Noi che abbiamo un cane
«Come nella prima scena in La carica dei 101, padroni e animali finiscono per assomigliarsi. Qui di seguito proverò a elencare alcune specie della razza “persona con cane”, che forse rispecchiano le specie di tutti gli umani. Un tentativo di tassonomia dei padroni»

Neanche il tempo di chiudere il portone di casa e sento una voce che grida da lontano: «È maschio?», mi chiede. Sì. E ribatte: «È intero?». È la domanda più strana tra le tante che ho sentito da quando ho un cane. La fa chi ha un cane maschio (non castrato) e ne incontra un altro. Di solito, se la risposta è positiva, uno dei due padroni cambia direzione, attraversa la strada o rischia il confronto tenendo stretto il guinzaglio.
Il mio cane si chiama Otto ed è arrivato da noi un paio di anni fa. Da piccolo, Otto faceva la pipì e la cacca ovunque, vomitava e mordeva tutto. Riuscì persino ad aprire la custodia protettiva del mio bite notturno e a ridurlo in piccoli pezzi; arrivò a masticare anche l’intonaco delle pareti. Ma, al di là dei danni materiali, ci introdusse nel mondo di chi ha un cane: aree per cani, veterinari, addestratori, prodotti per cani e così via. Un mondo fino ad allora parallelo e a me invisibile, nonostante a Milano ci siano più cani che bambini.
La comunità dei padroni di cani ha codici e regole non scritte.
Cammino con Otto verso l’area cani. Lui è ancora piccolo e si muove come ballando. Il colore del suo pelo ricorda quello del cavallo sauro e sembra velluto. Sta arrivando la primavera ma l’aria è ancora pungente. È mattino presto e c’è un po’ di brina sul prato. Dentro il recinto, una ragazza giovane guarda il telefono. «Posso entrare?», le chiedo alzando la voce. «Preferirei di no, poi gioca, si sporca e l’ho appena lavata», risponde.
Mi viene in mente Dogville di Lars von Trier: nel film una giovane donna di nome Grace, che scappa da una banda di gangster, arriva in una piccola comunità accogliente e all’apparenza perfetta. È proprio come quando si entra con un cucciolo di pochi mesi in uno dei parchi per cani di Milano, che in genere hanno più terra che prato. Un cucciolo con grandi orecchie e la coda tra le gambe fa impazzire tutti quanti e l’accoglienza è trionfale. Ci si scambiano numeri di telefono, contatti utili, ricette e si fa a turno per accarezzare il cagnolino. Con lo scorrere del tempo, però, il cucciolo cresce e diventa come gli altri. E, come in Dogville, a poco a poco, si manifesta di nuovo la natura nascosta delle persone.
C’è una ragazza di nome Roberta, il suo cane e il mio sono coetanei. Il suo, però, è un trovatello. C’è un sottinteso tra i veri amanti dei cani – tra chi, cioè, prende i cani abbandonati in canile – e chi sceglie di comprarli. Per motivare la mia scelta – questa – io ho trovato una giustificazione in parte vera: avendo un gatto avevamo bisogno di un cucciolo, che è più difficile da trovare nei canili. L’altra parte della verità è che mio figlio voleva un cane di razza. Tornando a Roberta, il suo cane si chiama Zimbabwe, detto Zimba. Piccolo e vivace, Zimba ha un orecchio diritto e uno che cade giù, il che lo rende molto simpatico. Roberta è solare e piace a tutti.
Passano i mesi e Zimba va sempre meno d’accordo con gli altri cani maschi. E, quando non c’è, le persone commentano: «Hai visto come è diventato violento Zimba?»; «È colpa di lei che non lo sa gestire!». Passano ancora i mesi e Roberta ha cambiato espressione. Dietro la rete dell’area cani, saluta e aspetta che escano i maschi perché Zimba possa entrare. Poi, un giorno, non torna più.
Ho provato più volte a scrivere qualcosa sui cani. Un’amica mi ricorda quando papa Francesco criticò chi preferisce avere un cane o un gatto anziché fare un figlio. Proprio lui che aveva scelto il nome Francesco in omaggio al santo che parlava agli uccelli e ammansiva i lupi. Non so se chi sceglie di avere un cane lo faccia al posto di avere un figlio, e non credo, io li ho entrambi, ma so che un cane è un bambino che non crescerà. E quello che ho imparato da quando c’è Otto è che i padroni dei cani sono una razza a sé: come nella prima scena in La carica dei 101, trasmettono il loro carattere (e a volte persino il loro aspetto fisico) ai loro cani. In questo senso, per quanto possano valere le generalizzazioni, proverò a elencare alcune specie della razza “persona con cane”, che forse rispecchiano le specie di tutti gli umani.
