I miei undici anni a processo per “Mafia Capitale”. Assolto

«All’epoca avevo poco più di quarant’anni e mia figlia era nata da un anno. Ero capogruppo in consiglio comunale per il PD. Quando iniziarono a uscire gli articoli sul mio coinvolgimento nell’inchiesta, non avevo ricevuto nemmeno un avviso di garanzia. Prima di riceverlo passarono quasi due anni»

Un particolare del tempio di Vespasiano ai Fori Imperiali (Getty Images)
Un particolare del tempio di Vespasiano ai Fori Imperiali (Getty Images)
Francesco D’Ausilio
Francesco D’Ausilio

Storico dell’alimentazione, è ricercatore e docente su temi legati al cibo e alla sostenibilità in programmi universitari internazionali. Nel 2013 fu eletto consigliere dell’Assemblea Capitolina di Roma e poi presidente del gruppo del PD. Dal 2015 ha abbandonato la politica attiva.

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Di quelle terribili settimane mi sono rimasti impressi due articoli di giornale, uno di Repubblica e l’altro del Corriere della Sera. Erano articoli di giornalisti molto noti che lasciavano trasparire, basandosi su stralci di intercettazioni di persone che parlavano di me, il profilo di un politico corrotto, di un criminale senza scrupoli, «dagli occhi di ghiaccio», tra «soldi, coca e affari». Giudizi lapidari, senza appello, non cronache di fatti circostanziati ma sentenze preventive.

D’altronde lo scalpore suscitato dall’inchiesta “Mafia Capitale”, a partire dal suo avvio nel dicembre 2014, era stato enorme, non tanto per la dimensione oggettiva delle contestazioni quanto per il fatto che la capitale d’Italia fosse – secondo i magistrati che indagavano – sotto scacco di gruppi criminali che, presidiando il territorio, avevano di fatto scalato l’amministrazione comunale attraverso la contiguità di politici locali. Da allora fiumi di articoli e ore di trasmissioni televisive, alimentate dalla costante diffusione di intercettazioni parziali e decontestualizzate, occuparono l’intero spazio del dibattito, precostituendo conclusioni molto prima che potessero farlo i giudici nei vari gradi di giudizio.

Infine, la sovrapposizione tra realtà criminale romana e narrazione editoriale e cinematografica contribuì a cristallizzare nell’opinione pubblica idee e verità parziali.

L’inchiesta inizialmente denominata “Mafia Capitale”, rinominata poi molto più modestamente “Mondo di Mezzo”, è uno dei casi più eclatanti di gogna mediatica, a causa dell’enorme divario tra l’impatto narrativo iniziale e l’esito processuale finale. La gogna iniziò col nome stesso dell’inchiesta. La scelta di definire un sistema di corruzione come “mafia” suscitò un’attenzione mediatica internazionale. Tuttavia la Corte di Cassazione nel giugno del 2020 escluse l’aggravante mafiosa, definendo il sistema come una serie di “semplici” associazioni finalizzate alla corruzione.

Ma torniamo alla mia storia. All’epoca avevo poco più di quarant’anni, mia figlia era nata da poco più di un anno. Ero stato per quindici mesi capogruppo in consiglio comunale per il Partito Democratico. Quando iniziarono a uscire gli articoli su di me e sul mio coinvolgimento nell’inchiesta, non avevo ricevuto nemmeno un avviso di garanzia. Passarono quasi due anni prima di ricevere un’informazione ufficiale da parte della procura, ma nel frattempo erano già state pubblicate decine di articoli inaccettabili, e quindi, dopo settimane di riflessioni, decisi di oppormi.

Lo feci dimettendomi autonomamente dal consiglio comunale, non solo per ritrovare serenità ma per tentare di riprendere il controllo della mia narrazione. E lo feci nonostante il lavoro che avevamo iniziato da poco a Roma, che aveva un enorme bisogno di essere risollevata.

Rammento bene lo stato in cui trovammo l’amministrazione comunale quando ci insediammo nel luglio del 2013, con Ignazio Marino sindaco e dopo i cinque anni di amministrazione di centrodestra guidata da Gianni Alemanno. La nostra fu una stagione breve, 2013-2015, poco più di due anni. Per me ancora meno.

