L’operazione di Intesa Sanpaolo per prendersi MPS, spiegata
Coinvolge diversi altri soggetti, da Unipol a Generali, mentre ne lascia fuori uno di una certa rilevanza, e per delle ragioni

Lunedì Intesa Sanpaolo ha fatto un’offerta per comprare MPS, ex Monte dei Paschi di Siena. Potrebbe sembrare una notizia tra le tante che popolano le pagine economiche dei quotidiani, e invece è una di quelle che finisce nelle prime pagine, e che anzi fa il titolo di apertura. Le ragioni sono molte: i soggetti coinvolti, che sono molti; l’importo totale dell’operazione, 30,6 miliardi di euro; e il fatto che, se l’operazione andasse a buon fine, cambierebbe profondamente il settore bancario, ancora una volta dopo le grandi acquisizioni tra istituti degli ultimi due anni, note come “risiko bancario”.
La potenziale acquirente è la seconda banca italiana per valore ma probabilmente la più influente di tutte. E la potenziale comprata è una banca dalla storia travagliata che nell’ultimo anno e mezzo si era resa protagonista di un’operazione clamorosa, quella che l’aveva portata a comprare la più prestigiosa banca d’affari italiana, Mediobanca. In mezzo ci sono altre grandi istituzioni finanziarie, tra cui la grande compagnia assicurativa Generali, ma anche Unipol, BPER e Banco BPM. Un altro aspetto significativo dell’operazione, poi, è chi lascia fuori: Unicredit, la prima banca italiana, a cui Intesa vuole ora togliere il primato.
L’offerta di Intesa Sanpaolo è così alta non tanto per MPS in sé, ma per via della sua recente acquisizione di Mediobanca. Mediobanca è desiderata da anni da diversi investitori italiani, non solo per il suo valore e la sua storia nel capitalismo italiano, ma soprattutto perché possiede il 13 per cento delle azioni di Generali, di cui è l’azionista più rilevante. Generali è a sua volta allettante sia perché è uno dei gruppi assicurativi europei di maggior successo, capace di garantire grandi guadagni agli azionisti, sia per il suo cospicuo patrimonio immobiliare.
Con l’annuncio dell’offerta per MPS, Intesa Sanpaolo ha detto di aver comprato anche una quota del 3 per cento in Generali tramite strumenti derivati, cioè non acquistando le azioni subito ma promettendo di farlo in un secondo momento: molto probabilmente con l’obiettivo di avere una posizione più forte in caso di successo dell’operazione. Con l’acquisizione del gruppo MPS-Mediobanca, Intesa diventerebbe infatti primo azionista di Generali con il 16 per cento.
La quota di Mediobanca in Generali era anche la ragione per cui MPS l’aveva comprata: l’operazione fu promossa in particolare da due soci, le potenti famiglie di imprenditori Del Vecchio e Caltagirone, che puntavano da tempo al controllo di Mediobanca per arrivare a Generali, e che ora rischiano di vedere compromesso il loro progetto.
L’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo Carlo Messina ha smentito che l’operazione su MPS abbia come obiettivo la conquista e il controllo “politico” di Generali, come quello che vorrebbero ottenere i Del Vecchio e i Caltagirone. «A me quello che interessa è l’utile netto di Generali e che questo cresca», ha detto, e ha escluso l’intenzione sia di interferire con la gestione dell’azienda sia di voler aumentare ulteriormente la partecipazione, qualora dovesse effettivamente riuscire l’acquisizione di MPS.
Che però il controllo di Generali sia effettivamente uno degli obiettivi dell’operazione si capisce da come è stata costruita.

L’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo Carlo Messina durante la conferenza stampa sull’offerta per comprare MPS, l’8 giugno 2026 (Claudio Furlan/LaPresse)
Per evitare che l’Antitrust la bloccasse in quanto potenzialmente dannosa per la concorrenza del settore, Intesa si è accordata per cedere parte del gruppo MPS-Mediobanca alla compagnia assicurativa Unipol, che fa parte del gruppo BPER: le cederebbe il marchio MPS, gran parte delle sue attività e 635 filiali, ma si terrebbe Mediobanca con la sua partecipazione in Generali.
Tuttavia, Generali da sola non giustifica un’operazione di questa portata. Ci sono altre ragioni industriali. Per esempio, domenica Banco BPM aveva offerto a MPS una fusione alla pari: l’offerta di Intesa è arrivata lunedì mattina già molto più definita di quella di Banco BPM e soprattutto con molti miliardi in più per i soci, che sono poi in fin dei conti coloro che devono decidere a chi vendere le loro azioni. Una delle ragioni era quindi sbaragliare la concorrenza di Banco BPM.
C’è poi il tentativo di Intesa Sanpaolo di scalzare Unicredit dalla posizione di prima banca italiana, e riprendersi così il ruolo storico di leader del settore.
Unicredit aveva superato Intesa a maggio del 2025, quando la sua capitalizzazione di borsa era arrivata a 88,5 miliardi di euro, contro gli 87 di Intesa. La capitalizzazione è la somma del valore di tutte le azioni di una società in circolazione, ed è quindi un indicatore sintetico di quanto vale nel complesso l’azienda.
Da allora il distacco si è allargato e oggi Unicredit vale 107 miliardi di euro, contro i 97 di Intesa: il valore di mercato di Unicredit è aumentato non tanto perché nel frattempo l’azienda è cresciuta, ma soprattutto perché è stato spinto dall’intraprendenza della banca in diverse operazioni di acquisto, come quella su Banco BPM, fallita perché il governo italiano si è messo in mezzo in modo un po’ pretestuoso, e sulla banca tedesca Commerzbank, ancora in corso.
In questi anni di grande fermento del “risiko bancario”, Intesa Sanpaolo era stata invece in disparte a osservare, suscitando curiosità tra gli esperti.
Se ora Intesa Sanpaolo riuscisse a comprare MPS il suo valore crescerebbe del corrispettivo dell’operazione, 30 miliardi, e arriverebbe così a 127 miliardi di euro di capitalizzazione: tornerebbe a essere la prima banca italiana e diventerebbe la seconda banca europea per valore. Non solo: vendendo buona parte di MPS a Unipol, che controlla il gruppo bancario BPER, lo stesso gruppo BPER diventerebbe la seconda banca italiana dopo Intesa non per valore ma per dimensione delle attività gestite.
Non è solo una questione di classifica, ma di potere di mercato. Se l’operazione riuscisse, nella concorrenza sul mercato italiano Unicredit sarebbe superata da due banche più grandi e che possono attrarre più clienti, attraverso un numero maggiore di sportelli.
L’obiettivo di Intesa potrebbe essere anche da ultimo tentare di spingere Unicredit verso il mercato europeo, ridimensionando così i suoi interessi in Italia. Unicredit è già una banca più orientata all’estero: potrebbe decidere di rafforzare questa sua propensione nella competizione con Intesa, e accelerare la conclusione dell’acquisizione di Commerzbank, che procede a fatica per l’opposizione politica del governo tedesco.
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