Quello che segue è un tentativo di tassonomia dei padroni.
Ci sono gli ansiosi, solitamente padroni di cani piccoli, alcuni così piccoli da stare nella borsa. Gli ansiosi portano il cane in braccio e usano il guinzaglio come uno yo-yo: lo accorciano o lo allungano all’improvviso e in modo brusco. Gli ansiosi valutano la consistenza della “popò” del loro cane, il colore, la forma. Tirano su cani con doppio cappotto, che vivono con la coda tra le gambe, reagiscono in modo isterico e hanno problemi di socializzazione.
Poi ci sono i pessimisti che prevedono nell’incontro un ineluttabile scontro. I pessimisti – per lo più padroni di cani di una certa taglia, mi viene in mente qualche pastore tedesco – anche a una distanza di cento metri urlano: «È maschio o femmina?”. E, qualsiasi sia la risposta, attraversano la strada. I pessimisti entrano all’area cani solo quando non c’è nessuno e, se qualcuno chiede permesso per entrarci, cordialmente – il pessimista è sempre educato – dicono «non si preoccupi, esco io, non si sa mai». Il cane del pessimista cresce triste e isolato.
I menefreghisti non raccolgono la cacca e lasciano che il cane faccia pipì sul vaso del dehors del ristorante (nonostante il cartello lo vieti). Una volta ho visto una menefreghista raccogliere la cacca e buttare il sacchetto sotto una macchina. «In questo isolato non ci sono cestini, non posso andare in giro con la merda in mano», si è giustificata la menefreghista con un uomo che le chiedeva spiegazioni. Il cane (maschio) del menefreghista monta le femmine ininterrottamente mentre il suo padrone fuma la pipa. I menefreghisti hanno delle caratteristiche in comune con gli aggressivi, ma non lo sono.
Gli aggressivi, oltre a non considerare gli altri come i menefreghisti, vogliono imporre le proprie regole. Se un aggressivo è dentro l’area cani con il suo cane (aggressivo) probabilmente citerà una norma inesistente che prevedrebbe il diritto dei cani violenti di stare dentro l’area per almeno venti minuti, e ci si piazza dentro per trenta. Il comune di Milano, però, è chiaro su questo punto:
«I cani con un comportamento aggressivo non possono entrare nell’area cani. Se sono comunque entrati, lascia al proprietario e al suo cane il tempo di uscire in tranquillità ed entra solo quando ci saranno condizioni di sicurezza».
Gli odiatori disprezzano la razza umana e amano solo ed esclusivamente i loro cani, e spesso anche gli altri animali. Vanno in giro con piccoli branchi di cani tutti diversi tra di loro. Forse sono dog sitter (e hanno scelto la loro professione perché odiano gli umani).
I tirchi si portano a casa tutti i sacchetti dell’area cani.
Gli anarchici si portano i cani degli altri. No, non è vero. Portano giù i cani in pigiama – per fortuna mettendosi sopra almeno il cappotto – e lasciano liberi i cani mentre guardano il telefono. Se non c’è nessuno, gli anarchici entrano nel parchetto dei bambini con il cane senza guinzaglio e si siedono sulla panchina a leggere il giornale. Temo, ahimè, di appartenere a questa razza e, a secondo dell’umore, se qualcuno mi rimprovera, rispondo. Gli anarchici si dividono in due sottocategorie: gli ottimisti, che pensano che tanto non succederà niente di male (io faccio parte di questa) e i fatalisti, che credono che tanto quello che deve succedere succederà comunque.
Poi ci sono i negatori, che di fronte a una rissa tra cani, danno sempre la colpa agli altri.
I sapientoni hanno cani “da sempre” e i loro cani camminano liberi con un collare di cuoio marrone scuro poco appariscente. Orgogliosi, i sapientoni sanno interpretare le reazioni, conoscono tutti i cani del quartiere e le razze più esotiche.
I paurosi sono più o meno come i pessimisti, ma più nevrotici. Nel 2017 uno studio ha confermato lo stretto legame che c’è tra padroni paurosi o nevrotici e il comportamento dei loro cani. La ricerca ha comprovato che gli animali percepiscono e rispecchiano lo stress e l’ansia umana: padroni con alti livelli di nevrosi tendono ad avere cani con problemi comportamentali, inclusi aggressività, paura e ansia da separazione.
