La Lega non tiene più

L'ultima riunione dei dirigenti piena di contrasti e tensioni potrebbe essere il punto di non ritorno per il partito di Matteo Salvini

Matteo Salvini in un intervento alla scuola di formazione politica della Lega, 17 maggio 2026 (Mauro Scrobogna / LaPresse)
Matteo Salvini in un intervento alla scuola di formazione politica della Lega, 17 maggio 2026 (Mauro Scrobogna / LaPresse)
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Da mesi i dirigenti della Lega si interrogano con una certa angoscia sul futuro del loro partito, in costante calo di consensi, sempre meno decisivo nel governo, sempre più in crisi nel presidio territoriale. La leadership di Matteo Salvini è considerata da anni piuttosto debole, e alcune vicende recenti – come quelle che hanno portato all’uscita di Roberto Vannacci – hanno aumentato la percezione di un leader con scarsa visione strategica, poco acume tattico, e una scarsa capacità di controllare il suo stesso movimento.

– Leggi anche: Vannacci è meglio avercelo come amico o come nemico?

Tuttavia, per antica tradizione, per un insegnamento che deriva dall’esperienza di Umberto Bossi, la Lega resta un partito estremamente gerarchico, difficilmente scalabile, per certi versi incapace di mettere davvero in discussione il proprio segretario federale se non quando la situazione è totalmente compromessa. E ora che la crisi del partito appare irreversibile, non a caso si sta cercando un modo per rilanciarne l’azione, riformarne la struttura, senza costringere Salvini a dimettersi, anche perché in questa fase nessuno dei dirigenti più autorevoli pare disposto a sfidarlo apertamente con l’intenzione di prenderne il posto.

È così che nelle ultime settimane ha preso consistenza un’ipotesi di cui si parlava da parecchio tempo: l’idea di costituire una sorta di Lega Nord dentro la Lega per Salvini Premier (il nome che si è dato il partito a livello nazionale), cioè una branca della Lega che, pur facendo formalmente capo al partito, goda di una certa autonomia nel gestire le questioni territoriali di diretta competenza, cioè quelle delle regioni settentrionali. Il modello a cui ci si ispira è quello del principale partito di centrodestra tedesco, la CDU, che ha un partito fratello in Baviera, la CSU. Ma il paragone è sempre stato evocato in modo un po’ sbrigativo.

In Germania, CDU e CSU sono per così dire “fratelli”, ma sono appunto due partiti: si muovono in sintonia su varie questioni nazionali e internazionali, ma poi hanno ciascuno una propria struttura, eleggono un proprio segretario, scelgono i propri candidati alle elezioni nazionali ed europee, pur coordinandosi tra loro. Nel caso della Lega, il progetto era un po’ diverso: non due partiti diversi, con due leader, ma un unico partito, la Lega di Salvini, appunto, con una sorta di nucleo nordista, un distaccamento affidato a un vicesegretario federale, che sarebbe dovuto essere l’ex presidente del Veneto Luca Zaia.

Luca Zaia con Giorgia Meloni e Matteo Salvini durante una cerimonia per le Olimpiadi di Milano Cortina, a Roma, il 5 dicembre 2025 (Gregorio Borgia/Ap Photo)

Non si è mai arrivati a discutere pubblicamente dei dettagli, anche perché l’idea è stata subito osteggiata da molti dirigenti vicini a Salvini. Lo stesso Zaia, che molte volte si è sottratto alle sfide più dure nel partito, rifiutandosi di assumere la guida di operazioni ostili a Salvini anche quando in tanti nel partito glielo suggerivano, aveva confidato ad alcuni suoi colleghi leghisti che aveva molti dubbi. Dal suo punto di vista, questa divisione di compiti e di poteri avrebbe dovuto essere concreta e ben definita: insomma, lui non avrebbe accettato un incarico di facciata, perché ciò avrebbe significato intestarsi pure lui la responsabilità di una gestione fallimentare del partito.

D’altro canto, come aveva detto ai suoi interlocutori più fidati, difficilmente Salvini avrebbe accettato di cedergli davvero la responsabilità del nord.

Di tutto questo si sarebbe dovuto discutere durante il Consiglio federale, il più importante organo direttivo della Lega, convocato a Roma mercoledì pomeriggio. Ma in effetti, alla vigilia s’era capito che Salvini non avrebbe posto formalmente l’argomento all’ordine del giorno, ritenendo evidentemente che non ci fossero le condizioni per un confronto costruttivo. Tra i dirigenti più vicini all’attuale vicepresidente del Consiglio, quasi tutti legati al nuovo corso salviniano, cioè al progetto di una Lega più nazionalista e meno concentrata sugli interessi della Padania, erano quasi tutti contrari al progetto della cosiddetta “doppia Lega”.

I più critici erano il laziale Claudio Durigon, sottosegretario al Lavoro e vicesegretario federale del partito, il senatore mantovano Andrea Paganella, l’ex sottosegretario ai Trasporti Armando Siri, ligure, il senatore leccese Roberto Marti. Ma si erano mostrati molto scettici anche il deputato Andrea Crippa, o l’europarlamentare toscana Susanna Ceccardi. Secondo Crippa, che è lombardo di Monza, «non esistono interessi del nord che non siano anche interessi nazionali, e viceversa»: una posizione che spiega come a contare è soprattutto la maggiore o minore vicinanza a Salvini dei vari dirigenti.

