16mila recensioni e vari nemici
Robert Christgau è stato uno dei critici musicali più influenti del Novecento, e continua a dire la sua

Nel luglio del 1969 la rivista musicale The Village Voice pubblicò il primo numero della rubrica Consumer Guide. La scriveva Robert Christgau, giovane critico musicale che nel biennio precedente si era fatto notare per lo stile analitico, prolisso e approfondito delle recensioni che scriveva per Esquire. Con la Consumer Guide stravolse completamente il tono e la forma delle sue recensioni: diventarono più ermetiche, spesso composte da una sola frase, e decisamente perentorie. Christgau si inventò anche un suo personalissimo metodo di valutazione, mutuato dal sistema con cui vengono assegnati i voti nelle scuole statunitensi: i punteggi andavano da A+ (quello più alto) a E− (il più basso).
La Consumer Guide ottenne fin da subito un grande successo, e permise a Christgau di acquisire una grande influenza nell’industria musicale americana. Tra gli anni Sessanta e Ottanta, quando la stampa di settore aveva ancora un ruolo rilevante nella promozione della musica, ricevere un buon voto su Consumer Guide poteva determinare il successo o l’insuccesso di un disco, influenzandone direttamente le vendite. Grazie al passaparola positivo che si creò attorno alla rubrica, Christgau diventò uno dei critici di musica rock più rispettati al mondo, con un’influenza paragonabile a quella di pochi altri colleghi come Greil Marcus, Ellen Willis e soprattutto Lester Bangs, a cui viene frequentemente paragonato.
Da allora Christgau ha scritto oltre 16mila recensioni, e continua ad aggiornare la sua guida ancora oggi, non più su The Village Voice ma sul suo sito personale e sul suo account Substack. A marzo un documentario dedicato alla carriera di Christgau, The Last Critic, è stato presentato al SXSW di Austin, uno dei più apprezzati festival americani dedicati al cinema indipendente. Chi lo ha visto ne ha parlato molto bene.
Le parti che la critica ha apprezzato maggiormente sono quelle che mostrano la quotidianità di Christgau, che nonostante un’età ormai avanzata (84 anni), continua ad ascoltare musica per più di dieci ore al giorno nel suo appartamento newyorkese, immerso nell’ascolto di dischi (ne ha circa 36mila) e supporti analogici: quasi come se i servizi di streaming non esistessero.
Christgau cominciò a scrivere di musica nel momento perfetto per farlo: la fine degli anni Sessanta, quando i giovani divennero per la prima volta una categoria di mercato e la musica rock cominciò a diventare oggetto di approfondimento giornalistico. Ai tempi la critica musicale non era considerata un vero lavoro: chi se ne occupava lo faceva in modo amatoriale, affiancandola ad altre professioni nei ritagli di tempo.
Christgau fu uno dei primi a ricavarci uno stipendio, in parte per l’enorme considerazione che ottenne nell’ambiente grazie alla Consumer Guide, e in parte perché riuscì ad alimentare un culto della sua personalità molto efficace.
Si autoproclamò (inizialmente in modo scherzoso, poi credendoci) il «decano della critica rock», una dicitura che compare tuttora nell’home page del suo sito. E cominciò a distinguersi dalla concorrenza massacrando dischi che la maggior parte dei colleghi considerava intoccabili e promuovendo un linguaggio tutto suo.
Le analisi di Christgau avevano poco a che fare con gli aspetti tecnici e teorici della musica; anzi, capitava spesso che parlassero di tutt’altro. Poteva capitare che desse risalto alle emozioni suscitate in lui dal primo ascolto, che liquidasse il tutto con una stringata battuta o che si abbandonasse a digressioni politiche apparentemente deliranti, spesso da una prospettiva orgogliosamente di sinistra.
Un altro elemento che contribuiva a distinguere le recensioni di Christgau da tutte le altre era l’ironia. Quando poteva prendeva in giro i musicisti e i gruppi che recensiva, e aveva un talento unico nell’accaparrarsi le antipatie di intere scene musicali.

Robert Christgau nel suo appartamento di Manhattan, nel 2016 (Hiroyuki Ito/Getty)
Uno dei generi maggiormente disprezzati da Christgau è il metal, che considera una musica intrinsecamente conservatrice, retriva e maschilista e di cui mal sopporta gli eccessi estetici, l’ostentata teatralità e l’ingenuità dei testi. Ha spesso criticato sia i principali gruppi della scena, sia alcune distorsioni che a suo dire renderebbero i fan del metal delle persone tendenzialmente insopportabili; su tutte la tendenza ad attribuire una grande centralità a elementi come virtuosismi e difficoltà di esecuzione degli assoli.