Infine ci sono gli anziani che escono e socializzano solo grazie ai loro cani, i maranza vestiti di nero Gucci, a seguito dei loro pitbull con collare a strozzo – ma ne conosco uno dolce, nonostante l’apparenza – e i depressi che fanno la dog therapy.
Insomma, penso sia vero che i cani ci assomigliano perché con loro noi padroni ci comportiamo come nella vita: al lavoro, con i figli, in famiglia.
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Il vero problema, però, è che anche i cani si ammalano. Quindi, ci sono anche i veterinari.
Rosa parla al posto del suo cane. Fa pure la vocina: «Voglio andare a casa, mamma, ho freddo», dice guardando Sinclair, un carlino nero con macchie bianche. Rosa è a cavallo tra odiatori e paurosi. Ha due gatti e un cane, che non vanno d’accordo. «I miei animali sono seguiti da una psicologa – mi racconta –, da una persona che osserva il loro comportamento e cerca di capire il perché del loro disagio». Quando si parla di cliniche veterinarie, Rosa assicura che la sua è ottima e molto vicina. Così arriviamo a Federica, una veterinaria giovane. Carissima.
La clinica veterinaria ha un piccolo locale per l’accettazione e due porte da cui entrano ed escono tre donne in uniforme celeste. Sorridono e vanno di fretta. Otto impara subito a riconoscere il percorso da casa nostra alla clinica. Cambiamo strada per depistarlo, ma lui sente l’avvicinarsi del posto dagli odori.
La prima volta che la vediamo, Federica ci consiglia di fare gli esami del sangue, gli prescrive una pillola per fermare il vomito e due medicine da ordinare in farmacia: un integratore per la nausea e uno per ricostituire la flora intestinale. Nessuno ci dice mai quanto dovremo pagare prima della visita e noi non lo chiediamo.
Un giorno, Federica ci consiglia di stare attenti al bere: Otto dovrebbe bere un po’ di più. Dopo qualche mese, quando le diciamo che Otto sta bevendo molto, ci consiglia di fare un esame perché se beve molto potrebbe avere un problema ai reni. Paghiamo quello che c’è da pagare e ringraziamo.
Sulla sua scrivania, Federica ha un cestino aperto con caramelle Ricola e uno chiuso con biscotti per cani. Nell’aria, l’odore degli animali si mischia con quello di terra bagnata e igienizzanti. Abbiamo due grossi problemi da risolvere: nonostante abbia già i denti definitivi, Otto continua a mordere tutto; e poi tira troppo quando è al guinzaglio, soprattutto quando vede un altro cane. Federica dice che conosce un’addestratrice che si occupa di questi comportamenti e che segue alcuni dei loro animali. Chiede alla segretaria di darci il biglietto da visita. È giallo con un’impronta di zampa marrone stampata: «Giuliana P., Addestratrice Cinofila», dice. Quindi, dopo i padroni e i veterinari, ti toccano pure gli addestratori cinofili.
In pochi incontri, Giuliana si guadagna il soprannome di “Signorina Rottenmeier”. Magra, occhiali rotondi, Rottenmeier – che è, ovviamente, una sapientina – si presenta sempre con cinque minuti in anticipo vestita in modo sportivo: jeans, scarpe da trekking e zaino. Saluta con la mano molle e allontana Otto con fastidio: «Questo non va bene», ripete la prima volta che viene a casa. La seconda, ci fa vedere un piccolo foglio con l’agenda tematica degli incontri di cui abbiamo bisogno. In totale saranno dieci: un pacchetto da prendere o lasciare che si paga subito e in contanti. Abbiamo una settimana per decidere perché la Signorina Rottenmeier è molto richiesta.
La prima cosa che ci insegna è una tecnica per evitare che Otto si butti sulla ciotola quando gli si prepara da mangiare. La seconda, una punizione per quando morde gli oggetti o salta addosso alle persone. Giuliana ci insegna, anche, a nascondere una zampa di gallina all’interno di una serie di scatole di cartone sigillate una dentro l’altra. Grazie a questa specie di matrioska, Otto soddisferà il suo bisogno di mordere. «È necessario dedicargli del tempo», è il mantra della Rottenmeier.
