Ripensamenti di un expat

«A Parigi mi sono innamorato, ho un figlio e una casa dove riunisco gli amici. Mi sono perfettamente integrato. Ma nel frattempo mia madre è invecchiata, la mia camera di Milano è diventata quella della sua badante e la mia macchina è stata venduta»

Un'immagine dell'Italia dal satellite Copernicus Sentinel-3A il 28 settembre 2016 (via Wikimedia)
Un'immagine dell'Italia dal satellite Copernicus Sentinel-3A il 28 settembre 2016 (via Wikimedia)
Adriano Valerio
Adriano Valerio

È regista e docente di Regia e analisi del film alla Scuola Holden e all’École Nationale Supérieure Louis-Lumière. I suoi film sono stati presentati al Festival di Cannes, alla Mostra del cinema di Venezia e alla Berlinale, ottenendo riconoscimenti tra cui il David di Donatello e il Nastro d’Argento.

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Molti anni fa, in un bar di Berlino, un amico mi spiegò il significato della parola fernweh – il desiderio di un altrove. Si trattava del termine perfetto per descrivere la smania che mi aveva portato a vivere anche a Bergen, New York e Parigi, che è poi diventata la mia casa.

In passato, a trasferirsi all’estero era quasi esclusivamente chi abbandonava un’Italia strozzata dalle guerre per diventare manodopera per miniere, cantieri e fabbriche. Viaggi epici, come racconta Nuovomondo di Crialese: una nave vista dall’alto che salpa dal porto di Palermo, una fetta di mare che si insinua tra chi parte e chi resta, fino a diventare un oceano. Le eccezioni, tra gli emigranti, erano costituite da aristocratici cosmopoliti, artisti, rifugiati politici. La nuova classe media era troppo occupata a definirsi per potersi immaginare altrove.

Programmi Erasmus e compagnie low-cost hanno offerto alla mia generazione una nuova possibilità: scegliersi una vita altrove, lontana dalle proprie radici e dall’Italia che naufragava nel berlusconismo. In un momento in cui le «istituzioni conchiglia» come i partiti, la Chiesa e le fabbriche terminavano il proprio processo di dissoluzione e senza grandi istanze politiche aggregatrici (tranne i centri sociali, per chi li frequentava), partire era un’opzione economica e decisamente priva dell’epica delle immagini di Crialese. Un grande zaino reduce dall’interrail giovanile, un po’ di coraggio ed era un attimo trovarsi all’estero: in tanti abbiamo invaso le capitali europee senza interrogarci troppo su quello che lasciavamo indietro. Lo abbiamo fatto per semplice curiosità, per migliorare condizioni di vita già soddisfacenti, per prolungare gli studi, diventando expats – e non migranti, secondo un lessico che sottolinea in maniera netta la differenza tra chi parte per bisogno e chi lo fa per scelta.

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I primi anni erano segnati dall’adrenalina della scoperta: una nuova lingua, traiettorie urbane da esplorare, amici che mostravano altri modi di vivere e condizioni di lavoro più favorevoli rispetto all’Italia. Le mie notti parigine non finivano mai e i giorni cominciavano con le matinées nei cinema dell’Odéon. Le feste a casa contavano più amici che metri quadrati e in bagno c’era un pacchetto di coriandoli, reliquia di un concerto di Capossela, con accanto la frase: «ringrazio i coriandoli di essere così colorati e di costare così poco» tradotta in trenta lingue diverse. L’unico rammarico era quello di non essere partito prima.

Ci sentivamo cosmopoliti nel pensiero e provinciali negli affetti, in un mondo che, nonostante l’ombra del G8 di Genova, sembrava molto più accettabile di quanto lo sia ora. C’era anche una forma di supponenza alla quale ripenso con vergogna: vivere all’estero ci faceva sentire una marcia in più. Guardavamo l’Italia con bonario affetto, felici di tornare qualche volta all’anno a rivedere amici e famiglia e ripartire con il guanciale in valigia. Immaginavamo al massimo di tornarci un giorno, per la vecchiaia («perché è il posto più bello del mondo»).

Da giovani il futuro è un concetto strano: esiste solo nella forma prossima. Contano soprattutto gli anni a venire, dove si può lavorare meglio, guadagnare di più, dove la vita è più stimolante e dove ci si può divertire di più. Non si guarda più in là e le scelte non sembrano avere un peso definitivo.

Molti, a un certo punto, hanno attraversato una soglia invisibile. Un amore, un’opportunità lavorativa, un appartamento che si libera. E una città straniera non è più un luogo di passaggio o un soggetto di ricerca antropologica, ma diventa una nuova casa. Per alcuni è stata una scelta precisa, per altri solo una serie di coincidenze. Nessuna sirena di una nave, nessun parente col fazzoletto bianco sulla banchina. Solo un ricordo nitido di mia madre seduta sul letto di camera mia che mi osserva riempire una valigia di libri, prima di un ritorno a Parigi. Si commuove, intuendo prima di me che stavo attraversando la mia soglia.

Esaurito lo slancio del fernweh, i luoghi un tempo esotici diventano la quotidianità. A Parigi ho cominciato a insegnare, mi sono innamorato di una donna francese, ho un figlio che parla italiano e una casa dove ogni settimana riunisco intorno a una pasta amici di ogni angolo del mondo. Agli occhi di uno sconosciuto, sono l’expat che si è perfettamente integrato e così è, in qualche modo. Questo non mi impedisce di osservare la fragilità di questo equilibrio.