In una recensione, parlando del documentario The Decline of Western Civilization Part II: The Metal Years, Christgau scrisse:
In teoria, il metal è il vero rock and roll di oggi, la musica del popolo. È diretto e rude, piace ai ragazzi ma i genitori lo detestano. Ma più lo si osserva da vicino, più è stupido e illusorio. Coltiva una pseudo-virtuosità che annulla del tutto il suo contenuto. I sogni che propone sono per lo più sciocchi e spesso distruttivi. L’80% delle ‘persone’ che lo ascoltano sono maschi, e il 98% di loro sono bianchi.
Per via dei suoi giudizi molto netti, Christgau si fece molti nemici illustri. Il caso più celebre è quello di Lou Reed, notoriamente insofferente coi giornalisti, che Christgau definì un «professionista della perversione» in una celebre recensione del 1996. In realtà Christgau amava la musica che Reed aveva fatto con i Velvet Underground e trovava sempre interessanti alcune intuizioni dei suoi dischi da solista, ma lo considerava pretenzioso e pigro nella scrittura. Nell’album Live: Take No Prisoners del 1978, Reed gli rivolse critiche molto piccate. Christgau rispose con un articolo su The Village Voice: «È essenzialmente un disco comico, in cui Lenny Bruce è l’influenza più evidente. Ma ringrazio Lou per aver pronunciato correttamente il mio nome».
Negli anni Ottanta Christgau ebbe qualche contrasto con i Sonic Youth, che poi sarebbero diventati uno dei suoi gruppi preferiti. Altre note antipatie di Christgau sono quelle per Jeff Buckley, Ozzy Osbourne, Billy Corgan degli Smashing Pumpkins, Eagles, Queen, Led Zeppelin e Marilyn Manson. Generano ciclicamente qualche polemica tra gli appassionati anche alcune sue opinioni molto radicali su album stabilmente considerati tra i migliori dello scorso secolo. Solo per fare un esempio, qui sotto c’è ciò che scrisse di The Wall dei Pink Floyd:
Per essere un’epopea stupida sulle tribolazioni di una rockstar, non è male, anche se difficilmente susciterà qualche invidia. La musica è discreta: un minimalismo kitsch con effetti sonori e frammenti di dialogo. Ma la storia che racconta è confusa
In più di cinquant’anni di attività, Christgau ha concesso soltanto a una sessantina di album l’onore di una A+. Tra questi ci sono classici del post punk e del rock alternativo (due generi che al contrario del metal ama particolarmente) come A Thousand Leaves dei Sonic Youth, Marquee Moon dei Television, London Calling dei Clash e Stories From the City, Stories From the Sea di PJ Harvey, ma anche dischi famosissimi e del tutto mainstream come Moondance di Van Morrison e Play di Moby.
A partire dagli anni Settanta Christgau si interessò moltissimo al rap, anche perché sosteneva l’obiettivo politico sotteso a quella musica: dare forza e identità a una categoria sociale – la comunità urbana afroamericana – che aspettava da molto tempo un modo proprio di esprimersi e di denunciare la propria condizione. Non a caso, tra i suoi dischi preferiti ci sono We Got It From Here… Thank You 4 Your Service degli A Tribe Called Quest, RTJ4 dei Run the Jewels e It Takes a Nation of Millions to Hold Us Back dei Public Enemy. Ma Christgau ha dedicato moltissime recensioni anche al jazz, alla world music, al soul, al funk e all’R&B.
Christgau fu rilevante anche per un altro motivo: contribuì a sdoganare l’idea che, per esprimere un giudizio utile e sensato su un disco e aiutare i lettori a formare il proprio gusto, non fosse indispensabile conoscere la musica da un punto di vista teorico e tecnico. Era molto più importante saperla raccontare, studiare le modalità con cui veniva influenzata da fattori sociali e altre forme espressive e provare a comprenderne la dimensione politica e culturale, posto che ce ne fosse una.
Questo approccio sarebbe stato ripreso dalle generazioni di critici successive, per cui analizzare la musica in un quadro più ampio di cultura e politica diventò la normalità. Amanda Petrusich del New Yorker è notoriamente un’ammiratrice del lavoro di Christgau, così come Simon Reynolds e Owen Gleiberman.
Ma l’influenza di Christgau è chiaramente visibile anche nel caso di Pitchfork, una rivista che ha ripreso la sua concezione di critica musicale nei toni, negli approcci e nelle modalità di valutazione. Si ispira moltissimo a Christgau anche Piero Scaruffi, critico musicale italiano che da trent’anni recensisce dischi sul sito che porta il suo nome, con gusti, preferenze, antipatie e metodi di valutazione non troppo dissimili da quelli del critico statunitense.
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David Fear di Rolling Stone ha scritto che Christgau gli ha insegnato «a scrivere di musica, a pensare alla musica, a parlare di musica e ad ascoltare la musica». Sebbene i loro gusti non coincidessero quasi mai, grazie alle sue recensioni ha imparato ad «andare oltre il fanatismo istintivo. E questo, per molti di coloro che amano l’arte, ha fatto un’enorme differenza. Pensiero critico: ne avremmo certamente bisogno di più in questo momento».
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