Roma era una città sofferente e piegata dalla crisi economica internazionale, che aveva innescato una recessione prolungata proprio nei settori che per anni le avevano assicurato vitalità (l’edilizia, i servizi finanziari e quelli pubblici). L’amministrazione era strozzata dai debiti. La governance della città era inadeguata, con poteri e strumenti istituzionali frammentati, insufficienti per amministrare un territorio così esteso e complesso. Infine, la tenuta sociale della città era logorata da un modello insediativo dispersivo, che produceva costi collettivi che ricadevano maggiormente sui cittadini delle periferie. A Roma la qualità e la capacità della spesa pubblica, gestita da un personale amministrativo che si era assottigliato nel numero e nelle competenze, erano via via peggiorate.

Una foto pubblicata su Facebook dalla consigliera comunale Giulia Tempesta il 6 dicembre 2013: in basso con la giacca marrone c’è Francesco D’Ausilio, al centro il sindaco Ignazio Marino

Questi limiti a me parevano evidenti. Ineludibili. Per questa ragione, sin dall’inizio della consiliatura, da capogruppo avevo chiesto al sindaco di mettere a fuoco le scelte da adottare. Ma le mie sollecitazioni cadevano nel vuoto. Forse qualcosa di più. Registravo chiusura, voglia di non confrontarsi con la città, e mi pareva che, in fondo, secondo il sindaco le cose procedessero bene.

Sono stato tra i protagonisti di alcune scelte che tuttora rivendico, dalla gestione del piano di rientro dal debito del comune alla chiusura della discarica di Malagrotta, ai lavori della metro C, ma il punto era essenzialmente questo: la nostra amministrazione era impegnata per lo più nella gestione delle emergenze e dei numerosi dossier aperti in città da anni. Era, la nostra, un’amministrazione per reazione, che mostrava inadeguatezze e limiti. Ma anziché condividere e affrontare tali difficoltà, si preferiva dividere la politica dall’amministrazione, come se amministrare una città non fosse frutto di scelte politiche, che proprio la politica deve spiegare alle persone.

Forse non è un caso se lo slogan elettorale del sindaco recitava: «Non è politica, è Roma». Evidenziai questi problemi molto prima dello scoppio dell’inchiesta, non dopo. Lo feci nelle riunioni riservate, negli organismi dirigenti del partito e anche pubblicamente, attraverso un sondaggio sul gradimento dell’amministrazione che commissionai e che decisi di rendere pubblico, e che suscitò poi molto scalpore. Lo feci perché avvertivo la responsabilità delle aspettative verso di noi, dopo le felici stagioni di governo dal 1993 in poi, e soprattutto perché intravedevo i germi di una crisi nella città, generata da un’azione amministrativa debole, in un contesto difficile. E lo feci nell’interesse dell’amministrazione e del partito, fino a trarne le estreme conseguenze: le dimissioni da capogruppo.

Le parole che usai nel comunicato delle mie dimissioni e che ancora condivido erano:

«Questo gesto ha lo scopo di mettere tutti di fronte alle proprie responsabilità e aprire una fase nuova: tanti romani sono insoddisfatti di questa giunta e noi che ne siamo i principali azionisti abbiamo l’obbligo di lavorare affinché ci sia la capacità dell’amministrazione di rispondere ai problemi della città. Il rapporto con il sindaco è molto difficoltoso, e spero che il mio addio possa rimettere in moto alcuni processi».

I fatti che accaddero pochi mesi dopo, con lo scoppio dell’inchiesta, furono anche l’effetto di questa crisi latente e della somma delle debolezze che si erano saldate, abbattendosi sull’amministrazione. Sono certo che in altre stagioni di governo, quelle di Rutelli o di Veltroni, a questa slavina si sarebbe posto un freno, impedendo che la città e l’amministrazione ne fossero travolte. Se c’è stata una responsabilità, non è nel coinvolgimento di singole persone nell’inchiesta, ma nell’isolamento della politica, nel lasciare che le vicende giudiziarie prendessero il sopravvento. Sono convinto che se il partito avesse mostrato un atteggiamento diverso, l’insuccesso di quella stagione sarebbe stato meno grave, e non avrebbe aperto le porte a un’amministrazione oggi ritenuta fallimentare per la città, come quella dei 5 Stelle.

