I centri per migranti in Albania, fino a qui e d’ora in poi
In questi quasi due anni sono stati quasi inutili, ma con le nuove norme europee le cose potrebbero cambiare

Dopo molti mesi in cui era rimasto semivuoto, da qualche tempo uno dei due centri per i migranti costruiti dal governo italiano in Albania ha cominciato in parte a riempirsi. Mercoledì 10 giugno in quello di Gjader c’era una settantina di uomini detenuti: si trovano tutti nella parte adibita a CPR, sigla che sta per “centro di permanenza per il rimpatrio” e indica i luoghi in cui vengono detenute le persone a cui non viene riconosciuto il diritto di restare in Italia, in attesa di essere espulse. Questa parte del centro di Gjader ha 144 posti, rispetto agli oltre mille complessivi.
L’altro centro, che è a Shengjin e dovrebbe servire a una prima identificazione dei migranti trasferiti in Albania, è ancora inutilizzato.
Il governo spera però di poter usare presto i centri in Albania per lo scopo per cui li aveva realizzati: portarci i migranti soccorsi in mare che provengono dai paesi cosiddetti “sicuri”, cioè quelli in cui secondo il governo e l’Unione Europea la situazione interna non giustifica la fuga e la richiesta di asilo in altri paesi, e che possono quindi essere indirizzati verso una «procedura accelerata» di esame della richiesta di asilo. È un tipo di procedura in cui la valutazione delle richieste viene fatta in tempi molto più rapidi rispetto ai diversi mesi o anni che invece ci vogliono normalmente, ed è pensata per essere fatta direttamente alla frontiera o in luoghi di transito (spesso in modo sommario).
Finora non è stato possibile farlo perché i tribunali competenti non hanno convalidato i trattenimenti dei migranti, ritenendo che le persone portate a Gjader non provenissero da paesi sicuri. Ora però stanno per entrare in vigore alcune norme europee sulla migrazione e sull’accoglienza che potrebbero facilitare l’uso dei centri in Albania.
Potrebbero, perché le cose sono più complesse di così: è vero che ultimamente l’Unione Europea si è mostrata favorevole al progetto dell’Italia e sta adottando misure per renderlo applicabile, ma non è detto che le decisioni delle istituzioni europee sul tema siano conformi al diritto internazionale ed europeo.
I centri in Albania erano stati resi operativi a ottobre del 2024. Quello di Gjader è più grande ed è suddiviso in tre parti: c’è il centro di trattenimento da 880 posti, poi c’è quella per il CPR e infine un piccolo carcere con una ventina di posti. Quello di Shengjin non ha una capienza fissa perché è pensato per gestire il flusso di persone dopo lo sbarco, per la prima identificazione prima del trasferimento a Gjader.
A marzo del 2025 il governo aveva approvato un decreto in cui si stabiliva che il centro di Gjader potesse essere usato come un qualsiasi altro CPR italiano: era anche un modo per cominciare a usare i centri in qualche modo, anche solo parzialmente, dopo un periodo di molte polemiche sullo spreco di soldi pubblici per un’iniziativa molto pubblicizzata ma fino a quel momento inutile.

Attivisti protestano fuori dal centro per migranti a Gjader, in Albania, 1 novembre 2025 (EPA/MALTON DIBRA/ANSA)
Secondo Fratelli d’Italia, il partito della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che ad aprile ha visitato il centro con una propria delegazione, in un anno nel CPR di Gjader sono transitate 536 persone. Ufficialmente non si sa quante ne siano state rimpatriate, perché il ministero dell’Interno non dà questa informazione: il “Tavolo Asilo e Immigrazione”, un gruppo di associazioni per la difesa dei diritti dei migranti che ha appena mandato in Albania alcuni suoi rappresentanti, ha stimato che finora siano state rimpatriate circa 90 persone tra quelle che erano a Gjader, in tutti i casi dopo essere state riportate in Italia.
I CPR italiani sono spesso carenti nell’adempiere alla loro principale funzione, cioè i rimpatri: nel 2025 solo un quarto delle persone transitate nei CPR sono state effettivamente rimpatriate, nella gran parte dei casi per la mancanza di accordi tra l’Italia e i paesi d’origine in cui le persone dovrebbero tornare.
Nei CPR italiani sono documentate da tempo condizioni di detenzione degradanti, e quello di Gjader non fa eccezione. Altreconomia ha riferito il contenuto del registro dei cosiddetti “eventi critici” di Medihospes, la cooperativa che gestisce i centri in Albania: nei primi due mesi in cui aveva iniziato a essere utilizzato solo come CPR, a Gjader ce n’erano stati 54, la maggior parte dei quali erano atti di autolesionismo, tentati suicidi e poi proteste delle persone detenute.
Con i centri in Albania il governo italiano ha cercato di promuovere un nuovo modello di gestione delle persone migranti che arrivano in Europa: inizialmente non sembrava avere avuto particolare seguito, ma negli ultimi mesi le istituzioni europee hanno approvato provvedimenti che cercano di eliminare molti ostacoli legali che impedivano all’Italia di usare i centri in Albania. Soprattutto, sta aprendo alla possibilità che altri paesi facciano lo stesso. È un atteggiamento in linea con un generale spostamento a destra delle istituzioni europee sulla migrazione.
L’esempio più recente è l’accordo fatto il primo giugno da Parlamento europeo, Consiglio dell’Unione europea e Commissione europea per aggiornare le norme sui rimpatri degli stranieri senza documenti che si trovano nel territorio dell’Unione, ferme al 2008. Il nuovo regolamento consentirà ai paesi europei di creare centri di detenzione sia dentro sia fuori dal territorio europeo, in cui trasferire persone straniere che non hanno i documenti in regola.
Le persone straniere senza documenti potranno quindi finire in paesi terzi, cioè fuori dall’Unione Europea, con cui l’Unione abbia fatto degli accordi, in attesa di essere rimpatriate. La proposta deve ancora essere approvata dal Parlamento e dal Consiglio, ma entrambi i voti sono considerati una formalità.
Dal 12 giugno inoltre entreranno in vigore nuove norme sull’accoglienza dei richiedenti asilo che dovrebbero permettere di ritenere giuridicamente “sicuri” più paesi rispetto a quanto succede ora, superando così le obiezioni dei giudici sul trattenimento dei migranti nei centri in Albania e facilitandone l’utilizzo. Sono ovviamente norme molto problematiche per le persone migranti, perché tra questi paesi ce ne sono diversi in cui non sono garantite basilari libertà democratiche, o in cui alcune minoranze sono perseguitate.
Il Consiglio dei ministri ha già approvato un decreto-legge per adottare alcune di queste nuove norme europee: tra le altre cose, prevede che durante la domanda d’asilo una persona possa stare per un certo periodo in quella che viene definita una “zona di transito”. Questa definizione è stata interpretata come un’abilitazione dei centri in Albania, anche se il ministero non li ha nominati esplicitamente. Per ora si è limitato a dire che le nuove regole europee creano un contesto più favorevole all’utilizzo dei centri per com’erano stati pensati all’inizio.
C’è però una zona grigia a livello giuridico, che riguarda proprio la definizione di “zona di transito”, e se l’Albania possa essere considerata tale. Andreina De Leo, ricercatrice di diritto internazionale e della migrazione che collabora con l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (ASGI), dice che per capirlo bisognerà aspettare due importanti sentenze della Corte di giustizia dell’Unione europea attese verso la fine dell’estate: in estrema sintesi, dovranno stabilire anche se il diritto europeo possa essere applicato al di fuori del territorio fisico dell’Unione europea, e quindi se l’Albania possa essere considerata una “zona di transito”.



