Che ci faccio in un museo del sesso a Tokyo?
«Mi siedo al bar accanto a una coppia di turisti americani che conversano con il barman. C'è la statua di una donna che partorisce un gatto. Non provo più la sensazione di spaesamento dell’inizio. Tutto è vivo, allegro, esuberante. Tranne certe spiagge al tramonto, è uno dei posti più belli dove abbia mai bevuto un cocktail»

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Per prima cosa mi chiedono di togliermi le scarpe. È un inverno particolarmente rigido in Giappone e il contatto con le piastrelle del pavimento mi fa quasi pentire di essere venuta fin qui. È tutto partito dal fotografo americano Ed Templeton e dalle story che ha pubblicato durante la sua vacanza a Tokyo: dopo una carrellata di insegne, passanti e scodelle di ramen, sono comparse bambole in kimono che sembravano vere, disposte in pose lascive dentro teche di vetro. Statue erotiche? In un museo? Sì, il Museum of Roadside Art, ha specificato il giorno dopo.
Su Internet ho trovato poche tracce. Che cosa rara: un luogo che non si poteva “visitare online” seguendo influencer che con voce flautata ti guidano fra stradine pittoresche e tazze di tè matcha. Un luogo in cui bisognava andare di persona per capire cos’era e qual era la sua storia, che in questo caso prometteva di essere molto interessante. Avere una storia da scoprire può mantenere il mio umore alto per giorni. Vorrei dire che amo le storie di per sé, per il loro valore letterario o evoluzionistico, ma la verità è che le uso come antidepressivo. Grazie a Templeton avevo capito dove trovare la mia prossima dose e stare bene per almeno un mesetto. E così eccomi al Museum of Roadside Art, in una fredda sera di gennaio, senza scarpe.
Tiro fuori il biglietto. La donna di mezz’età all’entrata lo ignora e solleva la manica del kimono come l’ala di un pipistrello per indicarmi una strana statua. Due gigantesche mani azzurre che reggono un uovo di vetro al cui interno una donna di plastica a grandezza naturale siede seminuda, a gambe incrociate. È la prima opera che accoglie i visitatori del Museum of Roadside Art.
Da dove venga quello strano manufatto e come sia nato il museo che ha scelto di esibirlo è una storia che ho ricostruito a fatica, traducendo precariamente siti in giapponese con Google Translate e decifrando minuscole didascalie in fondo a un libro di fotografia quasi introvabile. Tutto portava a una parola, hihokan, e a un nome: quello di Matsuno Masato, commerciante di perle.
Negli anni Sessanta l’imprenditore Matsuno Masato decise di espandere la propria attività in America. Ci passò un po’ di tempo, non è chiaro quanto, ma abbastanza da restare colpito da una cosa: gli autogrill.
Scoprì che le autostrade statunitensi erano costellate da stazioni di servizio dove, oltre alle pompe di benzina, sorgevano ristoranti, cinema, campi di minigolf, zoo e piccoli musei. In Giappone non esistevano luoghi del genere. Matsuno decise allora di aprire un autogrill in patria. Seguendo il modello americano, ci affiancò una pista da bowling. La pista non riscosse abbastanza successo e chiuse, lasciando uno spazio vuoto. Per riempirlo, Matsuno si inventò una cosa strana, mai vista, ma che sarebbe stata replicata da molti: un museo del sesso. Era il 1971. Nel giro di trent’anni lungo le strade giapponesi ne sarebbero nati decine.
A questi posti venne dato il nome di hihokan, letteralmente “padiglione dei tesori segreti”, che mi sembra allo stesso tempo evocativo ma abbastanza vago da poter essere pronunciato tranquillamente in una conversazione. Quello costruito da Matsuno si chiamava Ganso Kokusai e sorgeva vicino al più importante santuario shintoista del Giappone, l’Ise Jingu. Un’associazione tutt’altro che sacrilega, dato che nello shintoismo la sessualità si lega solitamente alla fertilità e viene celebrata: una delle feste religiose giapponesi più famose è il Kanamara Matsuri di Kawasaki, in cui grandi falli di ogni materiale vengono portati in processione.
Anche gli altri musei del sesso sorsero nei pressi di località religiose o turistiche, spesso vicino a stabilimenti termali, per intercettare un pubblico dallo spirito vacanziero che, durante una sosta, poteva lasciarsi incuriosire da questa nuova forma di intrattenimento, accessibile a chiunque fosse maggiorenne. Era un’esperienza tipica degli anni Settanta e Ottanta, un periodo in cui in Giappone andavano di moda le gite di gruppo. Colleghi, amici o famiglie salivano su un autobus che li avrebbe portati nei luoghi di villeggiatura e, quando si fermavano in una stazione di servizio, spesso ci trovavano uno hihokan. In quegli anni i musei del sesso accoglievano più di cinquecento visitatori al giorno.