In questi anni ho pensato a lungo a quali interessi avessi calpestato, e quali poteri avessero potuto auspicare un mio coinvolgimento nell’inchiesta. Non pochi. Alcuni, peraltro, sono ancora oggi operosi in città. Ma ora la questione non è individuare i responsabili, bensì ristabilire i fatti, ricollegare la verità storica e quella processuale, che nel mio caso coincidono.

Da quando si cominciò a parlare di me sui giornali, per undici anni, non ho rilasciato alcuna intervista, non ho mai commentato o replicato nonostante le calunnie, sono rimasto in silenzio. Ho provato a tenere fede alla mia natura, scegliendo la compostezza e sperando che mi restituisse un po’ di serenità. Mi sono difeso dalle accuse nel processo, assistito dai miei legali Clara e Armando Veneto, che non finirò mai di ringraziare.

Mi trovai solo. Il gruppo dirigente del mio partito, la mia comunità politica che per tanti anni aveva riempito le mie giornate, praticamente scomparvero. Né messaggi, né telefonate. Me lo aspettavo? Ovviamente no. Ne ho sofferto. E mi sarei aspettato che le persone che mi conoscevano bene coltivassero almeno il dubbio che ciò che leggevano sui giornali potesse non essere vero. Invece mi sono rimasti accanto solamente pochi compagni di strada, alcuni amici veri: non era scontato neanche questo.

Ho resistito con le mie forze e con l’affetto e l’aiuto concreto della mia famiglia, e basta.

Questa esperienza mi ha fatto osservare le cose da una diversa prospettiva, anche rispetto al mio partito. Ho compreso che, quando si è immersi nella quotidianità, da dentro, si è preda di un cinismo che contribuisce a sfumare le cose, a pesare meno le posizioni, oltre che le parole. Cosa potevo aspettarmi, quindi, da una comunità politica che, all’indomani dell’avvio di un’inchiesta giudiziaria che lambiva alcuni suoi esponenti, reagiva gettando discredito su tutti, isolava gli indagati come appestati ed emetteva sentenze prima del tribunale?

La cronaca politica degli ultimi trent’anni è densa di episodi e comportamenti analoghi. La questione morale, sollevata periodicamente in occasione delle decine di casi che hanno visto in questi anni protagonisti sindaci, presidenti di regione, assessori e consiglieri, si è scontrata spesso con l’inconsistenza delle accuse e con esiti processuali che ne hanno ribaltato i presupposti. Rigore e trasparenza non ne hanno guadagnato, tutt’altro. Si è alimentato un clima di sfiducia, un cortocircuito che ha allontanato le persone. Col paradosso che invece quegli interessi, quelle clientele e il potere che si cela dietro a certe cordate politiche ne sono usciti perfino rafforzati.

– Leggi anche: Il giorno in cui nacque “la questione morale”

Cosa sarebbe dovuto accadere, allora? Sarebbe stato auspicabile separare le responsabilità giudiziarie, che sono individuali e peraltro allora ancora da accertare, da quelle politiche. Invece, le risposte adottate manifestarono debolezza (lo scioglimento del consiglio comunale dal notaio e il successivo commissariamento) e scarsa lungimiranza politica (la consegna del Campidoglio al Movimento 5 Stelle).

Questi errori sono più gravi perché al fallimento di un’esperienza amministrativa si è associata un’involuzione della propria cultura politica, il progressivo cedimento a una cultura giustizialista che ha legittimato richieste di sospensioni o dimissioni. Oggi nel Partito Democratico se qualcuno incappa in una vicenda giudiziaria, da indagato o imputato, viene preventivamente ritenuto responsabile e perfino colpevole. Si è accettato che la battaglia politica non si basasse sul confronto delle idee, ma si alimentasse con le insinuazioni, e talvolta con l’uso distorto delle inchieste giudiziarie.

