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  • Giovedì 21 maggio 2026

Jonas Vingegaard sta facendo il Giro d’Italia a risparmio energetico?

Era il grande favorito e continua a esserlo, però in modo meno travolgente del previsto: fa parte di un piano, forse

Jonas Vingegaard il 10 maggio a Plovdiv, Bulgaria (Dario Belingheri/Getty Images)
Jonas Vingegaard il 10 maggio a Plovdiv, Bulgaria (Dario Belingheri/Getty Images)
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Nel 2024 lo sloveno Tadej Pogacar venne per la prima volta al Giro d’Italia. Arrivò da grande favorito, vinse sei tappe, indossò la maglia rosa – che da 95 anni è simbolo del primato in classifica – dalla terza all’ultima tappa. Nella classifica finale staccò il secondo di quasi 10 minuti. Fu un dominio, e fu la premessa che gli permise di vincere nello stesso anno Giro d’Italia e Tour de France, come Marco Pantani nel 1998.

Quest’anno al Giro d’Italia è venuto per la prima volta, da grande favorito, il danese Jonas Vingegaard, che negli ultimi anni è stato l’unico vero rivale di Pogacar al Tour de France, l’unico ad averlo battuto in due edizioni della corsa a tappe più importante e competitiva al mondo. Vingegaard ha 29 anni ed è venuto in Italia per ragioni simili a quelle di Pogacar: vincere il Giro, certo, ma anche – e forse soprattutto – diventare l’ottavo ad aver vinto Tour, Giro e Vuelta di Spagna, ovvero le tre grandi corse a tappe di tre settimane (ha già vinto due Tour e una Vuelta, nel 2025). Tra i sette che l’hanno fatto (Jacques Anquetil, Felice Gimondi, Eddy Merckx, Bernard Hinault, Alberto Contador, Vincenzo Nibali e Chris Froome) ancora manca Pogacar, che non ha mai vinto la Vuelta.

Vingegaard evita le corse di un giorno, ma nelle corse a tappe, comprese quelle più brevi, lunghe circa una settimana, praticamente perde solo se c’è anche Pogacar. Quest’anno, per esempio, ha già vinto la Parigi-Nizza e il Giro di Catalogna.

«La possibilità che la corsa venga chiusa alla prima rampa della prima salita è concreta», scriveva su Alvento Alessandro Autieri prima del Giro. «Vingegaard non ha rivali. Non è pensabile, per quanto mostrato in questa prima parte di stagione e per quanto ottenuto in carriera, che qualcuno possa creargli anche solo un piccolo grattacapo, un pensiero, che si possa aprire una crepa nel suo potenziale dominio».

Dopo 11 tappe su 21 il dominio di Vingegaard procede bene, ma non benissimo. Bene perché ha vinto le due tappe con arrivo in salita staccando tutti gli avversari. Non benissimo perché il suo dominio è stato finora solo relativo e perché nella lunga tappa a cronometro, stravinta da Filippo Ganna, Vingegaard è andato peggio del previsto.

Jonas Vingegaard il 19 maggio durante la tappa a cronometro (Dario Belingheri/Getty Images)

Vingegaard resta il grande favorito per la vittoria finale, ma lo è senza aver fatto attacchi memorabili né indossato la maglia rosa, che da diversi giorni è del portoghese Afonso Eulalio. In quella che è anche una sintesi dei suoi ultimi anni di carriera, anche in questo Giro d’Italia Vingegaard è più forte di tutti, ma meno forte – e soprattutto forte in un modo meno plateale e strabiliante – rispetto a Pogacar.

Con questa premessa, ci sono due punti di vista prevalenti.

Uno è che Vingegaard stia facendo lo stretto indispensabile per vincere in modalità risparmio energetico, senza strafare, e cercando – per quanto possibile in una corsa a tappe lunga migliaia di chilometri – di preservarsi per il Tour, dove sarà di nuovo il principale sfidante di Pogacar. «Minimo sforzo, massima resa», come ha detto in telecronaca l’ex corridore Davide Cassani.

Un altro punto di vista è che Vingegaard abbia sbagliato un po’ i calcoli e stia faticando più del previsto per vincere questo Giro, che molti si immaginavano come una pratica da sbrigare in fretta, come era stato nel 2024 per Pogacar, e che invece è almeno un po’ ancora aperto a possibili esiti alternativi.

Il Giro è per ora in una sorta di limbo: non c’è un netto dominio di cui essere spettatori, qualcosa di storico ed eclatante da raccontare; ma nemmeno sembra esserci, almeno per ora, una corsa aperta e con possibile finale a sorpresa, come fu invece un anno fa.

