A cosa serve aumentare i tassi di interesse

Le banche centrali lo fanno per contrastare l'inflazione, con un meccanismo rodato ma molto impopolare per gli effetti sui mutui e sull'economia

La presidente della Banca Centrale Europea Christine Lagarde (AP Photo/Michael Probst)
La presidente della Banca Centrale Europea Christine Lagarde (AP Photo/Michael Probst)
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Le banche centrali stanno cominciando di nuovo ad alzare i tassi di interesse di riferimento, cosa che a catena farà salire quelli dei mutui e dei prestiti. Lo fanno per tentare di contrastare l’aumento dell’inflazione, cioè la maggiore intensità con cui stanno di nuovo crescendo i prezzi a causa della guerra in Medio Oriente. L’interruzione del commercio di energia dai paesi del golfo Persico ha fatto aumentare il prezzo di petrolio, carburanti e gas naturale, e questo di conseguenza ha provocato un aumento maggiore del costo della vita.

L’azione delle banche centrali è ora volta a evitare che il rincaro dell’energia possa trasmettersi agli altri settori dell’economia: l’energia serve a produrre e a trasportare qualunque cosa, e i prezzi di praticamente tutto rischiano di salire a cascata. Ma cosa c’entrano i tassi di interesse?

La gestione dei tassi di interesse è lo strumento principale per mettere in moto una serie di tendenze che infine arrivano a incidere sull’andamento dei prezzi.

I tassi di interesse sono il prezzo che si paga per prendere in prestito soldi: li applicano le banche sui mutui per comprare casa, sui prestiti alle imprese che vogliono comprare un nuovo macchinario, o anche le società finanziarie che fanno pagare a rate l’acquisto di una macchina o di un elettrodomestico. La decisione su quale tasso applicare non è arbitraria, ma segue il livello dei tassi di interesse di mercato, che è influenzato a sua volta dai tassi di riferimento delle banche centrali.

Senza entrare troppo nei dettagli tecnici con cui avviene questa trasmissione: se le banche centrali decidono un aumento dei tassi, i tassi di mercato salgono a loro volta; se ne decidono una riduzione, si vedrà un calo anche nei tassi applicati dalle banche comuni.

Le banche centrali sono le istituzioni finanziarie pubbliche che emettono monete e banconote, e a cui fanno capo tutte le decisioni di politica monetaria. Ce n’è una per ogni paese o area che condivide la stessa valuta: i paesi che adottano l’euro (che fanno parte della cosiddetta “Eurozona”) hanno la Banca Centrale Europea, gli Stati Uniti la Federal Reserve, il Regno Unito la Banca d’Inghilterra e così via. Le banche centrali moderne hanno come obiettivo la stabilità dei prezzi, dunque intervengono qualora i prezzi crescano troppo o troppo poco: in economia si ritiene che una crescita sana dei prezzi sia intorno al 2 per cento, non troppo elevata da mettere in difficoltà le persone e le aziende e neanche troppo bassa, a indicare un’economia ferma. La BCE ha l’obiettivo del 2 per cento proprio nel suo statuto.

L’edificio della Banca Centrale Europea, a Francoforte, il 30 dicembre 2025 (Alex Kraus/Bloomberg)

Quando le banche centrali fanno salire i tassi di interesse di riferimento l’obiettivo è far aumentare di conseguenza quelli dei mutui e dei prestiti decisi dalle banche comuni. Con tassi più alti, gli investimenti e i consumi diventano meno convenienti: per esempio, diventa più costoso chiedere un mutuo per comprare una casa, un prestito per comprare un’auto, o un finanziamento per aprire una nuova impresa. Il risultato è che spesso consumatori e imprenditori rimandano gli investimenti, provocando così un rallentamento dell’economia e dunque una diminuzione dell’inflazione: si compra meno, si investe meno, e i prezzi crescono di meno.

