Il mistero della forza di Giorgia Meloni
Prova a capirlo Valerio Valentini, giornalista politico del Post, nel suo nuovo libro "La marcia sul posto"

La marcia sul posto. Il paradosso di Giorgia Meloni è il nuovo libro, pubblicato da Nottetempo, di Valerio Valentini, cronista parlamentare del Post e curatore della newsletter settimanale di politica Montecit. (ci si iscrive qui, è gratis). Il libro parla di lei, ovviamente, di Meloni, e un po’ anche di noi. È un ritratto della presidente del Consiglio, e un po’ anche una sua biografia politica; è un reportage dai luoghi di Roma che le sono più cari, e insieme il racconto di questi tre anni e mezzo di governo, e di come è cambiato, se è cambiato, il paese. L’estratto che segue è tratto dal primo capitolo del libro, che è ambientato nella suite di crioterapia utilizzata abitualmente da Meloni, un luogo in cui, a 80 gradi sotto lo zero, Valentini coglie il senso del melonismo.
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Tutto qui, oltre alla nostra consulente, parla di longevità – anzi, longevity: i dépliant che ci offre, le citazioni riportate sulle pareti, l’etichetta delle tisane che ci propone, il nome dei “percorsi” che prova a propinarci a botte di abbonamenti da 200, 300, 600 euro a testa, tutto uno scrupolo anti-age che sa anche un po’ di paranoia. Ma tant’è. Quanto alla sessione, ero stato il solito esagerato. Certo che era tutta suggestione. Uno dice: meno 80 gradi, e già preavverte la fitta del coccolone. Ma il turbamento è durato davvero solo pochi istanti: poi, quel freddo così totale, così asciutto, è stato quasi inebriante, l’attesa del collasso imminente s’è smaterializzata insieme alla contrazione dei muscoli della schiena, e allora la vertigine di narcosi s’è fatta per un attimo perfino piacevole. Il tutto è durato tre minuti (…)
Però quei centottanta secondi sono stati sufficienti per fare in modo che la mente mezza ibernata fosse visitata da un’immagine rivelatrice. Sarà stata la voce di Vasco, sarà stata la vertigine di narcosi – “La vertigine di narcosi… Ma come ti vengono ’ste cazzate?” mi ha liquidato mia moglie, quando gliel’ho raccontata, mettendomi in mano la bagnarola coi panni da stendere –, insomma nella scena di Giorgia Meloni rinchiusa nel cubicolo a meno 80 gradi a rallentare l’incedere del suo invecchiamento, a fermare il corso degli accidenti in un’estasi di immobilismo, mi è parso di cogliere il mistero della sua forza.
Walter Siti, nel 2014, l’essenza di Matteo Renzi, il sindaco rampante e ipercinetico nel momento in cui si accingeva a lanciare la sua scalata al cielo, la decifrò in una scena casuale: la vista del giovane ambiziosissimo astro nascente del centrosinistra che pedala, in una vetrina di LuisaViaRoma, a Firenze, per un evento promozionale, ma pedala senza muoversi, “sorridendo su una bici Cipollini in carbonio – su rulli che lo lasciano fermo allo stesso punto, ma con la grinta di chi vorrebbe sfondare il cristallo pur sentendosene protetto”. Se Renzi era l’ansia perversa del moto perenne, l’irrequietudine di chi deve inventarsene una al giorno, un azzardo costante, Meloni – che forse insieme a Renzi è l’unica altra grande creatura politica, politicissima, di questa stagione postberlusconiana – è il suo contrario: la ricerca della stasi, un infaticabile esercizio di cautela.
Quello che suda e si dimena perché non riesce a stare fermo, e percepisce la sua fama, il suo potere, come un marchingegno da tenere sempre al massimo della velocità nel terrore che tutto s’impantani; lei che invece fa il pieno d’ossigeno per riuscire a non muoversi, tiene il motore al minimo convinta com’è che la quantità di energia che un leader può spendere prima di finire in disgrazia sia tanta ma limitata, e dunque conviene bruciarla con oculatezza, non consumarla troppo in fretta per non consumarsi prima del tempo.
Quando gli si chiede dei suoi anni a Palazzo Chigi, Renzi fa racconti distopici: lui che bivacca al terzo piano, nell’appartamento istituzionale del presidente del Consiglio, senza moglie né figli, perché quelli di trasferirsi a Roma non ne vogliono sapere, e cena alle dieci di sera, da solo, trangugiando mezzo chilo di pasta al burro dopo aver saltato il pranzo, sbandato come un universitario fuori sede, solo che anziché studiarsi le 16 dispense si sciroppa i report dei Servizi segreti fino a notte fonda, per poi svegliarsi alle sei del mattino perché la truppa non si impigrisca, e i giornali scrivano che lui sta sempre all’erta, fin dall’alba, e però sta sempre all’erta tirando avanti a caffè e Coca-Cola in quantità invereconde, in uno slancio di compiaciuta autodistruzione: in mille giorni, dieci chili presi, i ritmi sonno-veglia del tutto sballati, e una paura di essersi rovinato il metabolismo per sempre che non lo abbandona neppure ora, che è entrato in fissa col digiuno intermittente. Normale che non potesse durare, così; normale che, prima ancora della politica, fosse il corpo, l’entropia scomposta che ti deflagra nella testa, a imporre un limite.
