Marco Rubio contro la Corte penale internazionale
Il segretario di Stato americano dice che il tribunale interferisce con la sovranità nazionale e che è guidato da nemici degli Stati Uniti
- Condividi
- X
- Regala il Post

Il segretario di Stato statunitense Marco Rubio ha pubblicato sul Wall Street Journal un lungo editoriale in cui invoca lo smantellamento della Corte penale internazionale, il principale tribunale internazionale per crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Gli Stati Uniti non ne fanno parte: la campagna di Rubio punta a convincere gli stati che hanno ratificato il trattato con cui è stata istituita a uscirne.
Nell’articolo, accompagnato da un video sui social, Rubio sostiene che la Corte si sia allontanata dal suo mandato iniziale, che sia «sostenuta e gestita da una potente rete di organizzazioni non governative di sinistra, globalisti arroganti e governi ostili del Terzo Mondo». In sostanza ritiene che la Corte interferisca negli affari degli Stati Uniti in modo illecito e che eroda la loro sovranità nazionale.
È una linea che gli Stati Uniti applicano da molto tempo e in generale verso i tribunali internazionali, e che li porta ad avere un approccio molto selettivo. Agli accordi che istituiscono tribunali permanenti preferiscono accordi bilaterali e clausole inserite in singoli trattati, che permettono di decidere caso per caso se sottoporsi al giudizio internazionale.
È il caso della Corte internazionale di giustizia, un altro tribunale internazionale e il principale organo giudiziario delle Nazioni Unite: dal 1985 gli Stati Uniti non accettano più la clausola facoltativa di giurisdizione obbligatoria della Corte, con cui uno stato accetta in anticipo di poter essere giudicato su richiesta di altri stati firmatari. In questo modo il governo americano mantiene il controllo su ogni singola situazione, invece di vincolarsi in modo permanente a un tribunale sovranazionale.
Nel suo editoriale, dal titolo «Perché smantellerremo la Corte penale internazionale», Rubio porta come esempio «soldati, agenti di polizia, agenti della polizia di frontiera e leader eletti statunitensi» che rischierebbero, secondo lui, di essere «trascinati davanti a un tribunale internazionale, processati da giudici provenienti da paesi a caso di tutto il mondo […] e poi imprigionati a migliaia di chilometri dagli Stati Uniti».
Rubio presenta in modo falsato l’attività della Corte. Intanto, questa si può occupare soltanto di una delle quattro categorie di crimini più gravi: genocidio, crimini di guerra, crimini contro l’umanità e aggressione. Poi ha giurisdizione solo per i crimini commessi in uno dei 125 paesi che hanno firmato lo Statuto di Roma, il trattato istitutivo. Quindi – dato che come detto gli Stati Uniti non sono tra questi – non si sostituisce ai tribunali nazionali statunitensi, come lascia intendere Rubio, ma si occupa tutt’al più di processare i crimini di guerra commessi dai cittadini statunitensi all’estero, in uno dei paesi che hanno ratificato il trattato.
Infine – ed è uno dei limiti più dibattuti della Corte – non dispone di una forza di polizia in grado di condurre gli arresti anche dopo un mandato: si affida alle polizie nazionali, rimettendo di fatto l’autorità sull’arresto ai singoli firmatari.

La sede della Corte penale internazionale all’Aia, nei Paesi Bassi (AP Photo/Peter Dejong)
Quando la Corte emette un mandato d’arresto, per esempio su un capo di Stato, questo può essere arrestato solo se il suo governo decide di farlo, come avvenne al dittatore filippino Rodrigo Duterte nel 2025. Oppure, se viaggia in un altro paese firmatario che decide di applicare il mandato della Corte. Spesso però non avviene, per ragioni politiche: quando il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu viaggiò in Ungheria, nel 2025, il governo del suo alleato Viktor Orbán si rifiutò di arrestarlo nonostante il mandato della Corte e anzi, avviò un tentativo di uscirne (annullato dal suo successore).
Per queste ragioni, l’eventualità di cittadini statunitensi «trascinati» davanti alla Corte è molto improbabile.
L’ostilità dell’amministrazione di Donald Trump verso la Corte penale internazionale (e per esteso quella verso le organizzazioni internazionali) non è una cosa recente. Gli Stati Uniti avevano già imposto una serie di sanzioni contro procuratori della Corte e contro la Corte stessa, dopo i tentativi di indagare sui presunti crimini di guerra commessi dagli Stati Uniti durante l’occupazione dell’Afghanistan, e su quelli di Israele in Palestina. Ora però, secondo le parole di Rubio, gli Stati Uniti faranno pressione sugli altri paesi firmatari affinché lascino la Corte.
Secondo un funzionario anonimo del dipartimento di Stato, sentito da CNN, il messaggio di Rubio è rivolto in particolare ad alleati e paesi che ricevono aiuti dagli Stati Uniti (già comunque radicalmente ridotti dall’amministrazione Trump). I metodi di pressione potrebbero includere divieti di viaggio, revoche di visti e sanzioni. Alti funzionari diplomatici statunitensi starebbero già facendo una serie di telefonate per avviare la campagna.
– Leggi anche: I principali tribunali internazionali, spiegati


