Abbiamo “salvato” la megattera per il suo bene o per il nostro?

La stressante e probabilmente inutile operazione per liberarla dal mar Baltico dice molto del nostro rapporto con gli animali

La megattera trasportata in una chiatta semisommersa
La megattera trasportata in una chiatta semisommersa trainata da un rimorchiatore a Fehmarn, in Germania (Philip Dulian/dpa/AP)
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Dopo essere rimasta arenata per oltre due mesi nelle acque basse del mar Baltico, a nord della Germania, sabato una megattera lunga dodici metri e pesante dodici tonnellate è stata trasportata su una chiatta e liberata nel mare del Nord. Secondo gli scienziati è molto improbabile che sia sopravvissuta, perché era ferita al momento dell’arenamento e le sue condizioni si erano aggravate per la bassa salinità del Baltico. Un trasmettitore applicato prima di liberarla avrebbe dovuto permettere di seguire i suoi spostamenti, ma i dati non sono stati resi pubblici, e la squadra di esperti coinvolta nel salvataggio si è sciolta dopo aver litigato sulle responsabilità di alcune decisioni.

La vicenda è stata raccontata dai media di mezzo mondo e seguita con grande partecipazione: per la difficoltà e i rischi delle operazioni private di salvataggio, finanziate da due imprenditori milionari tedeschi, e per le divergenze tra gruppi privati e funzionari pubblici. Sarebbe stato più ragionevole e “umano” lasciar morire la megattera secondo le autorità locali e diversi scienziati, ma non secondo una parte della popolazione e dell’opinione pubblica, che intanto si era affezionata all’animale, soprannominato dai giornali tedeschi Timmy, dal nome di una località balneare (Timmendorfer Strand) vicino al banco di sabbia in cui era rimasto incagliato.

Per quanto eccezionale, la storia della megattera soccorsa nel Baltico ha mostrato diversi aspetti del rapporto problematico, ambiguo e spesso contraddittorio tra animali umani e non umani. Ed è stata un esempio del profondo disaccordo che può emergere tra le persone quando si tratta di riconoscere e perseguire il bene degli animali, anche oltre le apparenze. Ciò che a molti sembrava un beneficio evidente per la megattera, cioè salvarla a ogni costo, per altri era un accanimento insensato che le avrebbe solo procurato ulteriori sofferenze: un atto non orientato al suo bene, ma alla soddisfazione delle aspettative di chi considerava moralmente inaccettabile lasciarla morire come e dove non sarebbe dovuto succedere.

La storia era cominciata all’inizio di marzo, quando vicino alle coste di Wismar, in Germania, la megattera era stata trovata impigliata in una rete da pesca, come capita sempre più spesso anche in altre parti del mondo. Non è chiaro come fosse finita in quelle acque trafficate, molto meno salate e profonde rispetto a quelle dell’oceano in cui vivono le megattere. Una delle ipotesi è che si fosse persa seguendo un banco di aringhe attraverso lo stretto di Kattegat.

A differenza di delfini, capidogli e altri odontoceti, i misticeti – di cui fanno parte le megattere – non hanno la capacità di sfruttare i riflessi delle onde sonore (ecolocalizzazione). Utilizzano altri sensi, per muoversi, e secondo alcuni scienziati sfruttano anche il campo magnetico terrestre. Gli spiaggiamenti dei cetacei in generale sono un fenomeno relativamente frequente, ma in gran parte misterioso, forse dovuto a condizioni meteorologiche insolite, problemi di salute, o rumori e altri stimoli di origine antropica.

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L’opportunità di salvare un cetaceo spiaggiato viene di solito valutata dagli esperti sulla base di diversi fattori, tra cui le dimensioni, le condizioni di salute, le probabilità di successo del salvataggio e da quanto tempo l’animale è spiaggiato. Da marzo in poi, la megattera bloccata lungo le coste settentrionali della Germania si era arenata più volte tra Wismar, Timmendorfer Strand e l’isola di Poel.

Alcuni attivisti di Sea Shepherd, un’organizzazione non profit famosa per le sue campagne contro la caccia alle balene, avevano innanzitutto provato a rimuovere la rete da pesca, ma una parte era rimasta avvolta intorno al corpo e nella bocca della megattera. La guardia costiera federale tedesca aveva utilizzato escavatori anfibi galleggianti per smuoverla, riuscendoci solo dopo diversi tentativi.

