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  • Giovedì 7 maggio 2026

I Laburisti si preparano a un disastro in Scozia e Galles

Le elezioni di oggi sono una faccenda tra gli indipendentisti e la destra di Farage, e rendono sempre più precaria la leadership di Keir Starmer

di Matteo Castellucci

Il primo ministro britannico, Keir Starmer, parte da Yerevan in Armenia dopo la riunione della Comunità Politica Europea dello scorso 4 maggio
Il primo ministro britannico, Keir Starmer, parte da Yerevan in Armenia dopo la riunione della Comunità Politica Europea dello scorso 4 maggio (Stefan Rousseau - WPA Pool/Getty Images)
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Giovedì ci sono le elezioni parlamentari in Scozia e in Galles e un ampio turno di elezioni amministrative in Inghilterra: in tutte e tre i Laburisti si aspettano risultati disastrosi, e hanno solo da perdere. Questo potrebbe avere conseguenze sulla tenuta sempre più precaria del governo del primo ministro Laburista Keir Starmer, e accelerare le manovre in corso nel partito per sostituirlo.

Una grossa novità politica è che, per la prima volta, dovrebbe ottenere buoni risultati anche in Scozia e in Galles il partito di destra populista di Nigel Farage, Reform UK. I sondaggi lo danno secondo in entrambe le nazioni: alle scorse elezioni, nel 2021, aveva preso lo 0,2 per cento in Scozia e l’1 per cento in Galles. È un segno che Reform sta continuando ad allargare i suoi consensi dove prima non ne raccoglieva. In passato i partiti di Farage erano radicati soprattutto in Inghilterra, ma praticamente inesistenti fuori.

«Pensavo la Scozia fosse immune a un fenomeno politico così inglese», dice lo storico Colin Kidd, che insegna all’università di St. Andrews, in Scozia. La Scozia ha già un partito per certi versi populista, anche se indipendentista, cioè il Partito Nazionale Scozzese (SNP) che governa dal 2007. Kidd se lo spiega con la delusione per i partiti tradizionali, anzitutto per i Laburisti, e con l’enfasi data anche dai media locali all’arrivo di persone migranti attraverso il canale della Manica. La promessa di misure durissime contro l’immigrazione è da sempre il centro del messaggio politico di Farage, e ormai non solo del suo.

Gli ultimi anni sono stati complicati per l’SNP. Ha cambiato due volte leader, e dunque primo ministro scozzese, da quando nel 2023 si è dimessa la sua capa storica e più carismatica, Nicola Sturgeon. Quello attuale, John Swinney, propone di considerare la probabile vittoria alle elezioni come il preludio a un nuovo referendum d’indipendenza, dopo quello fallito del 2014. Il governo britannico ha già chiarito che non lo permetterà e quello scozzese non ha i poteri di convocarne uno. La tattica di Swinney serve soprattutto a mobilitare i sostenitori.

Il primo ministro scozzese John Swinney insieme ad altri candidati dell'SNP durante un evento elettorale a Stirling, in Scozia, il 1° maggio

Il primo ministro scozzese John Swinney insieme ad altri candidati dell’SNP durante un evento elettorale a Stirling, in Scozia, il 1° maggio (Jeff J Mitchell/Getty Images)

Semplificando, l’elettorato scozzese è diviso in due blocchi, quasi equivalenti: uno favorevole all’indipendenza e uno contrario. Il primo, di fatto, è monopolizzato dall’SNP e in misura minore dai Verdi scozzesi. Per i voti del secondo, invece, competono tutti gli altri partiti: Laburisti, Conservatori, Libdem e appunto Reform. Questo favorisce l’SNP in un sistema dove più di metà dei seggi vengono assegnati in collegi uninominali (73 su 129, gli altri su base proporzionale).

– Leggi anche: Gli indipendentisti scozzesi vogliono riprovarci con il referendum

Il professore dell’università di Edimburgo James Mitchell spiega che, da questo punto di vista, «Reform può essere la cosa migliore capitata all’SNP», avendo diviso l’elettorato degli avversari. Significa che, salvo cataclismi, il primo posto degli indipendentisti non è in discussione. La questione sarà se l’SNP prenderà gli stessi voti del 2021, quando si fermò a un solo seggio dalla maggioranza, o meno, come sembra dai sondaggi.

Nel secondo caso, anche se l’SNP restasse al governo, avrebbe meno forza per insistere sul nuovo referendum. Mitchell si aspetta che gli indipendentisti ci provino lo stesso: anche se le possibilità sono remote, o proprio per questo. «Le persone sanno che il referendum non ci sarà o non lo vogliono neppure, ma il messaggio che passa è che l’SNP è il partito che si batte per la Scozia». Mitchell definisce questo aspetto la «politica del reclamo»: chiedere un referendum, pur sapendo che è irrealistico nel breve termine, come strumento di rivendicazione col governo centrale. Lo scontro avvantaggia l’SNP, specie in un momento in cui il governo è così impopolare.