L’esempio più facile per comprendere il meccanismo è il mercato immobiliare. Semplificando all’estremo: se prendere mutui diventa più oneroso, sempre meno persone comprano case, dunque sempre meno proprietari si rivolgono alle imprese di ristrutturazioni, c’è meno bisogno di operai per i lavori, la disoccupazione aumenta, le persone spendono sempre di meno. Tutto questo frena l’economia. In una condizione di questo tipo è evidente che chi vuole vendere qualcosa, che sia una casa o anche un prodotto da supermercato, si troverà costretto ad abbassare i prezzi o al massimo a smettere di chiedere sempre di più. In questo modo l’aumento dei prezzi si ferma.

Annunci immobiliari a Roma (Mauro Scrobogna/LaPresse)

Sebbene l’aumento dei tassi di interesse sia la misura che si è dimostrata più efficace nel contrastare l’inflazione, è un provvedimento molto impopolare. In un momento in cui già persone e aziende sono in difficoltà per l’aumento dei prezzi, si rende più oneroso anche il credito. Il rincaro dei mutui, che peraltro è già in corso da mesi, è una conseguenza mal tollerata sia da chi deve comprare casa e si trova a farlo in condizioni peggiori, sia da chi ha un mutuo a tasso variabile, la cui rata segue l’andamento dei tassi di mercato.

I rialzi dei tassi di interesse sono molto criticati anche dalla politica per l’effetto di far rallentare la crescita economica: se l’economia va male, i governi perdono consensi, anche se non è responsabilità loro. Per evitare che i governi influenzino le banche centrali, nelle economie moderne questi istituti sono indipendenti, ossia non possono essere messi sotto controllo dalla politica: il rischio altrimenti è che, in nome di una crescita senza limiti voluta dalla politica, i cittadini siano costretti a fare i conti con un costo della vita insostenibile.

In più l’aumento dei tassi di interesse è una misura rischiosa, perché le banche centrali si barcamenano in un equilibrio molto delicato: devono alzare i tassi di interesse quanto basta per fermare l’aumento dei prezzi, cioè per frenare l’economia senza mandarla in recessione.

È un risultato difficile da raggiungere, perché gli effetti dell’aumento dei tassi si vedono di solito dopo mesi, e non ci sono indicatori affidabili e tempestivi per prevedere come andranno le cose. Rispetto all’ultima occasione in cui le banche centrali hanno aumentato i tassi di interesse – nel 2022 per placare l’aumento dei prezzi innescato dalla pandemia e dalla guerra in Ucraina – oggi l’equilibrio è ancora più difficile.

Un uomo fa la spesa in un supermercato di Torino, nel 2025 (Stefano Guidi/Getty Images)

Il mondo sta affrontando la seconda crisi inflazionistica in quattro anni, quando l’economia deve ancora in una certa misura riprendersi dalla prima. In alcuni paesi europei, tra cui l’Italia, i redditi non hanno recuperato il potere d’acquisto di prima: significa che tuttora le persone possono comprare e fare meno cose di prima coi loro redditi, e che nei fatti sono più povere. L’economia cresce molto meno rispetto al 2022, dunque un rialzo dei tassi di interesse può portare velocemente a una depressione dell’economia: è comunque un rischio che le banche centrali devono per forza correre, perché un aumento troppo forte dei prezzi genera iniquità e distorsioni.

Le cose sono poi complicate dal fatto che i prezzi aumentano per la crisi energetica, e non a causa del classico andamento dell’inflazione, che semplificando all’osso sarebbe questo: l’economia cresce tanto, le persone e le aziende comprano molto e tutte insieme, non ci sono beni e servizi per tutti, e i prezzi salgono. In questo momento l’economia è in una situazione diversa: la crescita è bassa, e l’inflazione è dovuta a cause esterne, una combinazione che gli economisti chiamano in gergo “stagflazione”.

In questa condizione i classici strumenti di politica monetaria funzionano meno. L’aumento dei tassi non ha infatti il potere di fermare il rincaro dei prodotti energetici, un obiettivo che si potrebbe raggiungere solo risolvendo il problema all’origine: con la fine della guerra in Medio Oriente, la riapertura dello stretto di Hormuz e dunque la ripresa regolare del commercio di petrolio, carburanti e gas naturale dal Golfo. L’aumento dei tassi ha però il potere di agire sul resto dell’economia, e di evitare che i prezzi aumentino troppo anche negli altri settori.