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  • Mercoledì 3 giugno 2026

Il primo ministro ungherese contro le «marionette di Orbán»

Péter Magyar definisce così le persone nelle istituzioni ancora fedeli al suo predecessore: per rimuoverle è pronto a tutto, forse troppo

Péter Magyar, 29 maggio 2026 (AP Photo/Virginia Mayo)
Péter Magyar, 29 maggio 2026 (AP Photo/Virginia Mayo)
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Poco meno di due mesi dopo la sua vittoria elettorale, il primo ministro dell’Ungheria Péter Magyar sta cercando di eliminare quello che resta del governo semiautoritario del suo predecessore di estrema destra Viktor Orbán. Lo sta facendo in maniera energica, grazie a una maggioranza parlamentare di oltre i due terzi che gli consente di cambiare la Costituzione del paese, ma anche in modo controverso.

Il caso più recente riguarda il presidente della Repubblica Tamás Sulyok, che è stato nominato nel 2024, è un forte alleato di Orbán e in quanto tale potrebbe ostacolare le riforme promesse da Magyar. Per questo il primo ministro gli sta chiedendo di dimettersi, e ha minacciato di usare la sua maggioranza parlamentare per rimuoverlo forzatamente, se sarà necessario.

Rimuovere Sulyok è un obiettivo fondamentale per Magyar. In Ungheria, un po’ come in Italia, il presidente della Repubblica ha un ruolo in gran parte formale, ma comunque importante. In particolar modo può porre il veto sulle leggi già approvate dal parlamento, rallentando o annullando il percorso legislativo.

Sulyok è un avvocato e prima di essere nominato presidente era relativamente sconosciuto. Negli ultimi due anni ha più volte difeso Orbán e e il suo partito Fidesz, e non è intervenuto quando il governo dell’ex primo ministro danneggiava progressivamente le garanzie democratiche dell’Ungheria.

– Leggi anche: L’Ungheria di Viktor Orbán

Fin dal primo giorno dopo la vittoria alle elezioni, Magyar ha cominciato a chiedere a Sulyok di dimettersi spontaneamente, sostenendo che non rappresentasse più l’unità della nazione. Sulyok si è sempre rifiutato, e lunedì Magyar ha cominciato a minacciarne la rimozione forzata. Non è chiaro come questa potrebbe avvenire: secondo la Costituzione ungherese, il presidente può essere rimosso solo con un processo simile all’impeachment, e solo a seguito di una violazione grave della legge o della Costituzione stessa.

Le accuse che Magyar rivolge a Sulyok non riguardano però reati o violazioni particolari, ma atti di grave partigianeria commessi a favore di Orbán e del suo partito. Tra le altre cose, Sulyok ha evitato di intervenire durante alcuni dei grossi scandali recenti del governo di Orbán, ha espresso posizioni filorusse, non ha fatto richiami ufficiali per i toni violenti e degradanti usati da Fidesz nell’ultima campagna elettorale. Secondo Magyar, queste accuse sarebbero sufficienti per stabilire che Sulyok «ha tradito la Repubblica d’Ungheria» e che la dignità della carica di presidente può essere ripristinata soltanto cacciando quella che lui definisce una «marionetta di Orbán».

Tamás Sulyok e Péter Magyar, 9 maggio 2026 (AP Photo/Denes Erdos)

Tamás Sulyok, 9 maggio 2026 (AP Photo/Denes Erdos)

Magyar ha i numeri in parlamento per rimuovere Sulyok (servono i due terzi) ma questo provocherebbe con ogni probabilità una crisi costituzionale con esiti potenzialmente imprevisti. Fidesz, inoltre, sta già rivolgendo a Magyar le accuse di autoritarismo che Magyar faceva a Orbán, e sostiene che la rimozione del presidente della Repubblica senza reati o violazioni palesi sia un atto illegale.

Magyar però non si vuole fermare al presidente della Repubblica. Fin dalla campagna elettorale ha pubblicato un elenco di quelle che lui definisce le «marionette di Orbán» da rimuovere, cioè persone fedeli al vecchio governo piazzate in posti di grande influenza all’interno delle istituzioni soltanto per la loro lealtà. Sono: il procuratore capo, tutta la Corte costituzionale, il presidente della Corte suprema (che in Ungheria si chiama Curia), il presidente dell’autorità per le telecomunicazioni e vari altri.

Anche in questo caso Magyar ha chiesto loro di dimettersi spontaneamente, e se non lo faranno ha minacciato di usare la sua maggioranza parlamentare contro di loro. La rimozione di molte di queste personalità potrebbe provocare crisi costituzionali o comunque indebolire la fiducia dell’elettorato ungherese nelle riforme democratiche del nuovo governo.

L’unico importante funzionario nominato da Orbán con cui Magyar sembra andare d’accordo è Mihály Varga, il presidente della Banca centrale ungherese. In passato Varga si era opposto alle richieste di Orbán di abbassare i tassi d’interesse, e in generale Magyar ritiene che attaccare il presidente della Banca centrale sia potenzialmente rischioso per la stabilità dei mercati.

Tamás Sulyok e Péter Magyar, 12 maggio 2026 (AP Photo/Szilard Koszticsak)

Péter Magyar e Tamás Sulyok, 12 maggio 2026 (AP Photo/Szilard Koszticsak)

Magyar è un politico conservatore e un ex alleato di Orbán: è arrivato al potere promettendo di ripristinare lo stato di diritto indebolito da oltre 15 anni di autoritarismo di Orbán, di recuperare i rapporti con l’Unione Europea e di combattere la corruzione, anche se su altri temi, come per esempio il contrasto all’immigrazione irregolare, ha posizioni simili a quelle del suo predecessore.

Il principale ostacolo al suo governo è però la presenza di alleati di Orbán un po’ dappertutto nelle istituzioni e nella burocrazia dello Stato. Magyar ha anche davanti l’esempio negativo della Polonia, dove c’è stata una situazione simile: il primo ministro Donald Tusk ha vinto le elezioni nel 2023 mettendo fine a un lunghissimo governo semiautoritario del partito Diritto e Giustizia, ma non è riuscito a mettere in atto parte delle riforme promesse perché sistematicamente bloccato dagli alleati del vecchio regime presenti nelle istituzioni.

Di fatto, quindi, Magyar si trova in una situazione complicata, ben descritta a Politico da John Morijn, docente di diritto dell’Università di Groningen: «È molto difficile ripristinare lo stato di diritto senza violare la legge».

Nel frattempo, il governo ungherese è riuscito a sbloccare circa 16 miliardi di euro in fondi europei, che erano stati bloccati durante il governo di Orbán per le sue violazioni dello stato di diritto. Questo è un buon segnale per Magyar, anche se secondo il Financial Times i miliardi potrebbero essere più di quanti il paese è in grado di spenderne in pochi mesi.