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  • Mercoledì 13 maggio 2026

Come gli ospedali italiani aggirano il divieto di assumere gettonisti

Un'analisi del Post su oltre seimila contratti mostra che le nuove regole del governo non stanno funzionando

di Isaia Invernizzi

Medici di terapia intensiva all'ospedale Sant'Orsola di Bologna
Medici in terapia intensiva (Michele Lapini/Getty Images)
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Dal 31 luglio del 2025 gli ospedali italiani non potrebbero più fare nuovi contratti a medici e infermieri gettonisti, gestiti da cooperative o agenzie private e pagati a ore, assunti a migliaia negli ultimi anni per coprire i turni scoperti in particolare nei pronto soccorso. Il divieto imposto dal governo non è servito, e non sono servite nemmeno le linee guida, gli ultimatum e i richiami del ministero, perfino i controlli dei carabinieri: in molti reparti i gettonisti ci sono ancora, come sa bene chi lavora negli ospedali. Il Post ha analizzato tutti i contratti di tutte le aziende sanitarie italiane fino al marzo del 2026: almeno 55 (su poco più di 200) hanno continuato ad assumere gettonisti o a prorogarne i contratti, aggirando le regole.

Quasi tutti gli ospedali italiani hanno iniziato a servirsi dei gettonisti in particolare dall’emergenza coronavirus, per far fronte alla mancanza di personale causata da anni di limitazioni della spesa pubblica e dal blocco delle assunzioni. Stipendi poco competitivi, turni lunghi e pesanti, e aggressioni più frequenti hanno reso la sanità pubblica meno attrattiva, allontanando molti giovani medici soprattutto dai pronto soccorso.

All’apparenza sembra che i gettonisti siano la soluzione perfetta, la più conveniente per tutti: entrano in servizio in tempi rapidissimi, non pesano sui limiti di spesa perché formalmente non sono dipendenti dell’ospedale, e permettono di tenere aperti reparti che altrimenti chiuderebbero. Per medici e infermieri gettonisti gli orari sono più flessibili, possono scegliere i turni con più libertà e soprattutto guadagnano molto di più a parità di ore rispetto a chi è assunto direttamente. 

Con queste premesse è facile capire come è finita: la soluzione trovata alla mancanza di medici e infermieri ha finito per alimentare la mancanza di medici e infermieri, incentivati da questi vantaggi a licenziarsi per fare i gettonisti.

Questo sistema è costoso per le casse dello Stato perché la flessibilità e la velocità si pagano. E in qualche caso è anche rischioso: le agenzie e le cooperative che “prestano” i gettonisti agli ospedali non hanno gli stessi controlli sulle competenze previsti dai concorsi pubblici. Chiamati in servizio dove serve e quando serve, molti gettonisti si ritrovano a lavorare in reparti che non corrispondono alla loro specializzazione. Può capitare di trovare uno pneumologo in cardiologia o un geriatra in ortopedia.

Dal 2023 il governo è intervenuto per tentare di limitare questa deriva. Prima ha approvato un decreto-legge per consentire agli ospedali di assumere i gettonisti solo in caso di urgenza, poi nell’ottobre del 2024 ha approvato linee guida che in teoria impedirebbero alle aziende sanitarie di firmare contratti più lunghi di 12 mesi e di prorogarli alla scadenza. Infine ha fissato un ultimatum: dal 31 luglio 2025 c’è il divieto totale di firmare nuovi contratti. Quelli già in corso restano validi fino alla scadenza, ma non possono essere rinnovati. O meglio, non potrebbero.

Per capire come stanno davvero le cose, il Post ha analizzato i dati dell’autorità nazionale anticorruzione (Anac), che ogni mese pubblica tutti gli appalti di tutti gli enti pubblici, compresi gli ospedali. Partendo da oltre settemila contratti fatti dal 2024 al marzo del 2026, sono stati isolati quelli relativi alla sanità e in particolare al personale sanitario. È stato possibile analizzarli grazie ai codici Cpv (Common Procurement Vocabulary), un sistema di classificazione europeo usato per gli appalti pubblici: il codice 79625000-1 viene usato per i medici, mentre il 79624000-4 per gli infermieri.

Da gennaio a ottobre del 2024, prima dell’introduzione delle linee guida, le aziende sanitarie avevano fatto contratti per gettonisti per 54,1 milioni di euro, con una media mensile di 5,4 milioni. Molti di questi appalti si sono concentrati nelle due settimane prima dell’entrata in vigore delle regole.

