La sostanza più usata per fare chemsex a Milano
Ormai da diversi anni è l'MDPV, una droga sintetica che provoca stati psicotici, allucinazioni e una dipendenza molto rapida

Da tempo all’interno dei locali di Milano frequentati da uomini che cercano altri uomini per fare sesso si trovano cartelli che dicono «NO GHB». Il GHB è una sostanza che negli ambienti etero è conosciuta impropriamente come “droga dello stupro”, ma in quelli gay è semplicemente una delle sostanze ricreative più diffuse, usata per amplificare le esperienze sessuali. Negli ultimi anni, accanto a quei cartelli ne è comparso uno nuovo, facilmente comprensibile a chi frequenta questi spazi: «NO MDPV».
MDPV sta per metilenediossipirovalerone. Nel linguaggio gergale viene chiamato PV, o “Madonna di Pavia”: il soprannome, in uso soprattutto a Milano, deriva dall’acronimo e allude anche agli stati dissociativi e quasi mistici che può indurre ad alte dosi. Si assume principalmente fumandola attraverso una piccola pipa, come succede anche con il crack e la metanfetamina.
In Italia l’MDPV è illegale dal 2011, ma ha cominciato a diffondersi dal 2020 prevalentemente tra chi pratica il chemsex, la pratica di assumere sostanze psicoattive specifiche prima o durante i rapporti sessuali, con l’obiettivo di intensificare l’esperienza, prolungare la performance e abbassare le inibizioni. È a Milano che è più diffusa e sta causando i guai maggiori, perché Milano è di gran lunga la città italiana con la comunità gay più numerosa e con più locali, feste e contesti dove è diffuso il chemsex, un fenomeno che riguarda prevalentemente, anche se non esclusivamente, uomini che fanno sesso con uomini.
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Da un punto di vista chimico, l’MDPV è un catinone sintetico: appartiene alla stessa famiglia di molecole del catinone naturale, sostanza psicoattiva presente nelle foglie di khat, la pianta che in alcune comunità dell’Africa orientale e del Medio Oriente viene masticata da secoli come stimolante. I catinoni sintetici sono versioni molto più potenti di quel principio attivo, create in laboratorio a partire dalla fine degli anni Novanta, e oggi illegali in quasi tutta Europa.

L’aspetto classico dell’MDPV nella forma in cui viene venduta (Drug Enforcement Administration/United States)
Il chemsex con sostanze diverse dall’MDPV esiste da molto tempo, ma soprattutto fuori dall’Italia: a Londra era già un fenomeno documentato all’inizio degli anni Duemila, chi voleva praticarlo «viaggiava verso Londra o Parigi, soprattutto nell’ambito di eventi specifici della comunità queer», spiega il ricercatore e sessuologo Filippo Nimbi. Quando ha cominciato a diffondersi in Italia, lo ha fatto soprattutto attraverso sostanze che si fumano con una pipetta, mentre a Londra l’iniezione endovenosa è sempre stata una pratica comune. La differenza, secondo chi lavora sul campo, ha radici culturali precise: le campagne italiane di comunicazione pubblica degli anni Ottanta e Novanta hanno associato le siringhe all’eroina e a forme particolarmente estreme e degradanti di consumo di stupefacenti, rendendo l’ago uno stigma a sé, indipendentemente dalla sostanza.
L’MDPV è arrivata in modo massiccio tra il 2019 e il 2020, sostituendo la metanfetamina – difficile da trovare in Italia e molto più costosa – e diventando rapidamente la sostanza dominante nel chemsex del nord Italia. A Roma e nel sud prevale ancora il crack, la forma fumabile della cocaina, che dà una dipendenza altrettanto grave ma con una traiettoria psichiatrica più lenta.