Oggi lo hihokan di Matsuno si può ammirare solo in un libro fotografico raro, che sfoglio all’uscita dal museo. Su Internet non troverò neanche una foto, come se non fosse mai esistito e non avesse intrattenuto ed eccitato migliaia di persone. Eppure all’epoca era impossibile ignorare il Ganso Kokusai. Si trovava all’interno di un edificio bianco e blu dalle cupole a cipolla che richiamava esotiche atmosfere mediorientali e ospitava anche una birreria Asahi e altri esercizi commerciali. Superata la biglietteria, per entrare nella prima sala si doveva passare attraverso delle natiche giganti.
All’interno, due orsi impagliati si accoppiavano davanti alla statua di una geisha che suonava uno strumento a forma di vulva e una donna in finto marmo su un triclinio veniva sedotta da un uomo con una corona d’alloro. Proseguendo, si ammiravano scene di sesso campestre tra uomini primitivi, donne seminude legate dentro inquietanti segrete e celle carcerarie, finti bassorilievi indiani, altri accoppiamenti di animali (o tra donne e animali), falli giganti e un corridoio dove gambe e seni emergevano dal soffitto e dalle pareti. Tutto intorno, colonne, vetrate colorate e affreschi erotici con figure sproporzionate.
Matsuno non sarà stato di gusti raffinati, ma era certo del potenziale commerciale della sua creazione, che aveva uno scopo ben preciso: «recuperare tutti i soldi che ho speso andando a donne negli anni». Il suo museo del sesso andò così bene che ne inaugurò altri due e ispirò decine di imprenditori ad aprire altri hihokan.
I musei del sesso in giro per il paese replicarono l’impostazione data da Matsuno: varietà, pacchianeria, mix di materiali e nessun limite all’immaginazione. Le scene rappresentate erano perlopiù giapponesi, spesso ispirate agli shunga, le stampe erotiche diffuse nell’epoca Edo, con l’aggiunta quasi obbligatoria di una Marilyn Monroe più o meno svestita. Per distinguersi, alcuni hihokan cominciarono a includere fontane, robot e videogiochi a tema erotico.
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Chi erano i visitatori? mi chiedo e come reagivano alla vista di quelle statue tanto sconce quanto improbabili? Si facevano una risatina pudica? O ne sentivano la portata erotica? Provo a immaginare qualcosa di simile in Europa, ma mi sembra impossibile. I musei del sesso in giro per il mondo, come il Venustempel di Amsterdam o il Musée de l’érotisme di Parigi, contengono opere di cultura “alta” e spesso hanno un intento pedagogico. Gli hihokan, invece, erano celebrazioni dell’erotismo in ogni sua forma, in cui l’esplorazione del piacere si univa all’immaginazione più sfrenata e anticonvenzionale. Con il tempo, vicino agli autogrill aprirono anche altri tipi di musei “di strada”, piccoli e iper specializzati, come quello di tassidermia, quello dei dinosauri o quello dei cani Akita, facendo nascere una cultura museale marginale che si proponeva di stupire con ogni mezzo.
Negli anni Duemila i musei di strada, e in particolare quelli del sesso, entrarono in crisi. A partire dalla fine degli anni Novanta le abitudini turistiche dei giapponesi cominciarono a cambiare. Non si usavano più le gite di gruppo in autobus e, di conseguenza, le forme di intrattenimento “accidentale” che si trovavano lungo le strade diventarono obsolete. Con la diffusione del porno, gli hihokan persero la loro valenza trasgressiva e il consumo di materiale erotico diventò una questione privata più che collettiva. E anche il loro pubblico storico, gli adulti cresciuti nell’era Showa (il periodo tra il 1926 e il 1989, associato soprattutto agli anni del boom economico), stava invecchiando.
Proprio in quegli anni di declino, un fotografo prese a girare per hihokan e altri musei di strada e a fotografarli per documentarne ogni dettaglio prima che sparissero, a volte portandosi via anche qualche oggetto. Quel fotografo si chiama Tsuzuki Kyoichi. Nel 2007, quando uno dei musei di Matsuno Masato stava chiudendo, gli venne un’idea. Organizzò un incontro col geniale inventore degli hihokan e si portò dietro il libretto degli assegni. Da quell’incontro sarebbe nato il Museum of Roadside Art di Tokyo.
Tsuzuki Kyoichi è noto in patria per aver diretto la rivista patinata Brutus, ma è sempre stato attratto dall’arte underground e dagli immaginari borderline. È stato anche tra i primi a introdurre in Giappone il concetto di outsider art o art brut.
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L’incontro tra lui e Matsuno Masato si tenne in uno dei suoi musei del sesso, il Toba Kokusai Hihokan SF Miraikan, unico nel suo genere perché a tema fantascientifico. Il museo vantava ben due statue del proprietario. In una era raffigurato con i pantaloni calati, in un’altra in cui riceveva una fellatio da una carpa. Vorrei vederli dal vivo, questi manufatti, ma temo che siano finiti in una discarica e mi dispiace. Sono gli unici monumenti a Matsuno, alla sua creatività e al suo stile discutibile ma imitato da decine di imprenditori.
