Cosa vuol dire giocare – e perdere – contro Jannik Sinner
I suoi avversari ne parlano come di un martello pneumatico, un alieno o un muro che spara palle a 160 chilometri orari

Jannik Sinner continua a vincere, migliorarsi e battere record. La sua superiorità si può spiegare con numeri e statistiche, si può argomentare con approfondite analisi tecniche, o si può facilmente notare, pur senza essere esperti o appassionati di lunga data, guardandolo giocare. Un altro modo per provare a capire l’eccezionalità di Sinner e la sua quasi invincibilità (quest’anno ha vinto 36 partite su 38 giocate) è guardare cosa dicono di lui gli avversari, quelli che hanno il privilegio e il problema di giocarci contro.
Partiamo da una dichiarazione essenziale, ormai quasi banale.
«Jannik ha la capacità di non avere punti deboli. È pazzesco il modo in cui riesce sempre a giocare al suo meglio. Sembra che tu debba guadagnarti ogni punto, ogni game. Ti fa soffrire dal primo punto della partita fino all’ultima palla. La sua capacità di restare sempre lì mentalmente, punto dopo punto, senza alti e bassi durante il match, lo rende davvero, davvero speciale. Il modo in cui si muove, il modo in cui colpisce la palla, è incredibile. È davvero difficile trovare falle nel suo gioco».
Le parole qui sopra sono di Carlos Alcaraz, il suo più grande rivale degli ultimi anni e probabilmente il principale rivale dei prossimi, che al momento è assente per un infortunio al polso. Sinner ha qualità, intensità e potenza, ma soprattutto è costante in tutte queste qualità, dentro le partite e tra un torneo e l’altro. Nonostante la giovane età di entrambi, su Sinner e Alcaraz già sono stati scritti libri, e altri se ne scriveranno. Ma forse Alcaraz, proprio perché a sua volta eccezionale, non è il più indicato per spiegare davvero l’eccezionalità di Sinner, quel che si prova nel giocarci contro, spesso perdendo.
Guardiamo per esempio cosa ha detto di lui il norvegese Casper Ruud, battuto da Sinner nella finale degli Internazionali di Roma per 6-4, 6-4. Ruud, che contro Sinner ha giocato cinque volte e cinque volte ha perso, ha detto: «In questo momento sembra ingiocabile e imbattibile».
È comunque un passo avanti rispetto al 2025, quando, sempre a Roma, Ruud incontrò Sinner ai quarti e perse 6-0, 6-1 in poco più di un’ora di gioco. Disse di non averla presa poi così male, e di essersi quasi divertito a vederlo giocare, a poter essere spettatore di «qualcosa di un altro livello». Con un’efficace descrizione della sensazione provata in campo aggiunse: «È stato come giocare contro un muro che continua a spararti contro palle a 160 chilometri orari».

La palla durante l’incontro tra Sinner e Ruud (AP Photo/Andrew Medichini)
Per qualcuno, invece, quando dall’altra parte della rete c’è Sinner l’obiettivo principale è evitare il punteggio con cui fu sconfitto Ruud nel 2025. Ne parlò Luciano Darderi, suo quasi-avversario quest’anno a Roma (ha perso in semifinale), che l’anno scorso se lo trovò contro agli Australian Open. «Quando giochi contro di lui pensi solo ad evitare di perdere con un triplo 6-1», disse piuttosto sconsolato dopo aver perso 6-1, 6-3, 7-6.
Ma torniamo a Ruud, attualmente 17esimo nel ranking mondiale, ed ex numero 2. Dopo la sconfitta di Roma ha detto che contro Sinner non basta alzare il livello, «devi alzare il livello due, tre, quattro volte per vedere se riesci a stare al suo». E farlo senza pensare «alla grande onda di fronte a te», provando a sforzarti più possibile nel ricordare che «alla fine è umano anche lui».
Cosa su cui peraltro non tutti sono d’accordo. Dopo averci perso nel 2025, Térence Atmane disse che Sinner era «un vero alieno». Lo fece pochi giorni dopo aver parlato agli spettatori del Paradosso di Fermi, cioè la contraddizione tra l’alta probabilità che gli alieni esistano e il fatto che ancora non se ne vedano. Era probabilmente un riferimento scherzoso al fatto che aveva battuto agli ottavi e ai quarti di finale del Masters 1000 di Cincinnati due tennisti più forti di lui (Taylor Fritz e Holger Rune). Paradossalmente, poco dopo aver citato il Paradosso di Fermi, Atmane si trovò a dire di averlo scovato lui, su un campo da tennis, un alieno.
Alexander Bublik (sconfitto da Sinner in 6 incontri su 8) lo ha definito un giocatore creato dall’intelligenza artificiale. Alexander Zverev, terzo nel ranking mondiale, che contro Sinner ha perso nove partite di fila, ha detto di recente: «C’è un grande divario tra lui e tutti gli altri». Daniil Medvedev, che non vince contro Sinner da cinque partite e che pure nella semifinale degli Internazionali lo ha messo in difficoltà, già nel 2024 disse che per batterlo serviva «la partita perfetta, al millimetro» e dai primissimi scambi: «Se non riesci a farlo dall’inizio, prende il controllo del match ed è difficile spezzare il suo ritmo».
Lorenzo Musetti, sconfitto da Sinner in tre occasioni su tre, ha detto che è «un tipo di giocatore opprimente, che non ti consente di poter trovare la quadra per dargli fastidio» e che in campo ti fa provare «brutte sensazioni». Intervistato dal Corriere della Sera, Andrea Pellegrino, che a Roma ha giocato contro Sinner da 155esimo giocatore del ranking, ne ha parlato così: «Con Jannik è tutto difficile perché lui fa tutto meglio di chiunque. Ti toglie il fiato, serve bene nei momenti chiave, non ha punti deboli né sul dritto né sul rovescio, è un martello pneumatico».

Andrey Rublev in una delle facce che capita di fare se dall’altra parte c’è Sinner (AP Photo/Andrew Medichini)
In un paragone forse meno d’impatto rispetto ad altri, Felix Auger-Aliassime (che non vince contro Sinner da cinque partite) ha detto che con lui gli scambi «sembrano ping-pong». Ben Shelton (dieci partite contro Sinner e nove sconfitte nelle ultime nove partite) ha detto, senza ricorrere a grandi metafore, che «con lui è come se le cose fossero a doppia velocità». Ha anche parlato, banalmente, di «frustrazione».
Spesso chi gioca contro Sinner è tra i migliori tennisti al mondo, abituato a vincere spesso e comunque a giocarsela quasi sempre. C’è chi resta ammirato e chi deluso, chi infastidito e chi sopraffatto, chi stimolato. Questo, in genere, è il caso dei tennisti più giovani come Rafael Jódar e João Fonseca, entrambi 19enni e entrambi sconfitti quest’anno nella loro prima partita contro Sinner. Abbastanza in linea con quell’adagio secondo cui «o si vince o si impara», entrambi hanno detto di aver imparato molto.
Parlando di Sinner qualche giorno fa Andrey Rublev (11 partite contro Sinner e 8 sconfitte) aveva detto, con riferimento alle 34 partite di fila vinte da Sinner nei Masters, «più vince più si avvicina il giorno in cui perderà».