E non vale solo per Renzi. Giuseppe Conte, quando stava a Palazzo Chigi, aveva giornate talmente sconclusionate che finiva per convocare riunioni, a sera fatta, che venivano di frequente interrotte dalle telefonate della compagna Olivia che gli chiedeva se sarebbe tornato a cena, poi se gli avrebbe dovuto tenere qualcosa in caldo, e infine gli diceva, esausta e spazientita, che non lo avrebbe atteso sveglia, e lui intanto faceva le ore piccole sulle sue sudate carte, forse per acquisire attraverso l’ostentazione della disciplina da giurista, lo scrupolo dello studioso, quell’autorevolezza che altrimenti nessuno gli avrebbe riconosciuto fino in fondo, esile com’era il suo pedigree da wannabe-statista.
Il massimo dello sballo, per Conte, seconda punta dal piede niente male, tignoso nei contrasti e con un tiro rispettabile, era il calciotto: una, al massimo due partite al mese, col suo staff e altri notabili amici romani, al circolo della polizia a Tor di Quinto, con gli agenti della scorta che diventavano tifosi d’occasione, e qualche volta portieri improvvisati se qualcuno dei convocati disertava fuori tempo massimo. Pure la sera del giuramento del suo secondo governo, quello giallorosso, si festeggiò così: rincorrendo il pallone. Ma anche quel diversivo era un’impresa, incastrarlo nell’agenda, e capitava spesso di dover rimandare all’ultimo, coi notabili suddetti amici che rincasavano mesti col borsone intatto in spalla, e le mogli che chiedevano: “Embè? Pure stasera quello là vi ha dato buca?”
Meloni sembra invece aver imparato la lezione – quella, e insieme a quella molte altre – del suo predecessore Mario Draghi, ma sublimandola. A Palazzo Chigi quasi mai prima delle dieci del mattino, salvo quando impegni istituzionali improrogabili non impongano levatacce, per una giornata di lavoro che molto spesso le consente di staccare per l’ora dell’aperitivo, e il weekend sacro: il resto è tempo da dedicare alla figlia Ginevra, alla sorella Arianna, alla palestra quando se ne ha l’occasione, a quel poco di svago che certo non è davvero ozio, e neppure riposo, se fai la presidente del Consiglio e vivi col cellulare come appendice naturale della tua mano, ma che comunque permette di disintossicarsi un poco, e di farlo allontanandosi il prima possibile dalla Suburra, la cittadella politica in infaticabile inconcludente fermento, e fuggire oltre il Raccordo.
I viaggi, tanti: ma pure quelli, da organizzare stando attenti a “non sovraccaricare l’agenda”, come si raccomanda la sua segretaria Patrizia coi diplomatici che imbastiscono le missioni, e se possibile lasciare il tempo per un poco di relax, magari da condividere con la figlia quando c’è, tenere i cronisti al seguito a debita distanza, che se ne stiano a bighellonare, si godano la trasferta a spese del giornale e non rompano le scatole.
Se tanti dei suoi predecessori avevano l’uzzolo di andare veloci, Meloni ha l’ansia di durare. E sa che per durare bisogna conservarsi: lucida, integra, in salute. Forse è per questo che, dopo tanti presidenti maschi usciti abbrutiti, bolsi, coi capelli grigi e le occhiaie scavate, lei dopo tre anni è senza dubbio più in forma di quando ha giurato davanti a Sergio Mattarella. Che sia merito solo della crioterapia, una o due volte a settimana, o del personal trainer Fabrizio, ormai amico fidato, il quale l’accoglie ogni volta che si può nella sua palestra (sì, sì, è la palestra che sta a due passi dalla suite della longevità), e sennò le manda le tabelle con gli esercizi ad alto impatto metabolico da fare a casa, o nella stanza dell’hotel quando la presidente è in trasferta, chissà; c’è perfino tutto uno spettegolare su certe sue improvvise assenze, quasi sempre a cavallo di Ferragosto, quasi sempre mentre è in vacanza in Puglia, che contribuirebbero a ringiovanirla, a levigarne le increspature del viso.
Resta il fatto che la Giorgia del settembre del 2022, quella che si lamentava degli stravizi che non aveva potuto evitare durante la campagna elettorale (“Dovunque vai, te fanno assaggia’ le cose tipiche del posto: e che fai?, mica je poi di’ no grazie ché sto a dieta…”), quella che raccontava divertita, ma anche risentita, che la mamma Anna dopo averla vista in tv mentre arringava una piazza con indosso una specie di abito alla marinara l’aveva annichilita con un commento dei suoi (“Più che ’na marinara, fijetta mia, me sembravi ’na balena”), quella Giorgia, nel rispecchiarsi in quella che ogni mattina esce di casa per andare a Palazzo Chigi, sarebbe orgogliosa dei progressi fatti.