La megattera nella chiatta semisommersa

La megattera al largo dell’isola di Poel, in Germania (Philip Dulian/dpa/AP)

Sia i veterinari di un ente nazionale, sia altri biologi marini chiamati a esaminare la megattera ne avevano constatato le pessime condizioni già a marzo. Aveva la pelle screpolata, giallastra e ricoperta di vesciche, a causa della bassa salinità dell’acqua. Non era chiaro quanta parte della rete avesse ingerito, e aveva diverse ferite sul corpo. Alcune erano forse state causate dai tentativi di smuoverla con l’escavatore galleggiante, ma altre più vecchie sul dorso erano del tipo causato dalle eliche delle imbarcazioni: un incidente piuttosto frequente.

«È chiaro che gli esseri umani erano responsabili di molto peggio che del semplice fallimento nel salvare l’animale», ha riassunto il New Yorker in un articolo sull’operazione di salvataggio.

Secondo diversi esperti, ammesso si fosse trovato il modo di trasportare la megattera in acque più profonde, questo probabilmente non le avrebbe evitato la morte per denutrizione o per annegamento, dato che con il passare dei giorni i suoi polmoni avevano cominciato a riempirsi d’acqua. Un esperto del Museo oceanografico tedesco di Stralsund aveva definito qualsiasi ulteriore tentativo di salvataggio una forma di tortura, e aveva previsto che sarebbe morta nel Baltico.

Nel frattempo però, attratti dai media, alcuni attivisti e una parte della popolazione locale avevano preso molto a cuore le sorti della megattera e avevano apertamente criticato le autorità, giudicando inadeguati i loro interventi di soccorso. Il biologo marino e influencer Robert Marc Lehmann, seguito sui social da centinaia di migliaia di persone, è stato uno dei più impegnati nel richiamare l’attenzione pubblica sulla megattera e coordinare le iniziative private di salvataggio, tra cui un tentativo fallito a metà aprile.

«Anche se le probabilità di successo sono estremamente scarse, bisogna sempre provarci. Sempre», aveva scritto su Instagram, pubblicando una serie di video in cui accarezzava la megattera o le stava vicino. In un altro aveva scritto: «Non posso portarti in braccio, ma posso esserci per te e aiutarti a farcela da sola. Devi fare il 99,9 per cento da sola. Io contribuisco per lo 0,1 per cento». Diversi giornali hanno definito Lehmann «l’uomo che sussurra alle balenottere».

Alcuni biologi hanno elogiato Lehmann in generale, per il suo impegno di sensibilizzazione: tramite lui si erano fatti avanti Karin Walter-Mommert e Walter Gunz, i due imprenditori responsabili del finanziamento delle operazioni di salvataggio. Ma secondo diverse altre persone coinvolte, Lehmann ha intralciato anziché favorire il lavoro degli esperti, più che altro per farsi pubblicità sui social. E le sue riprese video, secondo una veterinaria dell’ente impegnato nei soccorsi, sono state fonte di ulteriore stress per la megattera.

Una delle principali critiche degli scienziati è che il governo dello stato federale di Meclemburgo-Pomerania Anteriore, dove la megattera ha trascorso gran parte delle ultime settimane, aveva rinunciato alle operazioni di salvataggio, ma aveva infine autorizzato quelle private a causa delle pressioni mediatiche. «Ci si aspettava che i funzionari tedeschi seguissero il parere degli scienziati, ma lo hanno ignorato», ha detto un biologo marino alla rivista Science, chiedendo di rimanere anonimo per paura di ritorsioni.

I tifosi della squadra di calcio maschile dell’Eintracht Francoforte espongono uno striscione che raffigura una versione cartoon della megattera Timmy

I tifosi della squadra di calcio maschile dell’Eintracht Francoforte espongono uno striscione dedicato alla megattera Timmy durante una partita di campionato, a Francoforte, il 2 maggio 2026 (Alex Grimm/Getty Images)

Altri biologi e oceanografi hanno definito sconvolgenti e difficili anche solo da guardare i video in cui la megattera si dibatte e sbatte contro i lati della chiatta. Altri video mostravano alcuni membri dell’equipaggio che cercavano di tirarla fuori usando una corda attaccata alla coda, una parte del corpo priva di ossa e composta perlopiù da tessuto connettivo e muscoli. «La regola numero uno nei salvataggi è non tirare mai, mai, mai per la coda. Questo dimostra chiaramente che quelle persone non sapevano cosa stavano facendo», ha detto a Science il biologo marino Fabian Ritter, presidente e direttore scientifico di un’organizzazione non governativa.