Dicevamo che non ho parlato pubblicamente per undici anni: tanto è durata la mia vicenda giudiziaria. Con la mia famiglia abbiamo affrontato difficoltà e innumerevoli momenti di angoscia e sconforto. È stata una prova dura materialmente e psicologicamente. Non c’era alcuna possibilità di risolvere tutto e di non farsi divorare da una cosa che ingiustamente ti era caduta addosso. In queste circostanze talvolta non si rimane integri, intorno rischia di sfasciarsi tutto, la famiglia, il lavoro. Non c’è futuro possibile perché non ne sei più l’artefice esclusivo. Si vive in un clima di sospensione, in attesa che quella storia finisca, ma l’attesa dura anni, e quella storia diventa inestricabilmente parte di te. Non ti lascia mai, ti condiziona.

Ti chiedi: come finirà? Ne verrai fuori? Cosa pensano di te le persone che magari cercano su Google il tuo nome quando ti conoscono? Ti dispiace per la situazione e per il dolore che hai portato in famiglia, per la paura e l’incertezza in cui hai gettato i tuoi cari, per il discredito che trasferisci sui figli che portano il tuo stesso cognome. In altre parole, ti trovi alle prese con un macigno che si frappone fra te stesso e la tua vita, e che spesso non hai la possibilità di spostare.

A un certo punto ho capito di avere l’esigenza di darmi un’identità che nessuno potesse strapparmi di dosso. Nessun articolo di giornale, nessuna insinuazione. Mi sono rimesso a studiare, a scrivere. Ho pubblicato libri, articoli, ho fatto parte di reti internazionali di ricerca, ho insegnato. Sempre nel tentativo di andare avanti, di restituirmi un futuro possibile. Sono stato tenace ma sempre in attesa.

Quell’attesa è finita il 12 febbraio scorso. Dopo undici anni il tribunale di Roma mi ha assolto per non aver commesso il fatto. Mia figlia, che allora aveva un anno, oggi ne ha tredici. La verità è stata ristabilita. La vicenda giudiziaria non sarebbe nemmeno dovuta cominciare per quanto le accuse si siano dimostrate prive di riscontri, ma la macchina della giustizia non si è fermata, andando lenta non solo per via di lungaggini burocratiche ma anche per il continuo rinnovarsi del collegio giudicante. Tante cose non hanno funzionato. Non è degno di un paese civile, che i processi abbiano una durata così irragionevole. Oltre dieci anni per un primo grado di giudizio sono una follia. La vita delle persone non può essere affidata al caso.

Però non è vero che tutto è compromesso. Alla fine – sebbene troppo tardi – la giustizia ha prevalso. Gli stessi magistrati che avevano chiesto il mio rinvio a giudizio, nel dibattimento hanno avuto la coerenza di prendere atto dell’insussistenza delle prove, e alla fine hanno chiesto al tribunale la mia assoluzione con formula piena.

Dalla mia assoluzione sono trascorsi alcuni mesi. A volte ancora stento a credere che sia tutto finito, ma dentro di me si è riacceso qualcosa. Posso tornare a mostrare le cose belle che ho costruito in questi anni, in piena libertà, senza retropensieri, senza paura. Non trattengo più il fiato, torno a respirare pienamente.

In queste settimane ho ricevuto centinaia di messaggi e numerose attestazioni pubbliche anche da parte di chi era sparito in questi anni. Non tutto mi ha fatto piacere, ma tutto mi ha fatto riflettere. La rabbia è passata, ma l’amarezza resta. Per un’accusa infondata, in questi anni sono stato privato della possibilità di dare un contributo alla vita pubblica. Nessuno mi restituirà quello che ho perso e questo lungo e ingiusto tempo di sofferenza che mi è stato inferto.

Tra le cose più belle ci sono le mail di tante persone sconosciute che hanno letto della mia storia, alcune delle quali incorse in vicende giudiziarie più o meno analoghe che, immedesimandosi, mi hanno trasmesso la loro felicità per il mio epilogo. Mi sono sentito un po’ responsabile e fortunato. Per chi ha visto in me un esempio positivo di resistenza, che magari potrà essere di sostegno a qualcun altro in difficoltà, per chi è stato meno fortunato di me, e ha subito misure cautelari ed esiti processuali che ne hanno profondamente segnato la vita. Ora per me si è aperta una terza vita, come un amico mi ha scritto, una nuova possibilità.

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