Questo spiega perché l’SNP sia rimasto dominante nonostante, in quasi vent’anni consecutivi al governo, abbia in parte dissipato la sua reputazione. E nonostante, nei sondaggi, l’indipendenza non sia una priorità per gli elettori: le prime tre citate sono l’economia, il welfare e l’immigrazione. «L’indipendenza è la raison d’être del partito, ma parlarne è anche una tattica elettorale efficace perché nei sondaggi il sostegno all’indipendenza è più alto di quello all’SNP», dice la giornalista di BBC News Scotland Natalie Higgins.

Anche il Galles ha un partito indipendentista di ispirazione socialdemocratica, Plaid Cymru. A differenza di quello scozzese non ha mai vinto le elezioni, ma stavolta potrebbe farlo per la prima volta nella storia (i parlamenti nazionali sono stati istituiti nel 1999). Il fatto che Plaid Cymru si giochi il primo posto con Reform, e non con i Laburisti, è una misura di quanto questi ultimi sono messi male.

Il leader di Plaid Cymru, Rhun ap Iorwerth, il 30 marzo a Caerphilly, in Galles

Il leader di Plaid Cymru, Rhun ap Iorwerth, il 30 marzo a Caerphilly, in Galles (Matthew Horwood/Getty Images)

Il Galles è – o è stato – un loro feudo storico. I Laburisti lo hanno sempre governato, hanno vinto ogni elezione dal 1922 e alle ultime politiche, nel 2024, hanno ottenuto 27 seggi su 32. Il terzo posto che pronosticano i sondaggi sarebbe un trauma, molto di più che venire scavalcati anche in Scozia da Reform come prima forza dell’opposizione.

«Starmer potrebbe essere il primo leader Laburista da un secolo a perdere il Galles: se i Laburisti non vincono qui, dove possono vincere?», si chiede Will Hayward, giornalista che scrive sul Guardian e cura una seguita newsletter sulla politica gallese. Secondo Hayward, i Laburisti del Galles si sono allineati eccessivamente alle posizioni della leadership centrale, mentre storicamente erano più a sinistra, e ne hanno perso in termini di identità. Non sono più riusciti a presentarsi come i portavoce degli interessi gallesi.

– Leggi anche: L’enorme piano del governo gallese per incentivare l’uso della lingua gallese

Plaid Cymru è più cauto sui progetti d’indipendenza dal Regno Unito, anche perché la maggior parte della popolazione gallese è contraria. Di fatto li ha accantonati, centrando il programma sui servizi pubblici. Il leader Rhun ap Iorwerth, possibile prossimo primo ministro gallese, ha chiarito che rimanderebbe ogni discussione sull’indipendenza a un eventuale secondo mandato. La preoccupazione di Iorwerth è stata soprattutto rassicurare l’elettorato e dimostrare che il partito è pronto per governare.

Sostenitori di Reform UK a un comizio a Merthyr Tydfil, in Galles, il 5 maggio

Sostenitori di Reform UK a un comizio a Merthyr Tydfil, in Galles, il 5 maggio (Finnbarr Webster/Getty Images)

Un elemento centrale nella tattica di Plaid Cymru, come in quella dell’SNP, è raccontarsi come l’unico partito in grado di battere Reform, ossia di sventare un governo di destra. Ha funzionato lo scorso ottobre alle elezioni suppletive per un seggio gallese del parlamento britannico, quello di Caerphilly, vinte da Plaid Cymru contro Reform, adottando proprio questa tattica. I Laburisti erano arrivati terzi.

Il professore Mitchell conclude che SNP, Plaid Cymru e Reform sono accomunati da forme diverse di nazionalismo: scozzese, gallese, inglese. Paradossalmente Plaid Cymru e SNP sono favoriti dall’ascesa di Reform, che a sua volta strumentalizza le loro istanze autonomiste tacciandoli di voler disgregare il Regno Unito. Il fatto che partiti con un radicamento così locale possano battersi credibilmente con Reform, che è un progetto politico nazionale, testimonia il momentaccio dei Laburisti.

Ci sono anche le elezioni amministrative in Inghilterra, dove l’anno scorso aveva stravinto Reform, e il partito di Starmer potrebbe arrivare a perdere due terzi dei suoi consiglieri locali. Potrebbe essere il colpo di grazia alla leadership pericolante di Starmer.

Potrebbe cioè convincere i suoi oppositori nel partito, sempre più numerosi e rumorosi, a venire allo scoperto e cercare di sfiduciarlo da leader, e dunque da primo ministro. Sembra un passaggio imminente, dopo le elezioni, visto che finora Starmer ha fatto capire di non avere intenzione di dimettersi di sua volontà. C’è un ostacolo tecnico: il principale leader alternativo, Andy Burnham, non ha ancora i requisiti per sostituirlo perché non è un parlamentare.