Qual è la vera questione politica intorno al caso Biennale

In realtà sono due, e riguardano anche l'ambiguità del governo sui rapporti da tenere con la Russia

di Valerio Valentini

Il presidente della Fondazione Biennale di Venezia Pietrangelo Buttafuoco durante la presentazione del Padiglione Italia, Roma, 10 marzo 2026 (ANSA/ANGELO CARCONI)
Il presidente della Fondazione Biennale di Venezia Pietrangelo Buttafuoco durante la presentazione del Padiglione Italia, Roma, 10 marzo 2026 (ANSA/ANGELO CARCONI)
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Da tre mesi va avanti una scomposta polemica tra il ministero della Cultura e la Biennale di Venezia, una delle più importanti mostre d’arte contemporanea al mondo. Tutto ruota intorno alla decisione, presa dal presidente della Fondazione della Biennale Pietrangelo Buttafuoco, di consentire la partecipazione di artisti russi all’esposizione, sospesa dal 2022 come conseguenza dell’invasione militare dell’Ucraina. La diatriba è stata alimentata da procedimenti burocratici e amministrativi, contenziosi di varia natura, richiami e sanzioni da parte dell’Unione Europea, e ha coinvolto infine il governo, esponendo l’Italia a una brutta figura internazionale.

– Leggi anche: Tutto il caso Biennale, daccapo

Ma al di là delle controversie regolamentari, lo scontro in atto è tutto politico, e gira intorno a due questioni fondamentali. Da un lato c’è la rivendicata autonomia di Buttafuoco, e il rapporto conflittuale che da tempo lo lega al ministro della Cultura Alessandro Giuli, con cui pure è in confidenza da molti anni; dall’altro c’è una certa ambiguità da parte del governo di Giorgia Meloni riguardo all’ipotesi di riprendere una parte delle relazioni diplomatiche con la Russia.

Buttafuoco e Giuli hanno molto in comune sul piano ideologico. Sono entrambi intellettuali e scrittori di destra, ma di una destra radicale e anticonformista al tempo stesso, sia pur anticonformista in modo diverso l’uno dall’altro. Giuli si rifà al paganesimo e alle teorie di Julius Evola, care in passato anche a una certa destra neonazista; Buttafuoco, che si è convertito all’Islam, è invece incline a mescolare elementi della cultura neofascista col pensiero orientalista. Sono tuttavia accomunati, e questo forse è il punto dirimente in questo caso, da una sostanziale sfiducia verso l’Occidente moderno e da un’esplicita critica alla NATO e alla politica estera «imperialista» degli Stati Uniti.

Negli anni passati sia Giuli sia Buttafuoco avevano espresso la propria ammirazione per Putin e per la cultura russa. E anche sulla guerra in Ucraina avevano condannato l’approccio dell’Unione Europea, troppo incline, secondo loro, ad assecondare la strategia degli Stati Uniti. Avevano entrambi rivendicato la loro volontà di esporsi a favore del cosiddetto «pacifismo», e la loro critica a varie forme di censura nei confronti di artisti e sportivi russi, in certi casi riproponendo una certa retorica vicina alla propaganda del presidente russo Vladimir Putin.

Le cose però sono cambiate da quando Meloni è presidente del Consiglio. Di entrambi, Giuli e Buttafuoco, si era parlato come di possibili ministri della Cultura: incarico poi assegnato, nell’ottobre del 2022, a Gennaro Sangiuliano. Giuli, poco dopo, fu nominato presidente della Fondazione MAXXI, quella che gestisce il museo d’arte contemporanea di Roma. Buttafuoco, nell’ottobre del 2023, venne indicato come presidente della Fondazione della Biennale. Nel settembre del 2024, dopo le dimissioni di Sangiuliano per il caso Boccia, come suo sostituto venne scelto Giuli, che da allora ha assunto toni molto più cauti e, almeno sul piano diplomatico, istituzionali, in linea insomma con il convinto sostegno del governo Meloni all’Ucraina.

Buttafuoco invece alla sua autonomia non ha rinunciato, contando peraltro su uno statuto, quello della Biennale, che fa della Fondazione un ente svincolato da obblighi di obbedienza diretta al governo. Già nelle precedenti edizioni dell’esposizione, così come del resto nell’ultima edizione della Mostra del cinema di Venezia (pure quella gestita dalla stessa Fondazione), aveva anzi rivendicato il suo obiettivo di usare l’arte come uno strumento di dialogo tra Stati e popoli diversi, anche in conflitto tra loro, con approcci che già l’anno scorso avevano lasciato intravedere, secondo alcuni critici, un tentativo di riabilitare la Russia. Tutto questo da Venezia: cioè da quello che, ci tiene a ribadirlo Buttafuoco, è stato per secoli l’avamposto della contaminazione tra l’Europa e l’Oriente.

