1 1 X X X X X X 2 1 1 1
«La prima schedina del Totocalcio fu giocata il 5 maggio 1946, ottant’anni fa. Il mio primo lavoro è stato spuntare le schedine. Il meccanismo era semplice, meccanico e insieme ipnotico. Si mandava a memoria la sequenza come una poesia, e si cercavano i 12 e i 13. La sequenza continuava a girare in testa anche dopo, tornando a casa, nel dormiveglia»

Il primo lavoro pagato della mia vita – dico pagato, non fatto – è stato spuntare schedine del Totocalcio la domenica pomeriggio in uno stanzone al primo piano di un brutto palazzo di corso di Porta Vigentina, a Milano, quasi sui bastioni spagnoli. Con una matita copiativa. Avevo vent’anni, forse diciannove (comunque fine anni Sessanta). Pagavano abbastanza bene. L’ho quasi completamente rimosso, e non so bene perché.
(La matita copiativa, per chi non la conoscesse, è una matita che lascia un segno indelebile, quasi come l’inchiostro, e veniva usata per i documenti ufficiali, mentre oggi serve a votare. Aveva una mina violacea e tendeva a sbavare. Probabilmente la scelta non era casuale: le schedine erano documenti che potevano avere un grande valore – quasi cartamoneta – se la sequenza era giusta. Se facevi 13. Quasi).
«Se fo trèdes – dicevano in molti il sabato sera dal tabaccaio e ricevitoria sotto casa dove si compravano anche il sale e i fiammiferi – se fo trèdes gh’el disi a nissün». «Se fo trèdes me fo pü trouà e sciao». Non lo dico a nessuno, sparisco.
La prima schedina – si chiamava ancora “concorso pronostici SISAL”, il Totocalcio sarebbe arrivato dopo – fu giocata il 5 maggio 1946, ottant’anni fa spaccati. L’aveva ideata Massimo Della Pergola, giornalista triestino della Gazzetta dello Sport, epurato nel 1938 dal giornale perché ebreo e finito in un campo profughi in Svizzera, dove durante la guerra aveva elaborato l’idea insieme a due colleghi, Fabio Jegher e Geo Molo. Il che già dice qualcosa: le idee migliori vengono spesso a chi ha molto tempo a disposizione e non sta troppo comodo, anzi.
All’inizio erano dodici partite, non tredici – la tredicesima fu aggiunta solo il 21 gennaio 1951 (settantacinque anni e rotti fa) e quel formato rimase in vigore per oltre cinquant’anni, il che lo rende una delle consuetudini più stabili della storia repubblicana italiana, più stabile dei governi, della lira, delle botteghe, delle strade. Il costo era di 30 lire a schedina – il prezzo di un bicchiere di vermouth, diceva lo slogan: «Tentate la fortuna al prezzo di un vermouth».

L’inventore della Sisal, Massimo Della Pergola, in una ricevitoria di Milano nel 1973 (via Wikimedia)
Ne stamparono cinque milioni di copie, per una popolazione che allora contava circa 45 milioni di persone. Le giocate iniziali furono 34.423, segno che gli italiani del 1946 avevano altre cose per la testa, il che è anche comprensibile. Le schedine avanzate – quattro milioni e novecentosessantaseimila – furono distribuite ai barbieri perché ci pulissero i rasoi. Ah, il risparmio! E la schedina era rosa.
Rosa come la Gazzetta dello Sport, rosa come la maglia del leader del Giro d’Italia. Chi ebbe l’idea del rosa? La Gazzetta medesima, che nel 1909 aveva organizzato il primo Giro, ed era stampata da sempre su carta rosa (fu una scelta economica, sembra, perché la carta colorata costava meno di quella bianca). La maglia rosa al primo in classifica arrivò solo nel 1931, per iniziativa del giornale stesso, che si stampava su quella carta lì e non ne aveva un’altra. Il rosa dunque non fu una scelta: fu una conseguenza. Come spesso accade con le cose che poi diventano tradizioni.