Si può dire che Vingegaard stia semplicemente vincendo in modo più discreto, e quindi meno entusiasmante, rispetto a Pogacar: «Non tutti gli alieni sono creati uguali» ha scritto Domestique. E però comunque efficace, visto che – al netto di Eulalio, che gli è davanti grazie ai minuti guadagnati in una fuga a inizio Giro – il suo principale sfidante, l’austriaco Felix Gall, ha 2 minuti di ritardo.

Ci sono perfino margini per sostenere che a Vingegaard convenga non avere la maglia rosa fino alle ultime tappe, e che dal suo punto di vista non averla sia un successo. Perché averla implica, un po’ per tattica e un po’ per convenzione, che – come si dice in gergo – la sua squadra debba “controllare la corsa”, evitando per esempio che certe fughe guadagnino troppi minuti; e perché averla impone di dover rispettare varie incombenze mediatiche, per esempio la conferenza stampa al termine di ogni tappa.

Jonas Vingegaard (Dario Belingheri/Getty Images)

Ma ci sono pure elementi per dire che Vingegaard sta facendo peggio del previsto. Nei due arrivi in salita in cui ha vinto, sul Blockhaus e al Corno alle Scale, ha preceduto Gall solo di 13 e di 12 secondi (con Pogacar spesso i distacchi sono nell’ordine dei minuti) e nella tappa a cronometro ha fatto peggio di un avversario diretto come Thymen Arensman. E va detto che Gall e Arensman sono buoni corridori, ma non fenomeni. Tolto lo stesso Vingegaard, a questo Giro non c’è nessuno tra i migliori dieci corridori del ranking mondiale, che come quello del tennis tiene conto dei risultati delle ultime 52 settimane.

Vingegaard, insomma, sta andando bene rispetto ad avversari oggettivamente più deboli e quindi, forse, solo benino in termini assoluti.

Nel caso di Pogacar, il dominio atteso e poi manifestato in modo eclatante era stato al centro del racconto dei giornalisti e delle attenzioni di molti tifosi interessati a vedere, in televisione o a bordo strada, quello che forse è il miglior ciclista di tutti i tempi.

Pogacar nel 2024 al Giro (Dario Belingheri/Getty Images)

Con Vingegaard la situazione è diversa: ci si aspettava un dominio che però c’è solo in parte, e che soprattutto è meno assoluto e spettacolare rispetto a quello di Pogacar: non c’è stata, per ora, un’impresa memorabile, una vittoria totalizzante o un attacco portentoso.

Vingegaard è inoltre un tipo piuttosto riservato, di certo meno espansivo di Pogacar. È spesso descritto, in molti casi con evidenti esagerazioni, come un corridore cinico fino a essere algido, conservativo fino a essere noioso. «Abbiamo l’impressione che corra fin troppo con la testa e poco col cuore», ha scritto Pier Bergonzi sulla Gazzetta dello Sport, parlando di quella che per qualcuno è invece semplice intelligenza tattica. «Vingegaard non ha bisogno di riempire la corsa con la propria presenza» si legge su Tuttobici: «Gli basta apparire nel punto esatto in cui la fatica smette di essere collettiva e diventa confessione individuale». Tuttavia, resta il fatto che non sempre l’intelligenza tattica è spettacolare, e raramente stampa e pubblico preferiscono un 1-0 a un 5-4.

In passato, comunque, Vingegaard ha dimostrato, quando necessario, di saper rischiare e di saperlo fare in modo spettacolare, riuscendo grazie ai suoi azzardi a vincere il Tour davanti a Pogacar, che in Francia è stato finora imbattibile per chiunque altro.

Vingegaard stesso, insieme con la sua squadra, aveva lasciato intendere di essere venuto al Giro anche per cambiare preparazione in vista del Tour, cercando un approccio diverso per giocarsela con Pogacar, che è inevitabilmente il corridore attorno al quale ruotano i piani di molti.

Da qui in avanti, e con le tappe alpine che si avvicinano, Vingegaard potrebbe continuare a controllare la corsa senza troppa enfasi, potrebbe decidere di provare – almeno in una tappa – a sbaragliare la concorrenza. O potrebbe invece doversi difendere, scoprendosi magari ancora meno in forma del previsto, dagli attacchi incrociati di Gall, Arensman o altri avversari. Da un lato c’è quasi da sperare, da spettatori, che Vingegaard si trovi nella condizione di doversi inventare qualcosa per recuperare e rendere memorabile questo Giro (un po’ come dovette fare Froome nel 2018, anche lui sul Colle delle Finestre); dall’altro un Giro tranquillo è, dal suo punto di vista, la migliore premessa per poter pensare di giocarsela contro Pogacar al Tour.