Chiedi chi erano le sorelle Boccalini
«A 12 anni chiesi di entrare in una squadra. Mio padre disse che non c'era il calcio femminile in Basilicata. Da allora ho giocato in tutte le città dove sono andata ad abitare. Eppure non sapevo niente di questa storia, che è ai margini del racconto della Resistenza e dello sport. Ma c’entra con entrambi»

La prima partita che ricordo di aver guardato è stata la finale di Champions League tra Juventus e Milan. Era il 28 maggio 2003 e io avevo otto anni. Penso di averne viste molte altre prima, senza averne contezza, a causa della passione di mio padre per il Milan. Lo zero a zero alla fine dei tempi regolamentari mandò le squadre ai supplementari e poi ai rigori. Mia madre, al novantesimo, disse che per me era ora di andare a dormire. Mio padre le obbedì, ma solo in parte: mi accompagnò a letto e, di nascosto, portò in camera uno di quei piccoli televisori a scatola che tenevamo in cucina. Lo sistemò nella mia stanza, sulla scrivania di fronte al letto, stanza che comunque dividevo con le mie sorelle.
Guardammo i rigori insieme, in silenzio, mentre le mie sorelle cercavano di dormire nonostante la voce del telecronista e la luce verde proveniente dal televisore. Il ricordo della mia prima partita ha lo sguardo concentrato di Shevchenko prima del rigore decisivo contro Buffon, le braccia di Maldini che sollevano la coppa, le gambe di Ancelotti che sobbalzano mentre i giocatori lo tirano in aria e, ovviamente, il sorriso di mio padre. È così che è cominciata la mia passione per il calcio.
Dopo quella partita ne sono venute tante altre: le domeniche di Serie A e i mercoledì di coppa. Calcio, calcio, sempre calcio. Fino a quando, da adulta, ho lasciato la casa dei miei e ho cominciato a pensare che c’erano anche motivi per non guardarlo più, il calcio, almeno quello maschile: il razzismo negli stadi, gli scandali, gli sponsor discutibili, e poi non avevo più l’abbonamento ai canali per le dirette e, soprattutto, la compagnia di mio padre.
Eppure devo ammettere che sono diventata quella che sono anche grazie a questo sport così diffuso da sembrare banale. Quel genere di cose che, proprio perché troppo comuni, di solito non mi piacciono. Il calcio però mi piaceva anche perché è sempre stato qualcosa da maschi, e io, da bambina, più o meno consapevolmente, volevo dimostrare di conoscerlo e di saperci giocare. Mi piaceva l’idea che poche altre bambine potessero esserne appassionate, almeno così pensavo all’epoca. Conoscevo i nomi e i numeri di maglia di quasi tutti i titolari di Serie A, il Barcellona del tiqui-taca e sopra il mio letto avevo appeso un poster di Shevchenko che lo ritraeva nell’atto di calciare.
Palleggiavo in casa, nonostante i rimproveri di mia madre. Andavo al campetto dell’oratorio. La domenica andavo in chiesa in modo che il don, pensandomi una brava fedele, in settimana, mi avrebbe aperto il campo. Nei pomeriggi d’estate, mentre le mie sorelle guardavano telefilm, andavo a giocare a calcio facendo anche interminabili partite tre contro tre. Portavo sempre con me un pallone: ogni Natale e ogni compleanno era l’occasione per averne uno in regalo. Con quello i maschi, spesso sprovvisti, accettavano che giocassi con loro.
A 12 anni chiesi ai miei genitori se potevo entrare in una squadra. Mio padre disse che si sarebbe informato, ma che era quasi sicuro della mancanza di società di calcio femminile. In Basilicata, dove vivevo, non esistevano in effetti scuole calcio per bambine e allora io provai a dire che per me non sarebbe stato un problema giocare in una squadra di ragazzini. I miei, però, pur non essendo contrari in sé a quello sport, semplicemente pensavano che non fosse il caso di ritrovarmi unica bambina in una società di maschi.