È in questo senso che vanno lette le dure critiche rivolte a Buttafuoco da Giuli in un’intervista a Repubblica di domenica. Giuli lo ha accusato di portare avanti interlocuzioni coi russi da anni, e ha detto che «è stato vittima di una fantasia pacificatoria, voleva l’ONU dell’arte, ha finito per illudersi di poter fare politica estera. Ma questa spetta al governo e al parlamento». E qui però, al di là dei risentimenti personali tra Giuli e Buttafuoco, si viene al punto politico più importante, di cui questa polemica tutta interna alla destra è a suo modo rivelatrice: e cioè le contraddizioni del governo di Meloni rispetto a un possibile cambio di atteggiamento nei confronti della Russia.

Che nelle intenzioni del governo ci sia di ristabilire un dialogo meno ostile con la Russia, è stata la stessa Meloni a dirlo già all’inizio di gennaio, in conferenza stampa. Meloni disse che aveva ragione il presidente francese Emmanuel Macron, «cioè io credo sia arrivato il momento in cui anche l’Europa parli con la Russia» riguardo alle trattative su una possibile tregua in Ucraina. «Perché se l’Europa decide di partecipare a questa fase di negoziazioni parlando solo con una delle due parti in campo temo che alla fine il contributo positivo che può portare sia limitato», aggiunse Meloni.

Quelle parole furono percepite come un significativo, benché cauto, ripensamento dell’atteggiamento del governo italiano, che era stato a lungo fermamente ostile a qualsiasi concessione alla Russia. Le motivazioni erano varie. C’era di sicuro, almeno allora, la convinzione di assecondare le posizioni di Donald Trump, assai più conciliante con Putin e spesso ostile al presidente ucraino Volodymyr Zelensky. C’era in parte anche il timore che altri paesi europei, e su tutti la Francia, s’intestassero un’iniziativa diplomatica senza condividerla con l’Italia, soprattutto per esigenze legate agli approvvigionamenti di gas e petrolio.

E poi c’erano questioni elettorali: la percezione di una crescente disaffezione degli italiani nei confronti dell’Ucraina induceva vari esponenti della destra a propendere per una conclusione della guerra, anche a costo di una sostanziale resa dell’Ucraina. Proprio su questo punto si sono manifestate le maggiori divergenze politiche tra Fratelli d’Italia e la Lega, e proprio su questo argomento è maturata la fuoriuscita di Roberto Vannacci dal partito di Matteo Salvini.

Tuttavia, un effettivo riposizionamento del governo italiano non è avvenuto, anche a causa dell’inconcludenza della mediazione di Trump a favore di una tregua tra Putin e Zelensky, e del conseguente prolungarsi della guerra. Nel frattempo, però, s’è manifestata una certa confusione, nella coalizione di destra, con iniziative estemporanee di singoli esponenti della maggioranza o dell’esecutivo rispetto alle quali la presidente del Consiglio ha mantenuto una posizione un po’ ambigua.

Tra gennaio e febbraio in parlamento sono state votate alcune mozioni che accoglievano, a livello formale, delle richieste arrivate dalla corrente più radicale della Lega, che intendeva ridimensionare l’impegno del governo nel sostenere militarmente l’Ucraina. A marzo, poi, c’era stato un certo clamore per la decisione di far gareggiare ai Giochi paralimpici di Milano e Cortina alcuni atleti russi e bielorussi, con tanto di inno, divisa e bandiera dei due paesi, mentre prima di allora avevano sempre gareggiato senza simboli e con una tenuta neutra. Il governo spiegò che la scelta era stata presa dal Comitato paralimpico internazionale, e che dunque non poteva essere contestata.

Sempre a marzo, il giornalista Simone Canettieri del Corriere della Sera rivelò un incontro tra il viceministro degli Esteri Edmondo Cirielli, dirigente di primo piano di Fratelli d’Italia, e l’ambasciatore russo a Roma, Alexei Paramanov. I collaboratori di Meloni provarono prima a sminuire il fatto, parlando di un incontro privato e non istituzionale. Poi però si scoprì che il colloquio era avvenuto alla Farnesina, nella sede del ministero degli Esteri, e che il ministro Antonio Tajani ne era a conoscenza. A quel punto Meloni fece sapere di essere «amareggiata» per quanto era successo. Cirielli si difese dicendo che aveva informato per tempo chi di dovere di quell’incontro; è ancora viceministro degli Esteri.

È stata contraddittoria anche la posizione del governo sull’ipotesi di tornare ad acquistare il gas russo, revocando restrizioni e sanzioni adottate in questi ultimi anni dall’Unione Europea. Salvini si è più volte detto favorevole, Meloni e Tajani meno. Due settimane fa, quando l’amministratore delegato dell’Eni Claudio Descalzi ha auspicato una sospensione almeno parziale di queste restrizioni dal 2027, Meloni ha replicato mostrandosi contraria all’ipotesi, ma non ha criticato Descalzi, appena riconfermato alla guida dell’Eni, che è una delle maggiori società petrolifere al mondo ed è controllata dallo Stato italiano.

Giovedì scorso, interrogata sulla polemica tra Giuli e Buttafuoco, Meloni ha detto di essersi «leggermente persa» negli sviluppi della faccenda, ha spiegato che il governo non ha condiviso la scelta di riaprire il padiglione russo e che lei non l’avrebbe fatta al posto di Buttafuoco, ma ha ribadito che «la Biennale è un ente autonomo» e che «Buttafuoco è una persona capacissima».