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Su Grindr, la principale app d’incontri usata dagli uomini che vogliono fare sesso con altri uomini, si trovano facilmente utenti che vendono e offrono MDPV, soprattutto attorno a Milano. Per rendersi visibili utilizzano una serie di emoji collegate al mondo delle feste, come 🎉 o 🥳, perché l’MDPV è diffuso in larghissima parte in un contesto specifico: quello delle sessioni di chemsex.
La ragione per cui l’MDPV è così apprezzato nel chemsex è legata al suo potente effetto inibitore della ricaptazione di dopamina e noradrenalina: evita in pratica che questi neurotrasmettitori vengano riassorbiti, il che produce euforia intensa, disinibizione, aumento del desiderio sessuale e amplificazione delle sensazioni fisiche. Genera anche un senso artificiale di empatia e connessione con il partner.
«Quello che viene cercato è una maggiore disinibizione in generale», dice Nimbi. «La possibilità di sentirsi più sciolti, più liberi, e il fatto che queste sostanze aumentano le sensazioni piacevoli». Per molti utilizzatori, specie per chi ha interiorizzato lo stigma legato alla propria sessualità, la sostanza abbassa una soglia di vergogna o ansia della prestazione che altrimenti renderebbe il sesso difficile o impossibile.
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L’MDPV ha una durata d’azione relativamente breve. Quando l’effetto comincia a scendere, invece di tornare allo stato di partenza subentra uno stato di forte ansia, angoscia, agitazione e paranoia che può tenere svegli e in sofferenza fino a diciotto ore. L’alternativa è assumere di nuovo la sostanza per ripristinare l’effetto e posticipare il comedown, come si indicano i postumi delle sostanze psicoattive.
«Sostanzialmente, prendi una sostanza che ti dà un effetto estremamente intenso per mezz’ora e poi ti dice: “Scegli: vuoi un’altra mezz’ora di euforia o diciotto ore in cui stai male?”», spiega al Post un uomo di Milano che ha fatto più volte uso di MDPV nel contesto del chemsex e ha chiesto di rimanere anonimo. «Una persona lucida direbbe vabbè, mi faccio adesso queste diciotto ore. Ma ovviamente non sei lucido». Così, è possibile che le sessioni durino giorni, e che chi ci è dentro smetta di dormire, mangiare e bere.
Marta Beltrami del Servizio Dipendenze (SerD) pubblico Canzio a Milano dice che «rispetto ad altre dipendenze, ha un rapido impatto di degradazione sulla capacità di funzionamento della persona, e la perdita di controllo sulla sostanza avviene anche nel giro di qualche mese». Le persone che arrivano al centro con un problema legato all’MDPV spesso non avevano mai avuto problemi di dipendenze da sostanze in precedenza, e altrettanto spesso hanno un livello di istruzione elevato e lavori stabili e ben retribuiti. «Ci sono persone che partono da situazioni socio-culturali elevate e che perdono tutto», dice Beltrami.
«Diciamo che c’è chi lo ha provato qualche volta e poi si è spaventato e ha smesso», dice Giorgia Fracca, psicoanalista dell’associazione ASA che coordina un gruppo psicoterapeutico per persone con dipendenza da chemsex. «Ma abbiamo visto moltissime persone che si sentivano dipendenti già dopo la prima volta. Nelle ricerche in laboratorio, è risultato molto più assuefacente di eroina e metanfetamina».
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Gli effetti psichiatrici acuti includono stati psicotici – con allucinazioni visive e uditive, deliri di persecuzione e agitazione psicomotoria – che in alcuni casi richiedono il ricovero. A volte la paranoia può portare a idee suicidarie, dice Beltrami, ma anche nei casi meno acuti il distacco dalla realtà può durare per settimane. In una minoranza di casi il danno è permanente. Ci sono anche conseguenze fisiche, come grossi danni al fegato e ai reni.
