La peggior stagione del calcio italiano?
La Serie A è stata noiosa e prevedibile, i risultati internazionali deludenti, l'avversione al rischio sempre più spiccata

La Serie A maschile di calcio è finita domenica e per parecchi, anche tra i più appassionati, potrebbe essere una cosa positiva, quasi un sollievo. È stato infatti un campionato per molti versi noioso: tante squadre hanno giocato in modo guardingo e poco spettacolare, nessun attaccante ha segnato più di 20 gol e poche squadre hanno proposto un gioco originale e per qualche suo tratto innovativo. La mediocrità del campionato si è vista anche in Europa: nelle semifinali delle tre coppe europee non c’era nessuna squadra italiana (non accadeva dal 1987) e in Champions League nessuna italiana è andata oltre gli ottavi di finale.
Nel frattempo la Nazionale ha mancato per la terza volta consecutiva la qualificazione ai Mondiali, il presidente federale si è dimesso, la procura di Milano ha aperto un’inchiesta sull’associazione italiana arbitri e la Lega Serie A ha fatto una brutta figura sull’organizzazione del derby di Roma.
È chiaramente impossibile stabilire con termini del tutto oggettivi cosa renda una stagione calcistica «la peggiore». Il calcio italiano ha avuto in passato grandi scandali giudiziari, violenti scontri tra tifosi, campionati in cui si segnava ancora meno di quest’anno, stadi ben più vuoti di oggi e lunghi periodi in cui la stessa squadra vinceva il campionato senza trovare rivali all’altezza. Senza dubbio però gli scarsi risultati internazionali e soprattutto la prevedibilità e la monotonia della Serie A hanno fatto dire che è difficile fare peggio di così. Banalmente, basterebbe già la non qualificazione ai Mondiali a restringere il campo delle peggiori annate del calcio italiano.
Marco Cattaneo, presentatore e telecronista, ha parlato di «un anno calcisticamente orribile». Il suo collega Fernando Siani ha detto che «stiamo vivendo l’annata peggiore del calcio italiano» e, a proposito della 34esima giornata (con tre partite finite 0-0), ha aggiunto che «non c’era un solo motivo per guardare la Serie A che non fossero il Fantacalcio o le scommesse». Commentando la giornata successiva Fabio Caressa ha parlato di partite di «una noia infinita» pur essendo a fine stagione, quando molte squadre non avevano obiettivi in ballo e potevano quindi giocare più libere e rilassate.
Come fatto notare dal sito Kickest la Serie A è il campionato europeo in cui si segna di meno e in cui il maggior numero di partite finisce 0-0, oppure con almeno una delle due squadre che non segna (sono oltre il 50 per cento). Scriveva Kickest presentando i dati:
«Con il passare delle giornate ci siamo assuefatti al grigiore del nostro torneo, rassegnandoci progressivamente al deserto tecnico e alla povertà di idee di un campionato lento, vecchio e rinunciatario, tanto nei concetti quanto nei suoi protagonisti. Abbiamo familiarizzato a tal punto con la rinuncia, con il pensiero negativo e con la marginalizzazione del rischio, che di riflesso storciamo il naso di fronte al nuovo che avanza, alla mentalità propositiva, al tripudio della tecnica che accetta l’errore per esprimersi al massimo del suo potenziale».
Ci sono rare eccezioni come l’Inter, che ha vinto lo Scudetto segnando 24 gol in più della seconda, o il Como, che ha ottenuto l’accesso alla Champions league grazie a un calcio propositivo. In generale però il calcio italiano ha un’avversione al rischio che è in parte culturale: non a caso già oltre cinquant’anni fa Gianni Brera, il più famoso giornalista sportivo italiano, sosteneva che la partita perfetta dovesse finire 0-0. «Il controllo sul caos è un tratto positivo della nostra cultura calcistica, ma quand’è che si supera il limite e diventa una forma di paranoia?», si è chiesto Emanuele Atturo in un video di Ultimo Uomo che commentava il quarto 0-0 tra le ultime cinque partite giocate in campionato tra Milan e Juventus.
«Nel calcio italiano esiste una specie di nocciolo duro di avversione al rischio che intossica tutto il resto. Intossica il modo in cui costruiamo le squadre, in cui scegliamo i giocatori, in cui li mandiamo in campo e gli facciamo interpretare le partite».
È una cosa, diceva Atturo, che si nota soprattutto confrontando le partite di Serie A con quelle di Champions League, dove invece il rischio e gli errori sono tollerati. Dopo la spettacolare partita tra Paris Saint-Germain e Bayern Monaco finita 5-4, in Italia invece che esaltare la qualità delle giocate offensive e il ritmo intenso si è parlato soprattutto della prestazione difensiva delle due squadre, e in molti si sono chiesti se quello offerto dalle due squadre fosse calcio vero.

