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  • Venerdì 19 gennaio 2024

Che fine farà Pitchfork?

Condé Nast ha annunciato che il celebre sito di recensioni musicali verrà assorbito da GQ, aprendo un dibattito tra estimatori e detrattori

(Pitchfork)
(Pitchfork)

Mercoledì Anna Wintour, direttrice artistica del gruppo editoriale statunitense Condé Nast, ha annunciato che i contenuti e le pubblicazioni di Pitchfork, una famosa rivista online di critica e cultura musicale, saranno assorbiti dal settimanale maschile GQ. Nella stessa giornata è stata licenziata una parte della redazione di Pitchfork, tra cui la direttrice Puja Patel e Jill Mapes, il caporedattore della sezione dedicata alle interviste e ai reportage. Condé Nast non ha comunicato il numero effettivo di licenziamenti ma Matthew Ismael Ruiz, uno dei redattori, ha scritto che i tagli hanno riguardato circa la metà del personale.

I licenziamenti sono arrivati dopo che, a novembre, il gruppo aveva annunciato che avrebbe tagliato entro pochi mesi il 5 per cento della sua forza lavoro, circa 270 dipendenti, a causa di un’inaspettata riduzione dei ricavi pubblicitari. Online la decisione di Condé Nast ha ricevuto molte critiche e ha sollevato più genericamente un dibattito tra estimatori e detrattori della rivista, che da quando è nata negli anni Novanta è diventata un caso nel settore del giornalismo musicale.

Pitchfork fu fondato nel febbraio del 1996 da Ryan Schreiber, uno studente di Minneapolis senza alcuna esperienza nel campo del giornalismo. Inizialmente era un piccolo blog online chiamato Turntable, che Schreiber riempiva mensilmente con interviste a musicisti e gruppi emergenti e recensioni di dischi. Nel maggio dello stesso anno cambiò il nome in Pitchfork (“Forcone”) in omaggio al famoso tatuaggio di Tony Montana nel film Scarface, e iniziò a pubblicare una recensione al giorno. Il blog acquisì una piccola notorietà in pochi mesi. Ai tempi era più facile: internet era agli albori, i blog che si occupavano di musica erano pochissimi e la maggior parte delle principali riviste di settore, come per esempio Rolling Stone, non aveva neppure un sito.

Nel 1999 Schreiber si trasferì a Chicago e espanse ulteriormente le attività del sito, aprendo al contributo di collaboratori esterni. In quegli anni iniziarono a scrivere per Pitchfork autori e autrici che non erano riusciti a trovare spazio nei giornali quotidiani tradizionali, e che iniziarono a farsi conoscere a un pubblico più ampio grazie a uno stile di scrittura poco convenzionale per la critica musicale dei tempi. Nel 2003 per esempio Schreiber fece entrare nella redazione Amanda Petrusich, che oggi lavora per il New Yorker ed è una delle più importanti critiche musicali statunitensi.

Tuttavia, pur essendo diventato piuttosto noto, Pitchfork rimaneva ancora un progetto essenzialmente amatoriale. Non aveva ancora una programmazione regolare e Schreiber si occupava quasi di tutto, dall’editing dei pezzi alla scelta delle foto. La situazione cambiò nel 2004, quando Schreiber fece entrare in società Christopher Kaskie e Pitchfork iniziò a prendere una direzione editoriale più precisa, introducendo nuove rubriche e una sezione interamente dedicata alle notizie.

Verso la metà degli anni Duemila Pitchfork diventò uno dei siti di riferimento per il pubblico interessato a quella musica che era difficile trovare nei circuiti tradizionali e iniziò a farsi notare per alcune peculiarità, come l’ampia libertà concessa agli autori delle recensioni, che spesso utilizzavano toni sopra le righe ed esprimevano giudizi molto netti sui dischi in uscita.

Una parte di stampa musicale iniziò a mettere in discussione i criteri di valutazione del sito, sostenendo che la redazione avesse un pregiudizio nei confronti dei musicisti e dei gruppi più affermati, i cui album venivano stroncati a prescindere. Nel 2006 Matthew Shaer, giornalista del magazine culturale statunitense Slate, definì Pitchfork «il sito di musica indipendente che tutti amano odiare», sostenendo che la rivista avesse «bisogno di provocare per sopravvivere, una strategia che probabilmente si estende alla pubblicazione di scritti verbosi e illeggibili».

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Nonostante le critiche, Pitchfork era ormai diventata particolarmente importante per una parte di industria musicale, soprattutto per le etichette indipendenti. Anche il criterio di valutazione brevettato dalla rivista contribuì alla sua popolarità. Fu brevettato da Schreiber quando Pitchfork era ancora un blog, è utilizzato tuttora ed è tutto sommato abbastanza banale: i dischi vengono recensiti con un punteggio che va da 0 a 10 punti, e per la valutazione si potevano usare anche i decimi.

