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  • Venerdì 3 luglio 2026

Come gli Stati Uniti hanno impedito a María Corina Machado di tornare in Venezuela

La leader dell'opposizione ci ha provato due volte in pochi giorni: la prima l'aereo è dovuto tornare indietro, poi non l'hanno fatta nemmeno salire

María Corina Machado a Madrid, 18 aprile 2026 (AP Photo/Manu Fernandez)
María Corina Machado a Madrid, 18 aprile 2026 (AP Photo/Manu Fernandez)
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Il 28 giugno la leader dell’opposizione venezuelana María Corina Machado diceva in un’intervista all’emittente statunitense Fox News che era arrivato il momento di tornare nel suo paese, per partecipare ai soccorsi dopo il devastante doppio terremoto della scorsa settimana. Il 29 giugno Machado ha diffuso sui social un video, da Panama, in cui ha accusato il regime venezuelano di averle impedito di tornare.

In realtà in quei giorni Machado ci aveva già provato due volte, come ha ricostruito un’inchiesta del Wall Street Journal, e se non ci è riuscita è stato soprattutto perché si è opposto il governo degli Stati Uniti, prima ancora di quello venezuelano.

L’amministrazione di Donald Trump ritiene che non sia il momento giusto e che il ritorno di Machado potrebbe creare una crisi politica in una fase già concitata. Gli Stati Uniti vogliono evitarlo perché sono in una posizione complicata: sostengono sia Machado, sia l’attuale presidente Delcy Rodríguez, che sta facendo i loro interessi soprattutto in termini economici e nel settore petrolifero.

– Leggi anche: In Venezuela è tutto contro i soccorritori

Machado è la principale oppositrice del regime fin dai tempi di Nicolás Maduro, l’ex presidente deposto a gennaio dagli Stati Uniti con un’operazione militare. Il regime reprime il dissenso e perseguita gli oppositori e per questo, quand’era in Venezuela, Machado viveva nascosta e faceva attività politica in clandestinità. Era fuggita lo scorso dicembre e da allora ha abitato perlopiù a Washington.

Il Wall Street Journal e altri media hanno ricostruito che il 26 giugno Machado ha preso un aereo privato per Curaçao, un paese insulare nel mar dei Caraibi e vicino al Venezuela, con l’intenzione di fare a ritroso il viaggio con cui a dicembre era uscita dal Venezuela (era andata in barca fino a Curaçao e poi aveva proseguito in aereo).

Il 26 giugno l’aereo privato di Machado è decollato da Washington, ma nel giro di un’ora ha ricevuto l’ordine di tornare indietro, tra lo sconcerto dei passeggeri. Machado e i suoi collaboratori infatti erano convinti di avere l’autorizzazione del governo statunitense e anche i funzionari di Curaçao, che fa parte del Regno dei Paesi Bassi, pensavano fosse un piano concordato con gli Stati Uniti. Quando hanno saputo che non era così, il piano è saltato.

Soccorritori tra le macerie a La Guaira, il 2 luglio

Soccorritori tra le macerie a La Guaira, il 2 luglio (AP Photo/Matias Delacroix)

Da mesi Machado dice pubblicamente di voler tornare in Venezuela, ma negli ultimi giorni la sua insistenza ha indispettito un pezzo dell’amministrazione Trump. Alcuni funzionari statunitensi, rimasti anonimi e con cui ha parlato il sito Axios, considerano una scelta opportunistica tornare ora. La linea degli Stati Uniti, fin dall’operazione militare con cui hanno catturato Maduro, è chiedere a Machado di pazientare.

Sempre il 26 giugno, secondo il Wall Street Journal, intermediari mandati dall’amministrazione Trump hanno detto a Machado che gli Stati Uniti non avrebbero potuto garantire la sua sicurezza in Venezuela e che, se non avesse desistito, avrebbe rischiato di perdere il sostegno di Trump.

Per Machado è importante mantenerlo perché solo gli Stati Uniti, che hanno grande influenza sul governo di Rodríguez, possono condizionare i tempi di una transizione di potere – a oggi inesistente – e fare pressioni affinché siano convocate nuove elezioni, a cui Machado parteciperebbe. A questo stesso scopo, Machado aveva regalato a Trump la medaglia del Nobel per la Pace che le era stato conferito nel 2025, e a cui notoriamente aspirava pure lui.

La presidente ad interim Delcy Rodríguez con il ministro dell'Interno, Diosdado Cabello, durante una conferenza stampa, il 2 luglio a Caracas

La presidente ad interim Delcy Rodríguez con il ministro dell’Interno, Diosdado Cabello, durante una conferenza stampa, il 2 luglio a Caracas (AP Photo/Pedro Mattey)

Il 27 giugno il segretario di Stato statunitense Marco Rubio ha parlato con Machado, sostenendo che gli Stati Uniti non avrebbero provato a fermarla ma ribadendole che non era il momento opportuno per tornare in Venezuela. Il giorno dopo Machado ci ha provato una seconda volta, cercando di imbarcarsi su un volo commerciale da Panama, dove è stata altre volte negli scorsi mesi. La compagnia aerea (Copa Airlines) però glielo ha impedito, temendo ritorsioni dal governo venezuelano.

A quel punto Machado ha girato il video, in cui accusa il regime di aver chiuso lo spazio aereo, tacendo sul ruolo avuto dagli Stati Uniti nella vicenda.

L’amministrazione Trump, alla fine, ha mantenuto un ruolo ambiguo. Da un lato vuole tenersi buona Machado, per potere orchestrare i tempi dell’eventuale transizione, dall’altro intende proteggere i suoi interessi in Venezuela. Il 26 giugno, secondo il Wall Street Journal, Trump ha parlato al telefono con la presidente Rodríguez, intimandole di non arrestare Machado qualora davvero tornasse.

A quel punto Rodríguez dovrebbe scegliere se tollerare la propria principale avversaria, in nome dell’unità nazionale dopo il terremoto, oppure se fermarla, attirandosi critiche internazionali e rischiando la crisi che gli Stati Uniti vorrebbero evitare.

– Leggi anche: Il regime venezuelano sta politicizzando il terremoto