A Milano è pieno di candidati per delle primarie che non ci sono
Né il centrodestra né il centrosinistra hanno ancora deciso se farle, in vista delle elezioni del 2027, e molti ci hanno visto un'occasione

A Milano c’è un grande affollamento di candidature per le prossime elezioni comunali, che saranno nella primavera del 2027: per ora ci sono almeno dodici aspiranti sindaci o sindache nel centrodestra e almeno dieci nel centrosinistra, tra quelli che si sono fatti avanti formalmente e quelli che ancora non lo hanno detto in via ufficiale, ma su cui ci sono conferme attendibili.
La cosa singolare è che tutte queste persone vogliono candidarsi alle primarie, cioè elezioni interne alla coalizione per decidere un unico candidato da sostenere: né il centrosinistra né il centrodestra però hanno detto di volerle organizzare e anzi, fino a poco tempo fa era tutt’altro che scontato. Ma l’incapacità dei partiti di mettersi d’accordo su un singolo candidato, e proprio tutte queste autocandidature, stanno in parte creando le condizioni perché le primarie si facciano davvero. Questo caos ha delle ragioni.
Nel centrosinistra l’attuale sindaco Beppe Sala non può ricandidarsi perché è al suo secondo mandato. Dopo di lui è rimasto un po’ un vuoto, in cui si stanno cercando di infilare in molti. Sala non fa parte di alcun partito italiano, nonostante sia vicino al PD, e in questi anni non ha creato un progetto politico solido che raccogliesse l’eredità della sua lista civica (che si chiamava “lista Sala”). Tra le persone della sua giunta nessuno sembra avere il seguito per poterlo rimpiazzare, e d’altra parte lui stesso ha detto che non appoggerà «nessun candidato alle primarie, anche se ci saranno persone che hanno lavorato con me».
In effetti ci sono due membri della giunta che hanno detto di volersi candidare. Una è Anna Scavuzzo, del PD, vicesindaca di Sala in entrambi i mandati: lo aveva detto a gennaio, ma da allora si è esposta poco. L’altro è l’assessore al Bilancio, al Demanio e al Piano casa Emmanuel Conte, che lo ha fatto a fine giugno in modo un po’ ambiguo con un’intervista al Corriere della Sera.
Il problema di entrambi è che non è una buona idea proporsi in continuità con il lavoro di Sala, che negli ultimi due anni è diventato sempre più impopolare per diverse questioni: la percezione diffusa che la città sia poco sicura, le inchieste sull’urbanistica e la vendita dello stadio di San Siro, tra le altre cose.