E già che ci siamo: rosa, e celeberrimi, erano anche i Gronchi rosa, i francobolli con la cartina dell’America del Sud con i confini sbagliati del Perù – stampati nel 1961 durante la presidenza e il viaggio di Giovanni Gronchi in America Latina e ritirati quasi subito, il che li rese immediatamente preziosi. Una decina di anni prima di spuntare schedine in corso Porta Vigentina, ero compagno di scuola del pronipote di Gronchi, ora che ci ripenso. Mi accompagnava da scuola a casa – abitavamo entrambi a Porta Romana –, con l’autista non so se del padre o del nonno, ma di sicuro su una Mercedes 190 grigia.
Le dodici partite della prima schedina erano, nell’ordine: Inter-Juventus, Torino-Milan, Bari-Napoli, Pro Livorno-Roma dalla Divisione Nazionale; Padova-Vigevano e Cremonese-Alessandria dalla Serie B-C Alta Italia; Como-Genoa, Sampierdarenese-Sestrese, Legnano-Novara, Bologna-Piacenza, Cesena-Modena e Venezia-Mantova dalla Coppa Alta Italia. Più due partite di riserva: Trento-Verona e Seregno-Biellese. La sequenza vincente fu: 1, 1, X, X, X, X, X, X, 2, 1, 1, 1. Sei X di fila nel mezzo, un risultato che oggi farebbe gridare al complotto, ma che il 5 maggio 1946 rappresentò per la prima volta i risultati di una domenica di calcio italiano.
Il primo vincitore si chiamava Emilio Biasotti, impiegato. Centrò tutte e dodici le partite vincendo 462.846 lire, quasi l’intero montepremi, che era di 463.146 lire. Lo stipendio di un operaio oscillava allora tra le 11.000 e le 13.000 lire al mese: Biasotti si era portato a casa quasi quattro anni di paga.
Noi non compilavamo. Noi spuntavamo le schedine compilate dagli scommettitori.
Il meccanismo era semplice, meccanico e insieme ipnotico. Ci comunicavano ed esponevano su un grande cartello la sequenza vincente. Si sfogliavano velocemente le schedine a mano, una per una, segnando con la matita copiativa almeno 3 caselle sbagliate con un tratto continuo. Le schedine che di errori ne avevano due, uno o nessuno venivano consegnate ai responsabili per il controllo successivo.
Quanto alla sequenza, quella vera – quella che determinava se qualcuno aveva vinto o no, e se la mia serata sarebbe finita alle sette o alle undici – era una cosa del tipo: 1, 1, X, 2, 1, X, 1, 2, X, 1, 2, X, 2. Tredici simboli. Per essere più veloci la si mandava a memoria come una poesia e, come una poesia, continuava a girare in testa anche dopo, tornando a casa, nel dormiveglia. Lo stanzone, tipo palestra, era pieno di studenti, pensionati e disoccupati – mi ricordo solo uomini –, categorie che hanno in comune il tempo libero e la disponibilità a fare cose ripetitive in cambio di qualcosa che non è abbastanza, ma è meglio di niente. Lo stanzone si trovava al civico 52, angolo via Crivelli, un edificio della fine degli anni Cinquanta, oggi demolito e ricostruito non meglio del precedente.
La durata della serata dipendeva dai risultati (più o meno facilmente prevedibili). Se il campionato aveva riservato sorprese – e nel calcio italiano degli anni Sessanta le sorprese non mancavano – i vincitori erano pochi, le schedine da esaminare fino in fondo ancora meno, e si finiva alle sette, le sette e mezzo di sera, in tempo per la cena. Se invece i risultati erano stati “facili”, se per esempio la Juventus aveva vinto e il Milan aveva vinto e l’Inter aveva vinto, allora i vincitori erano molti, le schedine da controllare e ricontrollare erano molte, e si finiva alle dieci, le undici di sera, con le dita tinte di viola.
(Il secondo lavoro pagato della mia vita, non molto diverso come natura profonda, fu il correttore di bozze. Anche lì si trattava di scorrere sequenze alla ricerca di errori, di scartare quello che non tornava. La matita era diversa, stavolta non copiativa, ma il gesto era in fondo molto simile).
– Leggi anche: Le notizie del 10 giugno 1983
Spuntare schedine ha a che fare con la statistica, la fredda statistica, direbbero alcuni, chissà perché. Non nel senso nobile della parola – non la statistica di Gauss o di Bayes (che so a malapena chi siano…) – ma in un senso più elementare e un po’ malinconico: guardando quelle sequenze di 1, X, 2 capivi che le persone si comportano in modo prevedibile. E che anche tu, allora, eri prevedibile. Quasi nessuno (o nessuno) scriveva 2, 2, 2, 2, 2, 2, 2, 2, 2, 2, 2, 2, 2, anche se statisticamente (forse non calcisticamente) quella sequenza ha la stessa probabilità di qualunque altra. Quasi tutti mettevano una X ogni tre o quattro caselle, come se il pareggio fosse un’entità che doveva presentarsi a intervalli ragionevoli, come un autobus alla fermata. Qualcuno compilava a zig-zag, qualcuno seguiva schemi geometrici, altri si affidavano ai sogni o alla numerologia o alle indicazioni di un parente con pretese di competenza calcistica.
Il professor Giorgio Parisi ha studiato il comportamento degli stormi di storni e ci ha vinto pure un premio Nobel, nel 2021: migliaia di uccelli che si muovono come un’entità sola, ciascuno convinto – se gli uccelli possono essere convinti di qualcosa – di fare qualcosa di individuale, e invece imitando il vicino per non andarci a sbattere addosso. Lo stesso vale per le schedine. Ognuno era convinto di avere un sistema, una intuizione, una chiave. E invece, guardati dall’alto – o meglio, dallo stanzone di corso Porta Vigentina con una matita copiativa in mano – erano prevedibili come uno stormo.
La stessa cosa succede oggi con i commenti sui social. Se ti viene in mente di scrivere qualcosa di spiritoso sotto una notizia, è quasi matematicamente certo che qualcun altro, indipendentemente e simultaneamente, abbia già scritto la stessa battuta. Se ti viene in mente una domanda e decidi di cercarla su Google, nel momento in cui inizi a digitare il motore di ricerca te la completa: perché quella domanda l’hanno già fatta in centomila o milioni, e Google lo sa, e tu no. Siamo tutti convinti di essere originali e siamo tutti, in misura variabile, uccelli dentro uno stormo.
Il Totocalcio non esiste più, o meglio esiste ma non lo conosce quasi nessuno, sommerso dalle scommesse sportive online che offrono quote su qualunque cosa: il numero di falli nel secondo tempo, il colore dei calzini dell’arbitro, non so. Ennio Flaiano, che si deve citare sempre in pezzi come questo, aveva detto che il nostro è un Paese di giocatori di Totocalcio. Forse aveva ragione. Verrebbe da ribattere che il Totocalcio, la schedina cartacea e “i fortunati tredicisti” non esistono più, ma in realtà il Totocalcio esiste ancora, come le matite copiative che ricompaiono il giorno delle elezioni e gli stormi di storni che in autunno ritornano e si trattengono per l’inverno.
– Leggi anche: Ma quindi esiste ancora il Totocalcio?





