Nel 2025 c’è stata una diminuzione almeno apparente: in totale sono stati fatti contratti per 45,3 milioni di euro, con una media mensile di 3,8 milioni, in calo del 30 per cento rispetto al periodo precedente. Da questi dati sembrerebbe che le linee guida abbiano funzionato, in realtà dietro a questo calo si nasconde un espediente usato per aggirare le regole. Come segnalato dalla stessa Anac, molte aziende e ospedali hanno iniziato a usare un codice Cpv generico al posto di quello specifico per medici e infermieri: il 79620000-6, per “servizi di fornitura di personale, compreso personale temporaneo”. I gettonisti ci sono, ma vengono classificati in un modo diverso.

I contratti con questo codice sono passati da 406,5 milioni accertati da Anac nel 2024 a 449 milioni nel 2025 stimati dall’analisi del Post, con un aumento del 10 per cento nel primo anno dopo l’introduzione delle linee guida. A conti fatti, dal 2024 al 2025 c’è stato un calo di 8,8 milioni nei contratti con Cpv specifico per medici e infermieri, ma nello stesso periodo i contratti con Cpv generico sono aumentati di 42,5 milioni di euro.

Come si vede dal grafico, nemmeno dopo il divieto totale di assumere gettonisti del 31 luglio 2025 c’è stato un calo: nei cinque mesi successivi sono stati fatti contratti per 19,3 milioni di euro, con una media mensile di 3,8 milioni, molto simile ai sette mesi precedenti. Lo stesso vale per i primi tre mesi del 2026, con contratti per 37,8 milioni di euro (i dati dei contratti con Cpv generico per il 2026 non sono ancora disponibili).

Cambiare codice non è l’unico modo per aggirare il divieto. Ce ne sono almeno altri due. Il primo è spezzettare gli appalti: alcuni ospedali invece di proporre un solo bando, grande e più visibile, ne pubblicano uno per ogni reparto: uno per il pronto soccorso, uno per cardiologia, uno per ortopedia, e così via. In alcuni casi lo stesso reparto viene appaltato più volte nel corso di un anno. Lo spezzettamento serve anche a rimanere sotto la soglia dei 150mila euro, oltre la quale è obbligatorio fare una gara pubblica.

L’altro modo è ricorrere agli accordi-quadro regionali. In alcune regioni tra cui la Sardegna e la Sicilia è stato studiato un sistema a due livelli, con un grande accordo regionale valido per tutte le aziende sanitarie sottoscritto prima del divieto, a cui gli ospedali si appoggiano per fare appalti specifici. Con questo metodo molti contratti sono stati prorogati anche dopo il 31 luglio 2025, ma ora sono in scadenza.

Le decine di contratti esaminati per questo articolo hanno un’altra caratteristica comune: tutti dichiarano di dover assumere gettonisti a causa di un’urgenza, ma nessuno esplicita quale. Nella maggior parte dei casi nel campo dedicato alla motivazione data all’Anac viene scritto “non applicabile” e nient’altro.

Un esempio concreto è un bando da 5,84 milioni di euro pubblicato dall’azienda sanitaria 9 Scaligera di Verona il 26 dicembre 2025, cinque mesi dopo il divieto, per coprire i turni in diversi reparti. Questo bando è classificato con l’urgenza, ma sulla motivazione si legge “non applicabile”. Un bando molto simile per gli stessi servizi era stato pubblicato nel 2024. Interpellata per avere spiegazioni, l’azienda sanitaria ha detto di ricorrere ai gettonisti «a causa della carenza di personale» nei pronto soccorso dei tre ospedali di Legnago, San Bonifacio e Villafranca-Bussolengo, oltre che nei reparti di anestesia.

Si cerca di far valere l’urgenza perché è l’unico modo per ottenere una deroga al divieto, anche se in realtà i criteri sono molto stringenti. Gli ospedali devono dimostrare di non avere più alternative: di non avere più personale interno da spostare anche temporaneamente, di aver esaurito le graduatorie dei concorsi già fatti, di aver concluso tutte le altre procedure di reclutamento del personale. In teoria solo dopo aver dimostrato e documentato questa situazione possono assumere gettonisti, e potrebbero farlo una sola volta, senza proroghe.