Anna Scavuzzo e Giuseppe Sala in consiglio comunale (Foto Claudio Furlan/LaPresse)
Sono gli stessi motivi per cui il centrodestra pensa di avere delle possibilità nella prossima tornata elettorale, dopo tre sconfitte consecutive e quindi anni di amministrazione del centrosinistra. Lo sanno anche i candidati di centrosinistra, che infatti stanno cercando di mostrarsi distanti dal lavoro di Sala, anche contestando la sua gestione più o meno direttamente.
Alla fine di giugno nel centrosinistra si è candidato anche Lorenzo Pacini, del PD, che ha un buon seguito sui social network e a Milano fa già il consigliere di municipio (cioè di una delle nove circoscrizioni in cui è diviso il territorio cittadino: Pacini lavora in quello del centro, il numero 1). Da diversi mesi aveva iniziato a fare campagna più o meno esplicitamente, creando intorno a sé il movimento “la rivoluzione di Milano” e insistendo molto sul tema della disparità sociale e sulla necessità di redistribuire le ricchezze e tassare le persone più ricche. Si propone come il candidato con la proposta più di sinistra alle primarie.
Si è candidato a fine giugno anche Tommaso Goisis, 36enne che ha lavorato alcuni anni per il comune e nello staff di due ex assessori, ma noto soprattutto per il suo attivismo con l’associazione “Sai che puoi?”, che ha fatto diverse campagne in città per la mobilità sostenibile (tra le più famose ci fu l’esteso censimento delle auto in divieto di sosta del 2024). Goisis ha organizzato una specie di comizio davanti a qualche centinaio di persone, per chiedere le primarie del centrosinistra e avviare la sua campagna elettorale. Non fa parte di alcun partito.
Sempre nel PD, anche se lui non lo ha detto ufficialmente, è data per scontata la candidatura di Pierfrancesco Majorino, capogruppo del partito in regione ma con una storia lunghissima anche in consiglio comunale. Da settimane ha iniziato una serie di “100 incontri” di ascolto nei vari quartieri della città, per incontrare persone e parlarci.
Non fa parte del PD, ma è considerato un candidato in quota PD, il giornalista Mario Calabresi, ex direttore di Repubblica e La Stampa e attuale direttore di Chora Media. Anche su di lui non c’è niente di ufficiale, ma diverse fonti a lui vicine confermano l’intenzione a candidarsi. Molto dipenderà anche da quanta parte del PD deciderà di sostenerlo.
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Tra gli altri partiti del centrosinistra, diverse fonti confermano l’intenzione a candidarsi in quota Alleanza Verdi e Sinistra di Carlotta Cossutta, docente di Filosofia politica all’Università Statale, attivista del movimento femminista Nonunadimeno e nipote dello storico esponente del Partito Comunista Armando Cossutta.
In questo disordine, il coordinatore regionale del PD Alessandro Capelli ha scritto in una nota che nelle prossime settimane il partito discuterà in modo un po’ più concreto di primarie per evitare che diventino «una corrida o un talent show senza regole». A settembre poi verrà presentato un progetto su come organizzarle e con quali criteri. Dipende tutto dal PD perché in città è di gran lunga il partito più forte della coalizione.
Nel centrodestra invece l’affollamento dipende dall’incapacità di mettersi d’accordo non solo sul candidato, ma anche sul tipo di candidato (meglio un moderato, magari esterno ai partiti, o un politico più esperto?) e su come sceglierlo.
In modo un po’ inaspettato la Lega sta facendo pressioni per fare le primarie, ma sarebbe la prima volta per la coalizione. Il partito si sta muovendo da solo: il 20 e il 21 giugno, durante un evento propagandistico in città (la “gazebata”), aveva organizzato delle sue primarie interne informali, ufficialmente per «chiedere ai cittadini quali sono le priorità per la città», aveva detto il leader Matteo Salvini.
Questa operazione informale non può essere presa troppo sul serio perché non c’è stata trasparenza nel processo di voto e nel conteggio, e i risultati dichiarati dal partito hanno confermato ciò che si sapeva già da prima: la Lega aveva organizzato l’evento per rinforzare un po’ la leadership di Salvini in un momento difficile, e poi per far emergere il nome della consigliera comunale Silvia Sardone, che dopo l’esito ha detto di essere «a disposizione» per le primarie di coalizione (di fatto un modo per farsi avanti senza infastidire troppo i partiti alleati).
Chi si oppone strenuamente alle primarie è il presidente del Senato Ignazio La Russa, di Fratelli d’Italia, che di recente è intervenuto spesso e in modo anche invasivo sulla politica milanese. Oltre a essersi esposto su varie questioni cittadine (di cui di solito un presidente del Senato non si occupa, come la pista ciclabile in corso Buenos Aires, una delle vie principali di Milano), si è occupato parecchio di politica. All’inizio di giugno aveva addirittura partecipato come spettatore a una seduta del consiglio comunale e aveva screditato la giunta chiedendo elezioni anticipate. Alla fine di giugno aveva ospitato a casa sua una cena tra i leader regionali dei partiti di centrodestra per cominciare a cercare un accordo sul candidato.
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La Russa sta insistendo soprattutto su Maurizio Lupi, leader di Noi Moderati, il più piccolo partito della coalizione. Lupi ha una lunga storia in partiti di centro e piace proprio per questo: fa parte di un governo molto spostato a destra, ma potrebbe essere percepito come un moderato, cosa che a Milano è storicamente apprezzata. Tra le altre cose il figlio di La Russa, Lorenzo Cocis (anche lui di FdI), sta lavorando per candidarsi in consiglio comunale, dopo che nell’ultimo mandato ha fatto il consigliere di municipio.

Ignazio La Russa e Maurizio Lupi (Foto Alessandro Cimma/Lapresse)
Forza Italia invece dice di volere un candidato civico: un moderato che possa essere apprezzato anche da chi finora ha votato per il centrosinistra ma ne è rimasto deluso. In un’intervista a Radio24 Antonio Tajani, il leader del partito nazionale e ministro degli Esteri, ha detto che le primarie a Milano sarebbero delle «chiacchiere» da lasciar perdere, perché «saranno i vertici a decidere il miglior candidato possibile».
Tra chi si è esposto pubblicamente c’è Pietro Tatarella, ex consigliere comunale proprio di Forza Italia, che ha detto di volersi candidare senza chiarire se a eventuali primarie o indipendentemente da queste. Di Tatarella si era molto parlato nel 2019, quando si dimise dopo essere stato coinvolto in un’inchiesta su un presunto giro di tangenti che coinvolgeva politici e imprenditori in Lombardia. Venne assolto sia in primo che in secondo grado dopo quattro mesi di carcere.
E poi, un po’ a sorpresa, ha detto di volersi candidare anche Luca Bernardo, pediatra e capogruppo in consiglio comunale. Bernardo era stato il candidato del centrodestra che nel 2021 sfidò Beppe Sala perdendo clamorosamente. Era considerato da tutti un candidato di ripiego, scelto all’ultimo momento nella consapevolezza che il centrodestra non aveva speranze di vittoria. Fu protagonista di una polemica memorabile per il fatto che ammise di aver portato con sé una pistola in ospedale, più volte.
Ora, dice, le cose andrebbero in modo diverso per via dell’esperienza fatta in questi anni in consiglio comunale. In un’intervista al Corriere ha detto di non credere nelle primarie e che bisognerebbe sbrigarsi, «per evitare un Bernardo II».
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