Davvero l’obiettivo di “Fermare il tempo”, come recita uno degli slogan promossi dal centro della longevità, sembra essere stata la sua ambizione più autentica, titanicamente perseguita. Che sia questo, insomma, il segreto di una simile eccezionale durevolezza di governo: il congelare tutto?
(…) A ripensarci ora, nell’Anno Quarto dell’Era di Giorgia, quel decennio scarso che va dal capitombolo di Berlusconi alla breve parentesi draghiana appare come un periodo onnivoro di accidenti, che ha maciullato tanta di quella cronaca politica, e crisi e ribaltoni e ascese folgoranti e tracolli rocamboleschi, che forse ancora dobbiamo farci i conti fino in fondo, con quel che è successo.
La quiete del melonismo, questa impossibilità di alternativa che ingessa ogni slancio di rivolgimento, anestetizza ogni fantasia dei retroscenisti, è allora il momento in cui il paese è tornato a respirare dopo due lustri corsi a perdifiato per rincorrere il leader di turno, tanto più in seguito al trauma prolungato del Covid. Merito di chi ha saputo guadagnarsi una vittoria netta, avendo la fortuna di ottenerla mentre gli avversari collassavano in ordine sparso, e costruire una maggioranza tetragona a ogni scossone.
Ma è anche questione di attitudine: “Se per giorni la politica non sta sulle prime pagine dei giornali, se i tg la sera parlano d’altro, io sono solo che contenta,” disse Meloni poco dopo il suo insediamento a un manipolo di suoi consiglieri, come a distoglierli dalla sollecitudine di avere ogni dodici ore qualcosa di sensazionale da comunicare.
L’horror vacui trasformato in rassicurante contemplazione del niente. Senti che bello, il silenzio?
Però nel trambusto di quegli anni scombiccherati, tra il 2013 e il 2022, i cambiamenti sono stati tanti e poderosi: le leggi sui diritti civili, il Jobs Act, i piani d’incentivi alle imprese, per quanto riguarda il renzismo; reddito di cittadinanza e quota 100, e decreto dignità, e riduzione del numero dei parlamentari, come portati del grillismo e di quel che gli è gravitato intorno. Nel bene e nel male, e soprattutto nel così così, le novità sono state parecchie. Meloni ha messo la politica italiana in naftalina. Se i suoi predecessori, ottenuto il consenso che speravano, lo hanno investito in riforme che avrebbero dovuto dare compimento al tutto, anche a costo di rimetterci l’osso del collo, la tensione della leader di Fratelli d’Italia è un po’ quella delle ali del colibrì, lo sforzo smisurato per restare fermi, uno spasimo di staticità. La massima andreottiana per cui è “meglio tirare a campare che tirare le cuoia” s’è perversamente involuta, o magari nobilitata: e dunque il tirare a campare è diventato il massimo del vitalismo concesso, una specie di esercizio spirituale.
Di fronte all’ordine mondiale che va a ramengo, picconato da Putin e da Trump, dalla Cina e da Israele, restare in piedi, tenersi saldi sulle proprie gambe, non è più l’obiettivo minimo, ma l’ambizione suprema. E ci sta. E ci sta pure che, se chi ti ha contestato ha a lungo paventato scenari da tregenda nel caso in cui tu fossi arrivata al potere, il semplice durare, il mantenimento dell’ordine generale delle cose – il sole che sorge, i fiumi che scorrono, i titoli di Stato che non vanno in tilt – è un successo che potrai rivendicare.
E però il governo che s’avvia a essere il più duraturo che la storia italiana recente, e non solo quella recente, ricordi, sorretto da una delle maggioranze parlamentari più ampie di sempre, al cospetto di un’opposizione come mai prima divisa e stordita, può davvero rivendicare come merito il solo essere stabile? L’eccesso di cautela non scade al dunque nell’accidia? Giudicati per la nostra inconcludenza, dal tribunale della storia, la forza di cui disponevamo non ci verrebbe piuttosto imputata come un’aggravante? Potevamo, ma abbiamo preferito di no.
C’era chi la prospettava come una nuova Marcia su Roma: e la coincidenza temporale, il giuramento della prima presidente del Consiglio postfascista a pochi giorni dal centenario del farsesco golpe mussoliniano, aveva legittimato le suggestioni. È invece stato piuttosto qualcosa di simile alla processione di Echternach, in Lussemburgo: due passi avanti, uno di lato, uno indietro, un grande affannarsi in una danza che lascia i fedeli invasati, devoti a san Villibrordo, sulla stessa zolla di terreno per ore. Più che la Marcia su Roma, una marcia sul posto.
(Pubblicato in accordo con Nottetempo)

La copertina del libro