(Timothy Rogers/Getty Images)
A conferma di questa ossessione per il controllo, dopo la mancata qualificazione dell’Italia ai Mondiali alcuni tra i più autorevoli e vincenti allenatori del calcio italiano come Fabio Capello e Carlo Ancelotti hanno detto che l’Italia deve innanzitutto recuperare la sua “tradizione difensiva”; come se l’eliminazione contro la Bosnia Erzegovina fosse arrivata solo per errori difensivi, e non per una generale pochezza di qualità e di idee.
Il sostanziale conservatorismo del calcio italiano è evidente non solo nel modo in cui si gioca, ma anche in come le società che controllano la maggior parte delle squadre scelgono calciatori, allenatori e dirigenti. I due candidati per sostituire Gabriele Gravina alla presidenza della federazione sono noti da tempo: Giancarlo Abete fu presidente della federazione tra il 2007 e il 2014, e Giovanni Malagò è stato presidente del Coni tra il 2013 e il 2025. Nei programmi con cui entrambi si sono candidati a prendere il posto di Gravina non sembra esserci niente di granché rivoluzionario.
Anche gli allenatori della maggior parte delle squadre principali sono spesso gli stessi ormai da diversi anni: per questa stagione il Milan ha richiamato Massimiliano Allegri, la Lazio ha ripreso Maurizio Sarri, e Antonio Conte – che ha allenato Juventus, Inter e Napoli – è spesso citato tra i possibili allenatori di alcune tra le principali squadre italiane. Allegri, Sarri e Conte non alleneranno le stesse squadre il prossimo anno, ma si parla comunque di loro come possibili allenatori di altre importanti italiane. Per quanto riguarda i calciatori, spesso in Serie A riescono a giocare, ed essere decisivi nelle loro squadre, giocatori che altrove sono considerati a fine carriera.
«L’impressione, da fuori, è che i dirigenti dei club di Serie A siano talmente terrorizzati dalla possibilità che una scelta possa rivelarsi sbagliata, e quindi da quella di poter essere messi in discussione, da offrire ai propri tifosi (e chissà forse anche ai propri presidenti) solo ed esclusivamente ciò che conoscono bene, ciò da cui non si sentono minacciati: un allenatore italiano, o comunque cresciuto in Italia, e con dell’esperienza in Serie A», scriveva lo scorso giugno Dario Saltari.
Allo stesso tempo la Serie A è anche il campionato in cui le squadre esonerano più in fretta gli allenatori, dando loro spesso poco tempo per costruire un progetto sensato e coerente. Tra i principali campionati europei la Serie A è anche quello con l’età media più alta e in cui i giovani calciatori giocano meno, forse perché cominciare a farli giocare viene considerato “rischioso”.
L’Inter campione d’Italia è la terza squadra più vecchia della Serie A e il Napoli (secondo classificato) la prima per età media dei calciatori impiegati, superiore ai 28 anni. Al contrario, il Barcellona campione di Spagna è la squadra con l’età media più bassa della Liga, e il Real Madrid (secondo classificato) la seconda.
Senza dover per forza di cose tornare a un paio di decenni fa (in cui le squadre erano sì molto forti, ma spesso a fronte di spese esagerate da parte dei loro proprietari), il brutto momento del calcio italiano si vede anche solo rispetto a pochi anni fa, decisamente non una “età dell’oro” per il calcio italiano. Solo tre anni fa l’Italia portò una squadra in finale di ciascun torneo europeo per club (Inter, Roma e Fiorentina), e appena cinque anni fa la Nazionale vinse gli Europei, proponendo un calcio piacevole e moderno.
E pur in questo contesto ci sono aspetti positivi: la Serie A è il secondo campionato di calcio al mondo per soldi spesi e incassati nei trasferimenti; gli stadi sono spesso pieni, pur essendo per la maggior parte vecchi, e nonostante l’aumento dei prezzi dei biglietti, i periodici divieti alle trasferte e lo spettacolo tecnico non esaltante. Le Nazionali giovanili stanno ottenendo buoni risultati, così come quella femminile.
Insomma la “crisi” del calcio italiano va contestualizzata e relativizzata, e potrebbe anche essere stata solo una stagione particolarmente storta, che magari farà da premessa a una stagione di svolta, di ripartenza e di rilancio per molte squadre. Ma ci sono diversi commenti e non pochi elementi oggettivi, per dire che quella appena finita, e senza nemmeno la prospettiva dei Mondiali, sia tra le peggiori stagioni del calcio italiano.



