Come è stata affossata per l’ennesima volta una legge sul fine vita

La discussione è stata continuamente ritardata con estenuanti passaggi parlamentari, e anche con l'ostruzionismo di un illustre scienziato

di Alessandra Pellegrini De Luca

(Roberto Monaldo/LaPresse)
(Roberto Monaldo/LaPresse)
Caricamento player

Anche questo parlamento, come tutti i precedenti, non approverà una legge sul cosiddetto “fine vita”, il modo in cui vengono chiamate le questioni e le scelte legate al periodo immediatamente precedente alla morte. Lo si è saputo con certezza questa settimana, con il rinvio alle commissioni Giustizia e Affari sociali del Senato dell’ultima proposta di legge sul tema, portata avanti dal senatore del PD Alfredo Bazoli.

Il rinvio può sembrare un tecnicismo: significa che la proposta è stata inviata alle commissioni per essere di nuovo esaminata, prima di una nuova discussione in aula (le commissioni sono l’organo del parlamento che si occupa proprio di analizzare e modificare le proposte di legge prima che vengano votate dalle aule del parlamento). Ma nella pratica era un modo per affossare la proposta, visto che alla fine della legislatura manca poco più di un anno: tra rinvio in commissione, discussione, emendamenti ed eventuale discussione alla Camera, è praticamente impossibile che un’eventuale approvazione finale arrivi prima delle prossime elezioni politiche. Soprattutto, è evidente che non c’è la volontà politica di farlo.

Questa proposta era arrivata in aula per essere votata, ed è già un’eccezione: in Italia quasi tutte le proposte di legge sul fine vita si sono arenate dopo essere state presentate, a volte senza nemmeno essere discusse. L’ennesimo rinvio prolunga un vuoto normativo che esiste da molti anni, nonostante la Corte costituzionale abbia invitato diverse volte il parlamento ad approvare una legge.

La proposta di Bazoli comprende norme sul suicido assistito e sulle cure palliative, quelle da usare su pazienti affetti da malattie inguaribili. L’immobilismo del parlamento riguarda soprattutto il suicidio assistito. È la pratica con cui una persona può autosomministrarsi un farmaco per morire: in Italia è legale non perché ci sia una legge, che appunto non è mai stata approvata, ma grazie a una sentenza della Corte costituzionale del 2019, che depenalizzò il suicidio assistito e chiarì a quali condizioni potesse avvenire.

La sentenza però non stabilisce modi, tempi, criteri di gestione e presa in carico delle singole richieste, e una legge dovrebbe servire proprio per questo: dal 2019 a oggi questo vuoto normativo ha portato diverse persone a morire prima di poter accedere alla pratica, dopo sofferenze intense; altre a intraprendere lunghe controversie legali, e altre ancora a scegliere di andare a morire all’estero, con tutte le complicazioni del caso.

I partiti, sia di destra che di sinistra, sono da sempre molto restii a esporsi su questo tema, percepito come divisivo e quindi politicamente sconveniente, in un paese molto influenzato dal conservatorismo cattolico (generalmente contrario al suicidio assistito).

– Leggi anche: Senza una legge sul fine vita

Anche la precedente proposta di legge sul fine vita, presentata sempre da Bazoli nel 2022, venne affossata in modo simile. In quel caso fu approvata alla Camera e trasmessa al Senato, dove restò senza arrivare al voto perché poi finì la legislatura. Eletto senatore alle elezioni del 2022, Bazoli la ripresentò al Senato, dove si è fermata con questo rinvio in commissione. Nel frattempo il governo ha proposto un suo disegno di legge sul fine vita, molto peggiorativo rispetto ai gradi di libertà e scelta garantiti dalla sentenza della Corte costituzionale (lo avevamo spiegato qui).

Una raccolta firme per chiedere maggiore libertà di scelta sul fine vita (ANSA/DANIELE CAROTTI)

Bazoli descrive il tentativo di portare una proposta di legge sul fine vita all’approvazione in parlamento come «una corsa a ostacoli»: nel suo caso sono state organizzate un centinaio di audizioni, sono stati sistematicamente proposti emendamenti che rendevano la norma incompatibile con quanto previsto dalla sentenza della Corte costituzionale, e sono state altrettanto sistematicamente rimandate le sedute delle commissioni competenti (l’ultima volta per sette mesi).

