Come le forze dell’ordine dovrebbero immobilizzare una persona

Le linee guida del ministero dell'Interno raccomandano di non tenere a lungo la posizione a pancia in giù, quella in cui è morto Abderrahim Fakir a Bologna

Un fermoimmagine in cui si vede Abderrahim Fakir, morto dopo essere stato immobilizzato dagli agenti a Bologna
Un fermoimmagine in cui si vede Abderrahim Fakir, morto dopo essere stato immobilizzato dagli agenti a Bologna
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La morte di Abderrahim Fakir, avvenuta domenica a Bologna mentre due poliziotti lo tenevano fermo a terra per immobilizzarlo, ha riportato l’attenzione sui rischi dell’uso della forza durante gli interventi che coinvolgono persone in stato di agitazione, e sulle regole che poliziotti e carabinieri dovrebbero seguire. In passato casi simili avevano contribuito ad avviare un dibattito sulla necessità di formare meglio le forze dell’ordine e avevano portato il ministero dell’Interno a definire linee guida più chiare, diffuse a maggio.

Nel video che mostra la morte di Fakir, girato dall’alto da un residente e diffuso dalla famiglia, si vede l’uomo con due poliziotti sulla schiena e sulle gambe e un’altra persona che gli blocca le caviglie. Per più di due minuti si sente l’uomo gridare e chiedere aiuto, poi i lamenti si fermano e Fakir smette di muoversi, mentre gli agenti gli stringono fascette a polsi e caviglie. Il fratello ha detto ai giornalisti che gli agenti hanno usato dello spray urticante. Quando l’operazione finisce, un poliziotto si accorge che l’uomo non reagisce più e gli dà due colpi sulla guancia, senza ottenere risposta. Un soccorritore si avvicina circa 30 secondi dopo, il corpo viene girato su un fianco, ma Fakir non dà più segni di vita.

Non è chiaro se Fakir avesse problemi di salute: alcuni conoscenti arrivati sul posto hanno detto che era cardiopatico e soffriva d’asma, ma solo l’autopsia potrà chiarire le cause della morte e le conseguenze dell’intervento dei poliziotti. La sorella ha accusato la polizia di «averlo ammazzato»: «Se uno è agitato tu lo devi calmare, non ammazzarlo sotto il sole».

Riportare alla calma una persona in stato di agitazione è una delle prime regole previste nelle linee guida “per la gestione delle persone non collaborative”, diffuse dal ministero dell’Interno all’inizio di maggio. Il documento, trasmesso ai sindacati per avviare un confronto prima dell’approvazione definitiva, condensa e perfeziona le regole contenute nei documenti precedenti che le forze dell’ordine sono tenute a rispettare durante le operazioni di polizia.

Le linee guida definiscono «persone non collaborative» una categoria molto ampia, che comprende sia chi si oppone o rifiuta di rispettare regole e ordini, sia individui «fragili, psichiatrici o con disagi psicologici», sia chi agisce sotto effetto di sostanze stupefacenti o alcol.

Il documento indica tutti i passaggi da seguire. Si va da un primo approccio basato sulla comunicazione e sul dialogo fino, nei casi più estremi, al possibile utilizzo di armi da fuoco. La prima cosa che un agente deve fare è mantenere le distanze, cercare di parlare alla persona in modo calmo, chiamarla per nome, evitando atteggiamenti provocatori, in attesa dell’arrivo degli operatori sanitari. Il primo obiettivo è far rientrare la situazione senza usare la forza.

Se questo approccio non basta e la persona continua con comportamenti violenti verso sé o gli altri, gli agenti possono usare gli strumenti in dotazione, ma seguendo un criterio di gradualità, dal meno lesivo al più lesivo. Il documento elenca nell’ordine la forza muscolare, le manette, le fascette in velcro, lo spray al peperoncino, lo sfollagente, il taser e infine l’arma da fuoco, da usare solo quando ogni altro mezzo è insufficiente e c’è un pericolo grave per la vita. Ogni passaggio deve rispettare i principi di necessità, proporzionalità e gradualità: la forza usata deve servire soltanto a superare la resistenza e solo per il tempo necessario.

Sull’immobilizzazione a terra il documento dà indicazioni precise. Quando è necessario bloccare a terra una persona che non collabora, gli agenti devono ammanettarla e poi metterla subito in posizione supina, cioè girarla a pancia in su. Il contenimento fisico va limitato «al tempo necessario e mantenuto per il minor tempo possibile», e deve servire solo a bloccare la persona per mettere le manette, non a tenerla ferma più a lungo. Le linee guida raccomandano anche di dividersi i compiti tra operatori prima di avvicinarsi e di non stringere troppo le manette, perché una costrizione eccessiva può aumentare l’agitazione.

Soprattutto, se durante il contenimento la persona mostra segni di malessere, la presa va allentata «immediatamente»: la persona va messa su un fianco, bisogna verificare che respiri regolarmente e chiamare i sanitari.

Nel documento si fa anche un riferimento esplicito ai rischi legati alla posizione prona, quella a cui i poliziotti hanno sottoposto Fakir per diversi minuti: «Non va prolungata la posizione di decubito prono e la compressione del torace, per i rischi che possono provocarsi al sistema cardiaco e agli organi respiratori». Già nel 2003 il Comitato europeo per la prevenzione della tortura, un organismo del Consiglio d’Europa, aveva avvertito che immobilizzare una persona a terra a faccia in giù, esercitando pressione su varie parti del corpo mentre oppone resistenza, comporta un rischio di asfissia.

Già prima della morte di Fakir, le tecniche di immobilizzazione delle forze dell’ordine e le regole da seguire durante gli interventi di polizia erano tornate al centro dell’attenzione per una sentenza della CEDU, la Corte europea dei diritti dell’uomo, che a gennaio aveva condannato l’Italia per la morte di Riccardo Magherini, avvenuta a Firenze nella notte tra il 2 e il 3 marzo 2014.

Magherini, che all’epoca aveva 39 anni, era morto durante un intervento dei carabinieri dopo essere stato ammanettato e tenuto a faccia in giù per circa venti minuti, anche dopo che aveva smesso di muoversi e parlare. I medici legali avevano individuato la causa della morte in una combinazione di tre cause: l’intossicazione acuta da cocaina, lo sforzo per liberarsi e la posizione prona in cui era stato tenuto.

I carabinieri coinvolti erano stati condannati in primo grado e in appello, ma la Corte di Cassazione li aveva assolti definitivamente nel 2018, ritenendo che non potessero prevedere le conseguenze letali del loro intervento. La CEDU non ha rimesso in discussione la sentenza definitiva, ma ha condannato lo Stato italiano che all’epoca non aveva regole adeguate. La circolare in vigore nel 2014, quando Magherini morì, spiegava come ammanettare una persona a terra a faccia in giù, ma non diceva nulla sui rischi di quella posizione. Secondo la Corte quindi lo Stato non aveva fornito né istruzioni chiare né una formazione adeguata sull’uso di tecniche potenzialmente letali.

Da anni i sindacati di polizia chiedono più formazione per gli agenti, spesso poco preparati ad affrontare situazioni molto concitate in cui le regole e la teoria rischiano di essere superate dall’istinto. In una lettera di maggio il Silp, sindacato dei lavoratori di polizia legato alla Cgil, ha scritto al ministero che le nuove linee guida diffuse non aiutano in nessun modo a riconoscere i comportamenti di persone con problemi di salute mentale. Secondo il sindacato, dare agli agenti gli strumenti per riconoscere questi segnali è essenziale per riportare la calma prima che la situazione degeneri, e in questo modo proteggere sia la persona sia i poliziotti.