C’è poi la questione del consenso. Le stesse caratteristiche che rendono l’MDPV attraente – disinibizione, amplificazione delle sensazioni, cancellazione temporanea dell’ansia – portano anche regolarmente a situazioni in cui è difficilissimo dare un consenso pieno e revocabile, e a provare pratiche più spinte di quelle che si accetterebbero normalmente. «Nel momento in cui prendo una sostanza che mi disinibisce e rende molto difficile comprendere bene il contesto, si creano più facilmente situazioni in cui non si è ben consapevoli di quello che sta succedendo», spiega Nimbi. Vari attivisti e membri della comunità hanno descritto al Post situazioni in cui la sostanza viene usata anche intenzionalmente per facilitare abusi, da parte di chi la somministra ad altri sapendo di rimanere lucido.
Il trattamento della dipendenza da MDPV è complesso e ancora poco standardizzato. Il SerD Canzio ha costruito un percorso che integra monitoraggio tossicologico delle urine e del capello, colloqui psichiatrici e psicologici individuali, e un gruppo di psicoterapia a orientamento comportamentale avviato nel gennaio 2025, già alla quinta edizione.
Il lavoro terapeutico si divide in due parti. La prima fase è più focalizzata sulla gestione del “craving”, ovvero il desiderio compulsivo di assumere la sostanza, e delle situazioni che portano all’uso. La seconda è invece incentrata sull’identità sessuale e sul rapporto con il proprio corpo e i propri desideri. «Ai ragazzi manca spesso un riconoscimento di sé sia come individui con un valore intrinseco, sia come soggetti sessuali legittimi», spiega Enza Traina, che lavora a sua volta al SerD. «Lavoriamo per far sì che si riconoscano, che diano un valore al proprio orientamento, che capiscano quali sono i loro desideri reali. Sono cose che per molti di loro non sono mai state scontate».
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Uno degli obiettivi terapeutici più difficili da raggiungere è aiutare i pazienti a immaginare e poi sperimentare una sessualità slegata dall’uso di sostanze: dopo un certo punto, i due elementi diventano cognitivamente inseparabili. Parte del percorso consiste nel reintrodurre gradualmente esperienze sessuali sobrie – anche solo la masturbazione – e nel dare loro un significato diverso da quello a cui i pazienti si erano abituati. Il servizio è al momento l’unico percorso pubblico dedicato a Milano. Fuori dalla città, e fuori dal nord Italia, l’MDPV è ancora poco conosciuta anche tra i professionisti della salute.
I dati epidemiologici certi scarseggiano, anche perché è difficile raccoglierli, data la natura illegale della sostanza. I servizi milanesi con cui ha parlato il Post segnalano però un aumento costante delle richieste di presa in carico a partire dal 2020, con un cambiamento qualitativo. All’inizio, i pazienti erano spesso persone che si erano rivolte al servizio su indicazione di un avvocato, per accedere alle misure alternative alla detenzione previste per chi ha problemi di dipendenza. Oggi, i nuovi pazienti arrivano spontaneamente, spaventati da quello che provano dopo l’assunzione dell’MDPV.
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Dove chiedere aiuto
Se sospetti di stare sviluppando un rapporto problematico con il chemsex, puoi rivolgerti al più vicino SerD (Servizio per le Dipendenze) sul tuo territorio, presente in ogni ASL italiana: qui c’è una lista divisa per regione. Al momento, l’unica associazione che offre gruppi di supporto specifici per chi ha problemi legati al chemsex è a Milano: si chiama ASA ed è raggiungibile al numero +3902 55195800.
Puoi anche cercare il checkpoint LGBTQ+ della tua città: sono presidi sanitari e sociali territoriali gestiti dalla comunità stessa, nati per offrire servizi di prevenzione e test per l’HIV e altre infezioni sessualmente trasmissibili (IST) in un ambiente non ospedaliero, accogliente e non giudicante. Chi preferisce un primo contatto anonimo può fare riferimento al sito 56 Dean Street, che raccoglie risorse in più lingue sul chemsex e su come chiedere aiuto: qui c’è la pagina in italiano.