E così, mercoledì, dopo un rapido confronto sulle questioni relative al bilancio del partito, il Consiglio federale s’è prolungato per quasi quattro ore: sono state ore di accalorate discussioni sui problemi della Lega. Tra i primi a intervenire c’è stato Massimiliano Romeo, segretario della Lega lombarda e capogruppo in Senato: ha esordito parlando di «un partito che ha perso credibilità, un leader che ha un’immagine appannata», e di una crisi che può essere affrontata solo se Salvini va al ministero dell’Interno, subito. Questa idea è stata subito accolta e riproposta anche da vari dirigenti storici del partito, tra cui i presidenti della Lombardia, Attilio Fontana, e del Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga.

Giancarlo Giorgetti, ministro dell’Economia, ha concordato, aggiungendo peraltro un commento piuttosto velenoso nei confronti dell’attuale ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi: ha detto che, quando Piantedosi parla in Consiglio dei ministri, lui neppure lo capisce.

Piantedosi è in realtà un prefetto che è stato molto vicino a Salvini: ne era il capo di gabinetto quando Salvini era ministro dell’Interno, tra il 2018 e il 2019. Quando è stato scelto da Giorgia Meloni per il ruolo che ha oggi, nell’ottobre del 2022, Salvini lo rivendicò di fatto come un ministro leghista. Poi però tra i due ci sono state varie incomprensioni: in parte legate al fatto che Piantedosi ha cercato e ottenuto una sua autonomia politica, in parte legate proprio alle continue rimostranze leghiste e al ricorrente desiderio di Salvini di tornare al ministero dell’Interno.

Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi alla Camera, il 10 giugno 2026 (Mauro Scrobogna/LaPresse)

Stavolta la richiesta pare più concreta rispetto al passato. Fedriga, che ha un buon rapporto con Meloni, si è fatto carico, durante il Consiglio federale, di avanzare la proposta alla presidente del Consiglio. Riccardo Molinari, capogruppo alla Camera, ha suggerito una possibile mediazione: Salvini come nuovo ministro dell’Interno in cambio del sostegno della Lega alla legge elettorale nella forma fortemente voluta da Meloni, che però non conviene granché alla Lega.

Sarebbe comunque un’operazione delicata: sostituire il ministro dell’Interno, cioè uno dei ministri più importanti, e contemporaneamente anche il ministro dei Trasporti, cioè l’incarico che ha oggi Salvini, significherebbe di fatto far nascere un nuovo governo, ed è una cosa a cui Meloni si è sempre mostrata molto contraria.

La discussione al Consiglio federale però è andata avanti. Prima in tanti hanno lamentato l’eccessiva subalternità della Lega a Meloni stessa, e il fatto che troppe proposte di Salvini siano state accantonate. Poi è nato un litigio tutto interno al partito.

Dopo che Romeo ha ribadito la necessità di far valere di più le ragioni del nord produttivo, Alberto Stefani, presidente del Veneto, ha detto di essere disposto a lasciare il suo incarico di vicesegretario federale per agevolare la nomina di Zaia. Marti è intervenuto con toni molto critici verso l’eccessivo «nordismo» di tanti dirigenti settentrionali. Anche Siri ha accusato i presidenti di regione del nord di non valorizzare mai sui giornali i risultati ottenuti dalla Lega a Roma, e contestato loro il fatto che fossero troppo nostalgici della vecchia Lega Nord (cioè il nome del partito prima che Salvini ne diventasse leader).

Zaia lo ha interrotto, chiedendogli se facesse l’ideologo (ma qualcuno, nella riunione, ha capito «teologo», e ne sono seguiti risa e sberleffi). Siri ha rivendicato di essere stato l’ideatore della flat tax, Fedriga a quel punto gli ha detto che Zaia è uno che porta milioni di voti al partito: «Tu invece cosa porti?». Allora Siri se l’è presa anche con Giorgetti, colpevole di adottare una politica finanziaria troppo restrittiva, che deprime le proposte di Salvini. Il presidente lombardo Fontana è intervenuto con durezza («Siri, ma cosa dici?») e poi ha lasciato bruscamente la riunione.

Si è parlato anche di Roberto Vannacci, che a febbraio è uscito dalla Lega per fondare il suo partito Futuro Nazionale. Fedriga ha detto che troppi leghisti sbagliano a «rincorrere il generale». Ceccardi ha ribattuto che è semmai il contrario: è Vannacci, secondo lei, a riproporre temi e toni utilizzati già molti anni fa dagli esponenti più radicali della Lega – come Mario Borghezio, oggi in Futuro Nazionale, e Giancarlo Gentilini – sul tema dei migranti e della sicurezza. Salvini ha invitato a non dare troppa importanza a Vannacci.

Ceccardi ha insistito dicendo che Vannacci «è l’elefante nella stanza», e che bisogna sfidarlo: del resto, ha proseguito Ceccardi, la Lega vanta ministri e amministratori locali, e non può dunque temere uno come Vannacci che, quando fa riunioni coi suoi dirigenti di partito, si ritrova circondato da «minus habens» (cioè incapaci).

Il Consiglio federale si è concluso senza deliberare nulla di concreto, e una nuova riunione è stata convocata per mercoledì prossimo. L’impressione di molti dei presenti, però, è che si sia arrivati a un punto di tensione insostenibile, e che la tenuta stessa del partito, così com’è oggi, non può più essere data per scontata.