Questa particolarità rese le recensioni di Pitchfork molto facili da ricordare. Una delle più famose fu pubblicata il 12 settembre del 2004: assegnava un punteggio di 9,4 a Funeral, il disco di esordio di un gruppo ai tempi semi sconosciuto, gli Arcade Fire. Tra i punteggi assegnati da Pitchfork che vengono citati più spesso c’è anche il 9,5 di Turn On the Bright Lights, l’album di debutto del gruppo indie rock neworkese Interpol, pubblicato nel 2002. Il riconoscimento peggiore che Pitchfork può attribuire è la recensione da 0,0, la più bassa in assoluto, che negli anni è stato assegnato anche a dischi generalmente apprezzati dalla critica come NYC Ghosts & Flowers, l’undicesimo album in studio dei Sonic Youth.

Nel 2015 Schreiber vendette Pitchfork a Condé Nast: da allora, pur mantenendo una certa attenzione all’approfondimento e alle proposte delle etichette più piccole, Pitchfork ha iniziato a occuparsi di pop con fare meno severo, e a dedicare sempre più servizi a musicisti e gruppi definibili come mainstream, in quella che Laura Snapes, caporedattrice della sezione musicale del quotidiano britannico Guardian, ha descritto come «una svolta poptimista». Nonostante questo però la maggior parte delle persone continua a considerarla una rivista “di nicchia”, anche se di fatto non è più così da anni.

Non è ancora chiaro in che modo i contenuti di Pitchfork saranno ora integrati all’interno di GQ. Wintour ha detto che entrambe le riviste hanno «modi unici e preziosi di approcciarsi al giornalismo musicale» e che il gruppo lavorerà per integrarli. In realtà le cose non stanno proprio così: chiunque le conosca bene riconosce quanto siano diverse per tono, contenuti e pubblico di riferimento.

GQ è un settimanale indirizzato a un pubblico tendenzialmente maschile, e pur ospitando articoli dedicati al cinema e alla musica è focalizzato soprattutto su altri temi, come la moda, il lifestyle e il tempo libero. Alcuni dei collaboratori di Pitchfork hanno espresso un certo rammarico per la futura fusione con GQ, tra cui il famoso giornalista musicale britannico Simon Reynolds, che ha parlato di «un pessimo giorno per il giornalismo musicale, i giornalisti che si occupano di musica e la musica stessa».

Snapes ha sottolineato come incorporare Pitchfork all’interno di una rivista come GQ contribuisca a «consolidare la percezione che la musica sia un’attività ricreativa maschile», eliminando di fatto uno dei tratti distintivi della rivista, che negli anni ha portato una serie di autrici come Sasha Geffen, Jill Mapes e Doreen San Felice a farsi conoscere nel campo del giornalismo musicale.

Snapes ha citato come esempio di quanto le due riviste siano inconciliabili un articolo sponsorizzato su un aspirapolvere pubblicato da GQ a inizio gennaio, che conteneva alcuni riferimenti secondo lei maschilisti e che era più in generale un contenuto che non sarebbe mai potuto uscire su una rivista come Pitchfork, che ha sempre prestato una certa attenzione a temi come il femminismo e la sottorappresentazione di donne e persone non binarie nell’industria musicale.

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Alcuni addetti ai lavori hanno sottolineato come il ridimensionamento di Pitchfork sia in realtà esemplificativo della crisi che la critica musicale sta attraversando. Le difficoltà del giornalismo musicale sono iniziate quando la musica ha cominciato a essere fruita soprattutto in streaming e quindi liberamente, rendendo meno necessario affidarsi a una recensione prima di acquistare un disco.

La stessa Wintour aveva spiegato che la decisione di depotenziare l’offerta di Pitchfork era arrivata dopo una valutazione delle «performance» del sito. Tuttavia su questo ci sono opinioni contrastanti, peraltro provenienti dal personale interno alla stessa azienda: Claire Willett, una delle responsabili commerciali di Condé Nast, ha scritto che Pitchfork era una delle realtà più in rapida espansione dell’intero gruppo e quella con «il più alto numero di visitatori giornalieri del sito tra tutti i nostri titoli», e che riusciva a conseguire questo risultato nonostante le scarse risorse messe a disposizione dall’azienda.

Negli ultimi giorni giornalisti e musicisti hanno espresso il loro sostegno in favore di Pitchfork, auspicando che le pubblicazioni possano andare avanti regolarmente. Tra le tante manifestazioni di solidarietà è spiccata soprattutto quella di Dan Le Sac, produttore musicale britannico che nel 2008 aveva avuto qualche acredine con Pitchfork a causa dello 0,2 con cui la rivista aveva valutato il suo disco Angles: «il fatto che Pitchfork sia stato smembrato è negativo per i musicisti di tutto il mondo. E lo dico da orgoglioso titolare di quello che (potenzialmente) è il voto più basso del sito», ha scritto.