Anche i più reticenti a frequentare propri connazionali sono con il tempo più aperti a farlo e tra espatriati si crea spesso una complicità profonda e specifica: bisogna fare famiglia, creare un legame forte, essere uniti, proteggersi, far sentire che in caso di necessità, gli altri ci sono. È un istinto che nasce da una sensazione di maggiore precarietà rispetto a chi vive nel proprio paese. E più radici si mettono, più la situazione è irreversibile. Un figlio, un matrimonio, un mutuo: le eventuali separazioni sono più difficili da affrontare. I fallimenti professionali, lo stesso.

Ma quella nuova famiglia si è formata su un territorio neutro e ha per natura un carattere liquido. Gli amici partono, richiamati da un nuovo fernweh o dal suo contrario: l’heimweh, ovvero il desiderio di casa. Negli anni ho visto Omar partire per Londra, Checco per la Cina, Fabrizio per Marsiglia, ma anche Xander tornare a New York e Caspar a Copenaghen. Pensavo ingenuamente che saremmo restati tutti qui, per sempre.

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Al compleanno della mia compagna c’erano i suoi amici d’infanzia e quelli incontrati negli anni, i genitori, il fratello con i suoi nipoti. Sono tutti qui e probabilmente ci resteranno, perché Parigi è il posto in cui sono cresciuti. È confortante far parte di questa comunità, ma resta evidente che la città nella quale conservo il mio patrimonio di affetti storici non è quella in cui vivo.

Nel frattempo mia madre è invecchiata, la mia camera di Milano è diventata quella della sua badante e la mia macchina è stata venduta.

Ogni ritorno mi conferma l’affetto immutato di amici e familiari, ma anche l’evidenza che un luogo abbandonato per decenni non sta ad aspettarti.

Simone Weil riconosceva “l’enracinement”, il radicamento, come il bisogno più importante e misconosciuto dell’anima umana, definendolo come partecipazione attiva alla vita di una comunità che conserva il passato e prepara l’avvenire. Vivendo altrove, il nostro passato e il nostro avvenire abitano in due luoghi diversi.

Ho accolto con entusiasmo tutte le innovazioni tecnologiche che promettevano di mitigare questa distanza: gli aperitivi con gli amici su Skype, le pappe di mio figlio condivise con le mie sorelle su FaceTime, le partite dell’Inter commentate con i compagni del liceo in diretta su WhatsApp. 

Questa illusione di connessione continua non ha fatto altro che accentuare la percezione della distanza reale. C’è una temperatura delle relazioni che si nutre di presenza, contatto fisico e riti condivisi e non sono mai riuscito a prescinderne davvero. Non si mette in discussione il fondo di questi legami, ma la loro qualità, il modo in cui si riesce ad assaporarli. In quasi tutti i miei film racconto relazioni che si ridefiniscono attraverso la distanza e personaggi in viaggio in luoghi lontani, intenti a decifrare la propria traiettoria, come probabilmente cerco di fare io con la mia. In maniera ricorrente e ossessiva contano i chilometri che li separano dagli altri o da casa.

Intanto le città europee in cui viviamo sono diventate sempre meno accoglienti: l’aumento dei prezzi degli affitti, la concorrenza sempre più spietata sia per i lavori creativi e intellettuali che per quelli manuali, i quartieri un tempo accessibili ora trasfigurati dalla gentrificazione. Il mio sguardo su Parigi si è fatto più critico, più esigente. Perché così si diventa con l’età ma anche perché per questo paese ho rinunciato a vivere nel mio.

Due opere letterarie recenti, Gli antropologi di Ayşegül Savaş e Le perfezioni di Vincenzo Latronico, raccontano con grande precisione questa disillusione.

Quando Asya, narratrice e protagonista de Gli Antropologi, viene invitata a pranzo dalla madre di un’amica, si commuove pensando ai pranzi domenicali con la propria famiglia allargata, nel paese d’origine. Dava per scontato quel calore ed ora, improvvisamente, ne sente una mancanza lacerante. Qualche giorno dopo riceve la visita di un’amica d’infanzia e la porta a visitare la capitale nella quale vive, ma si rende conto che le loro traiettorie non coincidono con quelle della sua quotidianità. I nostri familiari e gli amici di sempre non sono spettatori della nostra esistenza. È una forma di solitudine sottile, ma non trascurabile.

I personaggi de Le Perfezioni partono inseguendo la promessa di una vita più libera, più interessante, più autentica. Ma si accorgono col tempo che il loro quartiere berlinese, il lavoro creativo, l’estetica della loro casa somigliano in fondo a un modello diffuso e riproducibile a Lisbona, a Barcellona o ad Amsterdam. Non sono eretici capaci di inventarsi un percorso unico; sono in fondo dei conformisti, schiavi di strutture che si sono precisate nel tempo, indipendentemente dai luoghi.

Lo sguardo sull’esperienza dell’emigrazione è inevitabilmente influenzato dai diversi percorsi professionali, familiari e dalle città scelte. Ma la percezione è che siamo dei pionieri di una modalità di vivere della quale non avevamo misurato le controindicazioni. E ci troviamo a vivere dei conflitti che, quando eravamo partiti, non avevamo soppesato. Non immaginavamo che, anche qualora tutto fosse andato bene, qualcosa ci sarebbe comunque mancato.

Si tratta di una nostalgia strana perché a quel fernweh non esiste un vero corrispettivo di heimweh. Non c’è l’epica di chi ha girato il mondo e che vuole tornare al paese, per il semplice fatto che casa ora è l’altrove che ci siamo scelti. È piuttosto la percezione che qualcosa si sia perso lungo la strada: una continuità, una comunità, un pezzo di mondo che esiste ancora ma che non ci appartiene più del tutto.

E anche questo non potevamo immaginare: non saremmo stati epici neppure nella nostra nostalgia.

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