Cosa c’è nel nuovo decreto sul lavoro del governo

Soprattutto bonus fiscali per assumere alcune categorie di lavoratori, e poi alcune misure pensate per tutelare i rider

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni alla conferenza stampa dopo l'approvazione del decreto sul lavoro (LaPresse/Palazzo Chigi/Filippo Attili)
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni alla conferenza stampa dopo l'approvazione del decreto sul lavoro (LaPresse/Palazzo Chigi/Filippo Attili)
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Martedì il Consiglio dei ministri ha approvato il cosiddetto “decreto lavoro”, un decreto-legge che contiene diverse misure per favorire l’occupazione, chiamato anche “decreto primo maggio”. Il governo di Giorgia Meloni lo sta promuovendo come un decreto sul “salario giusto” perché contiene, tra le altre cose, diversi incentivi e sgravi fiscali riservati ai datori di lavoro che applicano un salario ritenuto appunto equo secondo alcuni criteri stabiliti nel testo. Contiene anche strumenti per contrastare il caporalato relativo a mestieri gestiti attraverso le piattaforme digitali, come quello dei rider. 

Nella conferenza stampa in cui è stato presentato, Meloni ha detto che il decreto-legge prevede lo stanziamento di quasi un miliardo di euro e che dovrebbe interessare circa 4 milioni di lavoratori. Il decreto contiene prima di tutto diversi bonus fiscali. Sono strumenti piuttosto costosi per lo Stato perché comportano un minore gettito fiscale, cioè entrate minori dalle tasse, e spesso vengono introdotti per favorire gruppi di persone e ottenere il loro consenso, ma poi toglierli è complicato.

In questo caso, introduce un esonero di due anni dal pagamento dei contributi previdenziali per le aziende che assumono donne o giovani sotto i 35 anni, se disoccupati da almeno 24 mesi (che si riducono a 12 mesi per alcune categorie considerate più svantaggiate). Gli sgravi sono maggiori se i lavoratori risiedono o vengono assunti nella Zona Economica Speciale (ZES) per il Mezzogiorno, che comprende il sud Italia e le isole. C’è anche un bonus speciale per le piccole imprese (cioè quelle con meno di 10 dipendenti) che assumono nel sud Italia lavoratori over 35 che siano disoccupati da almeno due anni. 

Tutti questi bonus, però, sono riservati alle aziende che applicano ai loro dipendenti un “salario giusto”: cioè, secondo il decreto, quello definito dai contratti collettivi nazionali di lavoro (CCNL) negoziati tra i sindacati e le organizzazioni di datori di lavoro più rappresentative. Questo serve, in pratica, a impedire che di questi bonus usufruiscano anche le aziende che applicano contratti svantaggiosi ai loro dipendenti, chiamati in gergo “contratti pirata”.

Per definire invece il “salario giusto” dei lavoratori ai quali non è applicato un contratto nazionale, secondo il decreto bisogna fare riferimento al contratto nazionale che si applica ai lavoratori che svolgono l’attività lavorativa più simile.

La definizione di “salario giusto” è stata scelta dal governo anche con l’intento di contrapporlo al concetto di salario minimo legale, cioè una paga oraria minima sotto la quale uno stipendio non può andare per legge, a cui la destra è sempre stata contraria. Le opposizioni avevano cercato di introdurlo depositando una proposta di legge nel 2023, che poi la maggioranza ha a lungo contrastato, riuscendo di fatto a svuotarla di contenuto.

Una delle altre misure, oltre agli sgravi, ha come obiettivo l’introduzione di alcune tutele contro lo sfruttamento di chi lavora attraverso piattaforme digitali, come i rider. Il decreto stabilisce che l’accesso alle piattaforme può essere fatto solo attraverso strumenti che verifichino l’identità del lavoratore (come lo Spid, la carta d’identità elettronica, la carta nazionale dei servizi o l’autenticazione a due fattori) e sanziona la cessione delle credenziali a terzi. La piattaforma per gestire il lavoro, inoltre, non potrà assegnare più di un account per ogni codice fiscale.

Questo meccanismo serve ad assicurarsi che gli account siano gestiti dai lavoratori in persona, evitando il cosiddetto “caporalato digitale”: è una forma di sfruttamento che si verifica quando qualcuno crea più account usando una stessa identità, e poi li cede a lavoratori che non potrebbero registrarsi sulle piattaforme perché privi dei documenti necessari, facendosi pagare o trattenendo in cambio una parte dei loro guadagni.

Il decreto dovrebbe entrare in vigore dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, ma come tutti i decreti legge dovrà essere convertito in legge dal parlamento entro 60 giorni, altrimenti decadrà. Anche questo rientra nella prassi ormai consolidata, da parte del governo, di utilizzare decreti legge anche al di fuori dei casi per i quali sarebbero previsti, cioè quelli di necessità e urgenza. Di solito Meloni lo fa per sfruttare eventi di cronaca che suscitano un particolare dibattito oppure, come in questo caso, per fare campagna elettorale in occasione di giornate simboliche come il primo maggio, dedicata ai lavoratori.