Per evitare che la proposta di legge restasse in commissione senza mai arrivare al voto, Bazoli racconta di aver «preteso» un voto in aula sulla proposta, per inviarla eventualmente alla Camera e procedere così con l’iter necessario a una sua possibile approvazione definitiva. È stato proprio in occasione di quel voto che la maggioranza ha proposto di votare sulla questione sospensiva (la procedura con cui si rinvia la discussione o la votazione su una proposta).

Secondo Bazoli la procedura del rinvio in commissione era l’unica con cui la maggioranza poteva assicurarsi che la proposta di legge non passasse, perché la questione sospensiva non prevede il voto segreto, a differenza di un eventuale voto in aula per approvare la legge.

Sulle questioni etiche come quella del fine vita, infatti, è normalmente prevista la votazione a scrutinio segreto, una procedura che non consente di conoscere come abbia votato il singolo parlamentare. Significa che, nonostante le indicazioni di partito, esiste una ampia libertà per i senatori, e che al momento decisivo del voto in aula – a cui si era finalmente arrivati – avrebbero potuto esserci sorprese.

In questo caso, il voto segreto avrebbe reso più probabile un voto favorevole alla proposta da parte di diversi esponenti della maggioranza che fanno parte di partiti che di recente, e tardivamente, si sono mostrati più aperti e possibilisti sull’approvazione di una legge sul suicidio assistito. In particolare Forza Italia: già nel 2022 sette deputati di Forza Italia votarono a favore della proposta di legge di Bazoli, e da allora la posizione del partito è diventata ancora più possibilista. Anche da parte della Lega sono state espresse posizioni più aperte, anche se finora non in parlamento ma a livello regionale.

L’idea, in altre parole, è evitare che la maggioranza si divida proprio sul fine vita.

A tutto questo si sono aggiunte altre forme di ostruzionismo, sempre durante l’esame della proposta in parlamento. La più notevole è quella di Andrea Lenzi, il presidente del CNR, il più importante ente pubblico che si occupa di ricerca. Lenzi è una persona molto influente e in più occasioni è stato relatore al Meeting di Rimini, la riunione annuale del movimento cattolico conservatore Comunione e Liberazione.

In una nota trasmessa alla commissione Affari sociali che stava esaminando la proposta, Lenzi ha sostenuto che non esista un dispositivo conforme alle norme europee che permette a un paziente completamente paralizzato di somministrarsi un farmaco letale in maniera autonoma, e di non essere a conoscenza di studi o sperimentazioni per costruirlo. È una posizione ripresa anche da Rocco Bellantone, presidente dell’Istituto superiore della sanità, in questo caso durante un’audizione in Senato. Entrambi i pareri, espressi da due persone influenti e qualificate, hanno contribuito a far sembrare un’eventuale attuazione della legge complicata, per via della presunta mancanza di strumenti, e quindi, secondo l’opposizione, a favorirne il rinvio.

Sia Bazoli che altri senatori e senatrici – Sandra Zampa del PD e Ivan Scalfarotto di Italia Viva – hanno accusato più o meno esplicitamente sia Lenzi che Bellantone di aver mentito, fornendo alla maggioranza un altro pretesto per rinviare ancora una volta il voto sulla legge.

L’accusa è legata al fatto che fu proprio il CNR diretto da Lenzi – non per sua iniziativa ma su ordine del tribunale di Firenze – a costruire un macchinario che permetteva a una persona paralizzata di somministrarsi un farmaco per morire in maniera autonoma, attraverso un puntatore oculare: è stato il caso di “Libera”, nome di fantasia di una donna di 55 anni affetta da sclerosi multipla e paralizzata dal collo in giù. Libera è morta a fine marzo proprio grazie a questo macchinario, dopo una trafila giudiziaria di oltre due anni.

Già ai tempi della costruzione del dispositivo Lenzi ne rallentò la realizzazione e la conseguente consegna: tra le altre cose chiese al ministero della Salute, cioè al governo, una «preventiva autorizzazione» sulla costruzione del dispositivo, nonostante al CNR, un ente pubblico, fosse stato ordinato di costruirlo da un tribunale.

– Leggi anche: La Corte costituzionale sta scrivendo una legge al posto del parlamento