Le recriminazioni reciproche tra i membri della squadra di salvataggio rendono complicato individuare e attribuire responsabilità precise. Una delle veterinarie coinvolte nella missione, Kirsten Tönnies, ha detto di non essere stata autorizzata ad avvicinarsi alla megattera durante la liberazione e ha accusato l’equipaggio della nave di aver mentito agli esperti a bordo. Anche i due imprenditori che hanno finanziato l’operazione, Walter-Mommert e Gunz, hanno preso le distanze e attribuito la responsabilità ai proprietari e agli operatori delle imbarcazioni coinvolte nella missione.

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Nelle ultime settimane la discussione si era ulteriormente avvitata perché era soprattutto Lehmann a condurla e orientarla sui social, dove il suo carisma e la sua popolarità lo facevano sembrare l’unica persona competente e con le idee chiare su come salvare la megattera. Ma la differenza sostanziale tra lui e gli scienziati intervenuti nel dibattito è che lui alimentava le speranze, mentre loro parlavano di cose impopolari e che in pochi volevano ascoltare. Inclusa la possibilità di praticare l’eutanasia sulla megattera.

È una scelta difficile e non sempre possibile, ma spesso necessaria per abbreviare le sofferenze dei cetacei spiaggiati. Uno dei metodi consiste nel sedarli e iniettare infine una soluzione di cloruro di potassio direttamente nel cuore, con un ago lungo quanto un braccio umano, che provoca la morte dell’animale entro pochi minuti.

Nel 2021 in Nuova Zelanda l’eutanasia fu unanimemente ritenuta dagli esperti la scelta migliore per un cucciolo di orca non ancora svezzato, che si era arenato vicino a Wellington e le cui condizioni si erano aggravate a causa delle cure prolungate. L’attenzione mediatica e le pressioni pubbliche ostacolarono la scelta degli esperti, e l’orca morì dopo settimane.

Nel caso della megattera arenata in Germania l’eutanasia era stata esclusa perché non c’erano le condizioni per praticarla. Ma il gruppo di esperti sugli spiaggiamenti della Commissione internazionale per la caccia alle balene, l’ente che si occupa di preservare le specie di cetacei esistenti, aveva comunque raccomandato le «cure palliative», cioè mantenere la megattera bagnata e creare un ambiente calmo intorno a lei, descrivendole come «l’unica risposta responsabile, umana e concreta a una situazione in cui non esiste una soluzione semplice».

Come scritto ad aprile sul sito The Conversation dall’ecologista marina neozelandese Karen Ann Stockin, la vicenda della megattera Timmy mostra quanto sia complesso il dibattito su come conciliare la compassione per gli animali, amplificata anche attraverso i social, «con un processo decisionale etico e basato su dati scientifici». E su come evitare che l’empatia verso gli animali si trasformi in indignazione per le parole di chi li studia e le scelte di si occupa del loro benessere.

È normale che animali enormi ed espressivi come le megattere e le balene suscitino forti reazioni emotive, specialmente quando sono arenate e più vulnerabili, scrive Stockin. Ma la gestione e la conservazione della fauna selvatica si basa sulla valutazione di parametri precisi, misurabili ma spesso non osservabili, e sulla consapevolezza che intervenire non è sempre vantaggioso e che fare di più non significa fare meglio.

La questione fondamentale non è se le persone si preoccupano abbastanza degli animali, conclude Stockin, «ma se siamo disposti ad accettare che preoccuparsi significa anche ascoltare la scienza, l’esperienza e le scomode verità che portano con sé».

Una megattera salta fuori dall’acqua

Una megattera salta fuori dall’acqua a Cabo San Lucas, in Messico, il 10 gennaio 2021 (Alfredo Martinez/Getty Images)

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