Se ci saranno più buche nelle strade si potrà dare la colpa allo stretto di Hormuz

Comuni e province italiane prevedono di asfaltare meno, perché il prezzo del bitume è cresciuto come mai negli ultimi anni

Una buca in piazza Repubblica, a Milano
Una buca in piazza della Repubblica, a Milano (Stefano Porta/LaPresse)
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Quest’anno la provincia di Asti riuscirà a rattoppare e riasfaltare solo 30 chilometri di strade, dei 1.200 che gestisce. A questo ritmo, ha calcolato il presidente Simone Nosenzo, ogni tratto vedrà nuovo asfalto una volta ogni 30 anni, troppo poco per tenere le strade in condizioni decenti e ridurre il rischio di incidenti e danni. All’inizio dell’anno Nosenzo aveva previsto di sistemare molti più chilometri, ma i soldi messi a bilancio non bastano più, perché nel frattempo è iniziata la guerra in Medio Oriente, che ha fatto crescere il prezzo del bitume come mai negli ultimi decenni, perfino più del 2022, quando all’invasione russa in Ucraina seguì una grave crisi energetica. Se ne stanno accorgendo moltissime altre province e comuni italiani.

Il bitume è il materiale più importante per asfaltare le strade. Di origine petrolifera, compone l’asfalto insieme a sabbia e ghiaia. Il costo del bitume si misura a tonnellate: a marzo ha superato di poco i 200 euro alla tonnellata, quasi il 50 per cento in più rispetto a febbraio. Come si può notare dal sito di SITEB, l’associazione di categoria delle imprese stradali, a marzo il prezzo indicizzato del bitume industriale ha toccato il livello più alto da quando viene calcolato.

Come la benzina, il gasolio e il jet fuel (il carburante degli aerei), anche il bitume si ottiene dalla raffinazione del petrolio greggio: in pratica, il petrolio viene scaldato in una colonna di distillazione, e man mano che la temperatura sale si separa in frazioni con punti di ebollizione diversi. In alto escono i prodotti più leggeri e raffinati, in basso quelli più pesanti – benzina, jet fuel, gasolio – fino al bitume, che è la parte più pesante e viscosa che resta sul fondo. A temperatura ambiente è scuro, denso e quasi solido. Per essere lavorato va riscaldato, poi mescolato a sabbia, ghiaia e pietrisco per poi essere steso e compattato sulla strada.

Esattamente come accade per il jet fuel, l’Italia produce solo una piccola parte del bitume che consuma perché è un prodotto a basso margine rispetto a benzina e diesel, e perché la transizione energetica ha spinto molti gruppi a convertire gli impianti a produzioni più sostenibili. Per coprire la domanda interna le aziende importano grandi quantità di bitume, soprattutto dal Mediterraneo orientale e dal Medio Oriente. Il blocco dello stretto di Hormuz, il passaggio tra l’Iran e l’Oman da cui transita un quinto del petrolio e del gas naturale commerciati in tutto il mondo, ha quindi contribuito molto all’aumento del prezzo.

Ci sono altre due ragioni che spiegano come mai il prezzo sia cresciuto così tanto: la prima è che la guerra in Medio Oriente ha fatto crescere anche il prezzo di tutte le altre componenti e delle lavorazioni indispensabili per asfaltare. È aumentato il prezzo della ghiaia e in generale dei materiali, e quello del gas che serve per scaldare il bitume. Le aziende si sono viste aumentare tutto e tutto insieme.

La seconda ragione è legata alla domanda, in particolare in Italia, dove negli ultimi due anni è aumentata la richiesta di asfalto per via dei cantieri del PNRR, il grande piano di riforme e investimenti finanziato con i fondi europei, ora nella fase finale. Le scadenze fissate dall’Unione Europea e i ritardi accumulati dagli enti locali – soprattutto i comuni – hanno fatto concentrare molti lavori nell’ultimo anno a disposizione, con un aumento della domanda che sta gonfiando i prezzi. Il blocco dello stretto di Hormuz ha insomma aumentato la pressione su un mercato che era già sotto pressione.

L’aumento dei prezzi mette in difficoltà soprattutto le imprese che hanno vinto appalti pubblici nei mesi o negli anni scorsi, quando il bitume costava molto meno, e che ora devono eseguire i lavori a un costo molto più alto rispetto ai contratti firmati. In una lettera inviata al ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini, SITEB ha chiesto al governo un contributo straordinario legato all’emergenza energetica per i lavori già acquisiti, oltre a una compensazione per il prezzo dei materiali e un nuovo meccanismo per la revisione dei prezzi in generale.

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Una richiesta simile era già stata fatta nel 2022 dopo l’aumento dei prezzi dell’energia seguito all’invasione russa dell’Ucraina. In quel caso il governo aveva introdotto alcuni meccanismi straordinari di compensazione per le imprese che lavoravano su appalti pubblici. Senza interventi analoghi, dice SITEB, c’è il rischio che alcuni cantieri si fermino e che si aprano crisi aziendali nel settore.

Una delle questioni tecniche al centro della discussione riguarda i cosiddetti prezzari regionali, gli elenchi ufficiali che ogni regione pubblica per stabilire i costi standard delle voci di spesa nelle opere pubbliche. Sono il riferimento usato dalle stazioni appaltanti – gli enti che programmano e progettano i bandi, valutano le offerte e infine aggiudicano gli appalti – per calcolare l’importo dei bandi e per riconoscere eventuali aggiornamenti alle imprese. Quando il prezzo di una materia prima cambia molto in fretta, come sta succedendo ora con il bitume, i prezzari regionali rischiano di essere superati nel giro di poche settimane: le imprese si trovano così a lavorare con tariffe che non coprono i costi reali.

Nelle ultime settimane diversi giornali locali hanno raccontato le lamentele delle aziende, ma anche le conseguenze più concrete per le province e i comuni, costretti a fare delle scelte difficili in poco tempo: in alcuni casi, come è successo ad Asti, si asfalteranno meno chilometri del previsto, in altri invece verranno sacrificate altre manutenzioni per dirottare i risparmi a coprire il costo degli aumenti.