Il Toba Kokusai Hihokan SF Miraikan era l’unico hihokan che raccontava una storia: gli alieni arrivano sulla Terra e decidono di dedicarsi a un progetto di eugenetica dai contorni maschilisti: estrarre il seme dagli uomini più intelligenti e usarlo per fecondare le donne più attraenti. Lo hihokan metteva in scena il sistema coatto con cui gli extraterrestri realizzavano il loro piano. Individui da cui uscivano tubi vari, ragazzine dentro cilindri di vetro, macchinari spaventosi.
«Tsuzuki ha comprato una parte dell’allestimento del Toba Kokusai Hihokan SF Miraikan per il prezzo di un’auto usata» mi racconta Konta Atsuko, direttrice del Museum of Roadside Art. Oggi la scena principale dell’esperimento alieno che prima si poteva ammirare nello hihokan di Toba occupa il terzo piano del museo. Riconosco ciò che avevo visto nelle foto di Ed Templeton. Dal vivo, quelle statue mi mettono a disagio. Non per la loro nudità, ma per la componente horror della storia che raccontano. Sembrano vere e sofferenti. Valeva la pena recuperarle anche solo per il loro impatto emotivo.
Aperto nel 2022, il Museum of Roadside Art mette in mostra prevalentemente oggetti erotici raccolti negli anni da Tsuzuki negli hihokan con l’intento di preservare forme d’arte «a rischio d’estinzione” e dare dignità museale a locandine di pinku movies (i film porno giapponesi), grotteschi manufatti erotici e bambole sessuali. Parte dello spazio viene dato all’art brut e ogni anno vengono aggiunte dalle venti alle trenta opere di artisti autodidatti. In queste stanze, il leitmotiv non è solo l’erotismo, ma anche l’estetica heta-uma, quella del “brutto ma bello”, in cui cultura alta e bassa si mescolano e il malfatto diventa arte, un immaginario che prende forma negli anni Settanta, proprio come gli hihokan.
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Il Museum of Roadside Art si trova in uno di quegli edifici giapponesi che privilegiano la verticalità per adattarsi a lotti di terra striminziti. Si sviluppa su tre piani, ciascuno grande come una stanza, più un terrazzo dal quale si può ammirare da vicino la Tokyo Skytree (la torre più alta al mondo) ma che viene descritto dalla direttrice come spazio in cui «ci si può fumare una sigaretta». Mi accompagnano lei, signora di mezza età in kimono e geta di legno, e la più giovane Zou-chan, curatrice, che indossa la maglietta del 7-Eleven, il konbini più diffuso in Giappone.
Al piano terra, superata la donna nell’uovo di vetro, il cartone animato di un omino attempato spiega in un video la storia del museo. Al primo piano, statue di donne seminude, bambole sessuali che sembrano vere e locandine di film erotici degli anni Settanta si mescolano a coloratissimi ritratti di cani di un artista autodidatta, divenuto amico di Tsuzuki. Mi innamoro di un ritratto sghembo di due cuccioli sorridenti e di un disegno con tante piccole trombe che ricorda un po’ lo stile di Ugo La Pietra.
Al secondo piano c’è un bar. «Tsuzuki ha notato che molti musei hanno un bar, ma nessuno di questi ti permette di mangiare o bere in mezzo alle opere d’arte, così gli è venuta questa idea» mi spiega Zou-chan in inglese. Il bancone e il pavimento sono decorati con immagini di pinku movies, le pareti tappezzate di quadri e di affreschi allusivi e grotteschi. La stanza trabocca di oggetti: falli di ogni dimensione e materiale; vetrine con statuette che riproducono immagini shunga, tra cui quella di una donna che partorisce un gatto; pupazzi e peluche raccolti da Tsuzuki durante le sue visite ai vari musei “di strada”; bambole a grandezza naturale sedute sugli sgabelli insieme agli avventori.
Oggi è rimasto un solo hihokan, quello di Atami, quindi le opere esposte nel Museum of Roadside Art sono delle vere e proprie rarità. Sebbene sia poco noto, il museo ha un flusso costante di visitatori che «vanno dai 20 agli 80 anni, spesso stranieri», mi spiega Atsuko. È un pubblico fatto di giovani curiosi delle reliquie dell’era Showa e di anziani nostalgici dei tempi in cui il porno era analogico.
Mi siedo accanto a una coppia di turisti americani che conversano con il barman. Non provo più la sensazione di spaesamento che avevo all’inizio. Tutto è vivo, allegro, esuberante. Se eccettuo certe spiagge al tramonto, è uno dei posti più belli dove abbia mai bevuto un cocktail. Mentre mi guardo intorno, stento a credere che tutto sia cominciato da un autogrill. Poi ci arrivo. Cosa sono io se non una viaggiatrice che fa una sosta in un padiglione di tesori?
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