Giocatrici con la maglie del GS Cinzano (archivio privato Rosa Mottino)
Iniziai davvero a giocare quando avevo 14 anni, minima età, secondo il regolamento della Figc, per il tesseramento in una squadra fuori dalle categorie giovanili. La maggior parte delle mie compagne aveva tra i 25 e i 40 anni e lo spogliatoio mi metteva un po’ a disagio, ma così era e per me l’importante era giocare. Non c’erano categorie juniores e la squadra non era una scuola calcio: ogni giocatrice doveva avere una base di capacità tecnica, altrimenti non avrebbe potuto giocare.
Io avevo imparato da sola: al campetto vicino a casa, guardando la Serie A e i video su YouTube, che allora era ancora un sito di clip amatoriali. C’era chi si filmava mentre faceva palleggi, chi assemblava video con le migliori giocate di calciatori noti. Guardavo e ripetevo. Mi allenavo in casa almeno un’ora al giorno. Ho imparato così il doppio passo di Ronaldinho e la veronica di Zidane. Più avanti, proprio da YouTube, e non dalla televisione, ho visto per la prima volta una donna giocare a calcio da professionista: Marta Vieira da Silva, brasiliana, una delle migliori al mondo, la migliore marcatrice della storia dei Mondiali di calcio, sia femminili sia maschili, 17 gol realizzati.
Ma non ho mai pensato che il calcio potesse essere un lavoro. Dalle mie compagne di squadra avevo imparato che in Italia non ci si poteva sostenere economicamente giocando. La Serie A femminile è diventata professionistica nel luglio del 2022, quando io, a 27 anni, avevo già iniziato la carriera da giornalista. Solo da allora le calciatrici hanno contratti regolari, pagano contributi e hanno tutele per infortuni e maternità.
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Piuttosto, per me il calcio è sempre stato un atto identitario, più o meno consapevole. Mi piaceva l’idea di praticare uno sport considerato maschile. In tutte le città dove sono andata ad abitare ho cercato una squadra: un modo per conoscere persone al di fuori dell’università o dell’ambiente di lavoro. Qualche anno fa, a Milano, ho incontrato il Sant’Ambroeus: squadra popolare, autogestita, nata per rendere il calcio accessibile, inclusivo, lontano dalle logiche escludenti. I valori che riassumono la filosofia del club – antifascismo, antirazzismo, antisessismo – non sono solo slogan per la tifoseria organizzata che partecipa alla gestione del gruppo, sono anche un modo di stare in campo. E in campo con la Santa, come viene chiamato il Sant’Ambroeus, ci possono stare tutti e tutte: persone richiedenti asilo, rifugiate, che non parlano l’italiano. La squadra femminile permette anche alle donne adulte, che non hanno mai giocato, di imparare senza pressione la tecnica base di questo sport e, parallelamente, coinvolge le giocatrici e tutto il collettivo a confrontarsi sui temi legati alle questioni di genere.
È con la Santa che ho conosciuto la storia delle sorelle Boccalini.
In primavera la squadra femminile partecipa al torneo Boccalini, organizzato dal Partizan Bonola, altra realtà sportiva milanese, per tenerne viva la memoria. Nonostante giocassi a calcio da anni, non sapevo chi fossero le sorelle Boccalini perché la loro storia è rimasta per decenni ai margini sia del racconto della Resistenza sia di quello dello sport. Eppure c’entra con entrambi.

La squadra in maglia granata (Archivio privato Brunella Bracardi)