Altre otto aziende sanitarie di diverse regioni sentite per capire come mai continuano ad assumere gettonisti dicono di non poterne fare a meno perché non hanno abbastanza medici e infermieri. Tutte sostengono che senza i gettonisti sarebbero costrette a chiudere reparti o ambulatori, ma non è stato possibile averne prova.

Un’altra violazione riguarda il compenso e gli orari. Chi lavora in pronto soccorso non può essere pagato più di 85 euro all’ora, negli altri reparti il limite è 75 euro. Per gli infermieri i limiti sono 28 euro all’ora nei pronto soccorso, 25 in altri reparti. Tutti possono lavorare al massimo 48 ore alla settimana, con un riposo di 11 ore tra un turno e l’altro. In molti appalti non c’è traccia di queste limitazioni nemmeno nei contratti, copiati e incollati dai vecchi bandi.

Un caso esemplare è stato segnalato in provincia di Frosinone, dove a gennaio un medico gettonista con più di 70 anni ha coperto 36 turni – più di un turno al giorno – per un totale di 442 ore mensili e un compenso finale da 35mila euro lordi in un solo mese. L’azienda sanitaria di Frosinone si è giustificata come tutte le altre interpellate: ha detto che è stato necessario far lavorare il gettonista perché altri medici titolari erano influenzati e non si riusciva a coprire i turni in altro modo. «Nonostante l’attivazione di una procedura concorsuale per il reclutamento di 20 medici di pronto soccorso non è pervenuta alcuna candidatura, rendendo impossibile procedere con le assunzioni previste», ha aggiunto l’azienda.

Ingannare il sistema è facile per una ragione che spiega molti altri problemi della sanità, e cioè che il ministero della Salute studia le norme e leggi, ma non può intervenire o controllare direttamente ogni contratto. La responsabilità ricade sulle aziende sanitarie e sulle regioni, che spesso lasciano fare (in Italia la sanità è gestita con competenze condivise tra Stato e regioni, che a volte si sovrappongono). Il ministero tuttavia sa che molti ospedali non rispettano le regole, come dimostrano i controlli dei carabinieri dei Nas che nel 2025 hanno interessato 864 aziende, 669 contratti e 1.123 medici: sono state fatte 49 denunce e 39 segnalazioni per irregolarità soprattutto relative all’orario di lavoro e ai compensi.

Peraltro sia il decreto-legge che le linee guida non prevedono sanzioni specifiche per i dirigenti che firmano i contratti violando le regole. Potrebbero essere chiamati a rispondere di danno erariale (cioè allo Stato) dalla Corte dei conti, che tuttavia raramente si muove per questo genere di segnalazioni.

Uno dei possibili interventi è ripensare il modello di rilevazione dei contratti per avere dati più approfonditi e tempestivi, ogni tre mesi o nella migliore delle ipotesi ogni mese. Fonti del ministero della Salute dicono che gli uffici stanno studiando da tempo questa possibilità. Con controlli più frequenti il ministero potrebbe accorgersi per tempo se le aziende sanitarie stanno rispettando le norme, e non solo quelle legate ai gettonisti. È però un tema delicato proprio perché responsabilità e controllo spettano alle regioni, che negli ultimi anni si sono opposte a qualsiasi tipo di ingerenza, con confronti piuttosto tesi in particolare sulle liste d’attesa per esami e visite.

Servirebbe una riforma coraggiosa per levare potere alle regioni, dice Pierino Di Silverio, segretario del sindacato dei medici Anaao Assomed che negli ultimi anni ha denunciato più volte gli abusi dei contratti ai gettonisti: «I fondi usati per i gettonisti entrano nei bilanci nella quota “beni e servizi”, senza tetti di spesa imposti ai fondi per i concorsi per nuovo personale. Negli ultimi cinque anni con quei soldi avremmo potuto assumere oltre 30mila medici in modo stabile. L’aveva proposto anche il ministro Orazio Schillaci, e noi siamo d’accordo, ma serve una volontà politica più generale, governativa e non solo ministeriale, che al momento non c’è».

Più si va avanti, dice Di Silverio, e più sarà complicato far rientrare nel servizio sanitario nazionale medici che da gettonisti lavorano dove e quando vogliono mentre partecipando ai concorsi per lavorare negli ospedali si ritrovano con paghe più basse, molte più responsabilità e molta meno flessibilità.