Sul tirare, la tecnica è invece un esercizio di pura pazienza. Quando si porta fuori Otto, non appena si allontana e tende il guinzaglio, bisogna fermarsi e aspettare che smetta di tirare e ci guardi negli occhi (e così via). Facciamo mezzo isolato in un’ora ma Rottenmeier assicura che con la pratica andrà sempre meglio. La sua tecnica, però, non funziona e così è rimasta in sospeso una lezione da più di un anno.
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Dopo padroni, veterinari e addestratori cinofili il campionario sembra finito. Invece, ogni tanto, bisogna pure andar via.
Dobbiamo partire per l’Argentina e non sappiamo dove lasciare Otto. Rottenmeier ci consiglia la pensione di un’amica nella Bassa Padana. Il posto è un quadrato di terra con qualche albero morente. Da una nuvola di nebbia spunta Laura: una ragazza vestita a cipolla con i capelli rasta. Chiaramente una odiatrice. I cani dormono in piccoli box singoli che dentro hanno una stufetta e un materassino per terra. I cani che vanno d’accordo escono tutti insieme sul prato di terra. Quelli più problematici escono solo quando gli altri dormono. L’umidità si sente nelle ossa. «Bisogna che l’inserimento sia graduale», ci spiega Laura, come all’asilo. Due ore, poi una giornata, poi un week-end e poi, se c’è posto, una settimana. Si paga a giornata, in anticipo e in contanti.
Lasciamo Otto nella pensione per un paio di ore pranzando in un locale di provincia dove dibattiamo dei pro e dei contro di quel posto. Non ci torniamo più. Un caro amico con un jack russell iperattivo ci consiglia un allevatore di pastori tedeschi appena fuori Milano. Otto, per lui, andrebbe lasciato lì.
Il prato all’inglese è verde, ben tagliato e bagnato di fresco. Un uomo vestito da gaucho ci accoglie stringendoci forte la mano. La sua voce è grave e profonda e la sua sicurezza è totale, quando si parla di cani. Si chiama Paolo ma i due ragazzi che lavorano con lui lo chiamano “Paul”. Nel suo allevamento ogni cane ha un recinto fatto da una stanzetta, un pezzo di verde e un albero che fa un po’ di ombra.
Attraverso la rete, i cani possono vedersi ma non interagire. Il prezzo dell’alloggio comprende il cibo: “esclusivamente carne trita cruda (abbattuta!)”, dice Paul, che ha una sua teoria sul cibo secco che propone il mercato: “fa male, lo consigliano i veterinari, il cane poi si ammala e lo devi portare dal veterinario”. In sintesi, il secco fa bene a chi lo produce e commercializza e ai veterinari, non ai cani! Lui alimenta i suoi cani “come loro si alimenterebbero se fossero liberi”. Anche da Paul si paga tutto prima e in contanti. Alla fine ci fidiamo e decidiamo di lasciare Otto per due settimane e quando torniamo lo ritroviamo pelle e ossa. È dimagrito quattro chili, nonostante al telefono Paul ci abbia assicurato che stava benissimo.
Frattanto, nei due anni in cui Otto è con noi, abbiamo dovuto cambiare il tavolo da pranzo, due divani e sto scrivendo con un paio di occhiali rotti. Il tavolo basso ha pezzi di rivestimento strappato e le pareti sono ancora ammaccate, chissà se verranno mai sistemate. Ma ogni volta che torno a casa, Otto aspetta alla porta scodinzolando con un oggetto in bocca. Appena mi sente arrivare, fruga in un cestino che una volta veniva usato per il bucato e sceglie una delle tante cose che in questi anni ha rovinato, bucato, strappato, squarciato, e che per questo sono diventate sue: un maglione blu di mio marito, una scarpa da tennis di mio figlio, un paio di palloni bucati, un gallo di peluche che una volta se lo premevi cantava. Pezzi di un mio foulard di seta ereditato dalla nonna (che non c’è più). Scodinzolando, Otto punta al divano per salirci, sdraiarsi e ricevere carezze. Con il muso appoggiato sul mio collo inspira facendo rumore, come se l’aria fosse diventata all’improvviso più densa. Rimaniamo appesi in questo limbo per qualche minuto, poi gli forzo le mandibole, gli strappo l’oggetto e lo lancio nel cestino. Gli metto il guinzaglio e usciamo.
Neanche il tempo di chiudere il portone di casa e vedo una signora con un cane che mi guarda con gli occhi della paura: «Il mio è buono, non ha mai fatto male a nessuno», le dico. Pochi secondi e Otto salta abbaiando sulla sua preda.
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