Rosetta Boccalini con la nipotina Grazia Barcellona (Archivio privato Rosa Mottino)
Giovanna, Teresa, Luisa, Marta e Rosa Boccalini nascono a Lodi tra il 1901 e il 1916. Si trasferiscono a Milano con i genitori nel 1927 e nel 1933 fondano la prima squadra di calcio femminile in Italia: si chiama Gruppo femminile calcistico. Per alcuni mesi le ragazze si allenano, giocano, costruiscono qualcosa che prima non esisteva. Giovanna, la primogenita, fa l’allenatrice. In campo l’astro nascente è la giovanissima Rosetta, attaccante, mentre Luisa e Marta ricoprono posizioni difensive. Teresa è meno incline allo sport, ma aiuta le sorelle nell’organizzazione delle attività. Poi interviene il regime. Nell’autunno del 1933 Achille Starace, segretario del Partito fascista, decreta lo scioglimento forzato del gruppo: il calcio – stabilisce – non è uno sport adatto alle donne.
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Deluse, le sorelle Boccalini trasformano la voglia dimostrata sul campo in impegno politico. Sotto la guida dello scultore Ettore Archinti, a lungo loro vicino di casa, partecipano attivamente alla Resistenza, mettendo a disposizione la propria abitazione di via Reina per nascondere ricercati e soldati alleati in fuga verso la Svizzera. Giovanna è tra le fondatrici dei Gruppi di difesa della donna (Gdd), organizzazioni che sostengono la lotta di liberazione. Marta, impiegata al comune di Milano, diffonde volantini antifascisti e assiste Archinti durante la sua detenzione, prima che venga deportato nel campo di concentramento di Flossenbürg. Anche Rosetta, dopo aver lasciato il calcio per il basket, sostiene la lotta clandestina insieme al marito partigiano delle Brigate Garibaldi.
Quella delle sorelle Boccalini è una genealogia interrotta. Penso: se la loro squadra non fosse stata fermata dal fascismo, forse la mia esperienza – e quella di molte altre bambine – sarebbe andata diversamente. Forse non avrei dovuto aspettare i 14 anni per giocare in una società, né imparare tutto da sola, guardando YouTube.

Autunno del 1933 calciatrici del GFC in maglia bianconera, nerazzurra e cinzanina (Archivio privato Rosa Mottino)
A quasi un secolo dalla nascita della prima squadra di donne, le cose che riguardano il calcio femminile in Italia stanno migliorando. I progressi sono stati lenti, ma ci sono stati. Nel 2019 la Nazionale è tornata ai Mondiali dopo quasi trent’anni e poi ha partecipato ai successivi. Nel 2026 si sta giocando la qualificazione per quello in Brasile nel 2027. Negli ultimi Europei, in Svizzera, le azzurre sono uscite in semifinale contro l’Inghilterra, poi vincitrice del torneo. La partita, trasmessa su Rai 1, il 22 luglio, è stata vista da quasi cinque milioni di spettatori, con il 27,4 per cento di share: il secondo migliore risultato di sempre per la Nazionale femminile.
La distanza con il settore maschile resta e si riflette sugli stipendi. Ai vertici del calcio femminile internazionale, i compensi più alti sono quelli di Trinity Rodman del Washington Spirit, Alexia Putellas del Barcellona e Aitana Bonmatí, sempre del Barcellona. Tutte e tre guadagnano circa un milione di euro all’anno: una cifra 200 volte inferiore a quella di Cristiano Ronaldo. Secondo l’ultimo report della Fifa sul calcio femminile, basato su dati raccolti da 86 campionati tra cui quello italiano, lo stipendio medio annuo delle giocatrici è di circa 22 mila euro. E il 72 per cento delle calciatrici considera il calcio la principale fonte di reddito.
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In Italia, le top player dei club più strutturati – come Roma, Juventus e Fiorentina – prendono tra i 70 mila e i 100 mila euro lordi all’anno. La media però resta più bassa. Lo stipendio minimo per una calciatrice di Serie A è, in base all’età, tra i 14 mila e i 27mila euro lordi annui. Per avere un termine di confronto, lo stipendio minimo nella Serie B di calcio maschile è compreso, a seconda dell’età, tra i 19 mila e i 34 mila euro lordi annui. A monte della disparità nei salari c’è una diversa visibilità: per il calcio femminile meno tifosi significa meno sponsor, meno investimenti, meno pubblicità. L’Inter femminile rende gratuite le partite in casa, all’Arena Civica, con lo scopo di aumentare il coinvolgimento del pubblico.
Proprio la via vicino all’Arena dal 2021 porta il nome delle sorelle Boccalini e dal 2025 anche lo stadio comunale di Lodi. Così la storia delle prime calciatrici italiane sta venendo recuperata e anche il calcio femminile in Italia sembra un po’ più possibile. Le bambine possono guardare le giocatrici in televisione e possono crescere osservando non solo i campioni maschili ma anche Sofia Cantore, Chloe Kelly, Elena Linari, Manuela Giugliano, Sam Kerr, per citare solo alcune delle migliori calciatrici. E forse leggeranno anche chi erano le sorelle Boccalini.
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