimo, all’ottavo, al decimo, ormai s’è perso il conto. L’ultimo era stato a giugno. Le leggi sulla sicurezza per Meloni sono come le bollette della luce: scadenza bimestrale, fissa.
Ma nel rincorrere Roby Rubacuori, Meloni appare un po’ come gli ignavi di Dante che inseguono l’insegna senza posa. È stato così anche sulla legge elettorale. Insolentita dalla sua maggioranza martedì sera, mercoledì mattina ha pensato bene di far votare ai suoi deputati l’emendamento promosso dai vannacciani, quello che proponeva le preferenze nella loro forma più pura. «Così staniamo tutti», diceva Lollobrigida.
Ma al dunque Fratelli d’Italia s’è stanata da sola: ha spaccato di nuovo il centrodestra, perché Lega e Forza Italia si sono subito sfilati, ed è andata una volta di più in scia di Vannacci. Pensando che tanto bastasse a rabbonirlo. E invece quello, ingrato, prima ha rivendicato di aver piegato Meloni alle sue ragioni, poi ha annunciato che Futuro Nazionale avrebbe comunque votato contro la legge elettorale voluta da Meloni. A destra vince chi fugge: e Vannacci fugge che è una meraviglia.
La settimana in breve
Lunedì: Dell’incontro a Parigi abbiamo detto.
Martedì: Dopo sei mesi di bisticci, il governo ha trovato un’intesa per le authority. Presidente della Consob, che vigila sulla Borsa, è stato nominato Guido Stazi. La prima scelta di Tajani sarebbe stata Federico Cornelli: ma contro di lui c’è stato il veto categorico di Giorgetti. A guidare l’Antitrust, che vigila sulla concorrenza e sul mercato, è stato scelto Saverio Valentino: vittoria di Ignazio La Russa, che s’era inizialmente speso per un altro Valentino, Giuseppe, che di Saverio è padre. Giuseppe, amico del presidente del Senato, doveva andare al Consiglio superiore della magistratura, secondo La Russa. Ma poi la cosa saltò. Si rimedia così. Un Valentino vale l’altro.
Mercoledì: E che facciamo: ci facciamo mancare una bella crisi diplomatica col Nicaragua?
Giovedì: Carlo Nordio ha trovato anche stavolta il modo per farsi cazziare da Sergio Mattarella. C’entra l’eccesso di zelo, un filo opportunistico, un filo propagandistico, con cui il ministro della Giustizia ha annunciato urbi et orbi di aver avviato le pratiche per un’eventuale concessione della grazia al gioielliere Mario Roggero (Salvini e Vannacci se lo stanno già contendendo per una futura possibile candidatura). E il presidente della Repubblica lo ha convocato al Quirinale, Nordio, per una serena, cordiale, istituzionale lavata di capo.
Ed eccoci qua, anche questa settimana, a ricordarci che ci vedremo, sempre da queste parti, anche la settimana prossima.
Con chi invece sta nei dintorni di Bari, ci vediamo già domani pomeriggio qui, alle 18, in largo Vito Maurogiovanni: ci saremo Nicola Ghittoni e io a parlare del mio libro, La marcia sul posto, del suo podcast, Morning, di politica, di giornalismo, e di altre quisquilie.
Ovviamente, se volete scrivermi per commenti o segnalazioni, mi trovate sempre qui oppure qui.
Ciao,
Valerio
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