Dieci anni di unioni civili
Dal 2016 quasi 22mila coppie dello stesso sesso hanno potuto riconoscere legalmente la propria unione, ma hanno ancora molti problemi soprattutto sui figli

A maggio del 2016, dieci anni fa, il parlamento approvò la legge sulle unioni civili per le coppie dello stesso sesso e sulle convivenze di fatto, che tra le altre cose dava alle coppie di donne e di uomini la possibilità di vedere legalmente riconosciuta la propria unione. Da allora hanno usufruito di questa legge 21.936 coppie. Il percorso della legge fu però molto complicato: affermò un diritto chiesto da tempo e ampiamente già affermato in altri paesi europei, ma fu il frutto di un compromesso che crea ancora molti problemi, soprattutto per i figli e le figlie delle coppie dello stesso sesso.
Prima della legge sulle unioni civili due donne o due uomini che stavano insieme erano, per lo Stato, formalmente due estranei: non potevano assistersi in ospedale o scegliere di assumere lo stesso cognome, per fare qualche esempio. Più in generale, semplicemente, non avevano modo di vedere legalmente riconosciuta dallo stato italiano la loro unione, come accade per i matrimoni. Prima della legge sulle unioni civili, inoltre, varie amministrazioni locali si rifiutavano di trascrivere nei registri di stato civile unioni civili fatte all’estero.
Alla legge del 2016 si arrivò dopo anni di pressioni, anche da parte degli stessi tribunali, sulla necessità di tutelare le coppie dello stesso sesso allo stesso modo in cui si tutelavano quelle di sesso diverso, evitando così discriminazioni basate sull’orientamento sessuale delle persone. La Corte costituzionale invitò il parlamento italiano a farlo, e nel 2015 l’Italia fu condannata per la stessa ragione anche dalla Corte europea dei diritti dell’uomo.
L’anno successivo, durante il governo di Matteo Renzi, fu presentata, discussa e approvata la cosiddetta “legge Cirinnà”, come fu chiamata dal nome della senatrice del Partito Democratico Monica Cirinnà, prima firmataria. La legge fu approvata al Senato il 25 febbraio del 2016, con 173 voti favorevoli e 71 contrari, e l’11 maggio del 2016 alla Camera, con 372 voti favorevoli, 51 contrari e 99 astensioni: fu poi promulgata dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella il 20 maggio del 2016.

Monica Cirinnà, che promosse la legge da senatrice del Partito Democratico (ANSA/MOURAD BALTI TOUATI)
Istituendo l’unione civile per le coppie dello stesso sesso, introdusse diritti in parte equiparabili a quelli previsti dal matrimonio: tra cui diritti sull’eredità, sui congedi per motivi familiari, sul diritto ad assistere il proprio partner in caso di malattia; regolamentò inoltre le convivenze di fatto, cioè l’unione di due persone (in questo caso sia coppie dello stesso sesso che eterosessuali) che vivono insieme, stanno insieme stabilmente e per qualche ragione non vogliono o non possono sposarsi o unirsi civilmente, anche in quel caso riconoscendo alcuni diritti.
Fin da subito, però, si disse che quella legge fu un compromesso, quantomeno rispetto ai suoi obiettivi iniziali: anzitutto perché pur riconoscendo legalmente l’unione tra due coppie e due uomini non riconosceva neanche il legame parentale con gli eventuali figli e figlie del genitore non biologico. Durante la discussione, poco prima dell’approvazione, con un compromesso molto contestato fu rimosso dalla proposta di legge l’articolo che prevedeva in automatico l’adozione del figlio del proprio partner, la cosiddetta stepchild adoption.
È un aspetto che torna ciclicamente in ogni dibattito sulle famiglie omogenitoriali, quindi di coppie di donne o uomini con figli, che oggi devono intraprendere un lungo e costoso iter per veder riconosciuto il legame coi propri figli, anche se hanno contribuito a farlo nascere firmando il consenso informato per la procedura di fecondazione assistita (fatta all’estero, visto che in Italia è ancora legale solo per le coppie eterosessuali, tra le altre cose).
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Subito dopo l’approvazione della legge sulle unioni civili ne usufruirono immediatamente moltissime persone: i dati dell’Istituto nazionale di statistica (ISTAT) dicono che nel 2017 furono 4.376 coppie, il numero più alto in un anno finora. I dati degli anni successivi oscillano e vanno dai 1.539 del 2020 (il numero più basso finora, ma era l’anno della pandemia) ai 3.019 del 2023: l’ultimo dato disponibile, per il 2024, è di 2.936 coppie unite civilmente.
Sempre secondo l’ISTAT ricorrono alle unioni civili soprattutto le coppie di uomini (il 54,8 per cento nel 2024, in linea con gli anni precedenti) che hanno più di 50 anni: le unioni civili tra donne sono meno e in età più giovane. Geograficamente, nel 2024, le unioni civili sono state celebrate soprattutto nel Nord Ovest e al Centro (qui si può leggere tutto il rapporto).
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A dieci anni dall’introduzione delle unioni civili per le coppie dello stesso sesso sono cambiate molte cose, anche in meglio. Un approfondimento realizzato proprio per questo anniversario dal Sole 24 Ore dice che la “legge Cirinnà” ha avuto un effetto complessivamente positivo per le persone della comunità LGBT+ nel lavoro e nelle imprese.
Un tempo si tendeva a mantenere nascosto il proprio orientamento sessuale sul lavoro, per evitare ripercussioni o discriminazioni più o meno esplicite: la legge sulle unioni civili comportò una serie di cambiamenti anche molto concreti che riguardavano il mondo del lavoro e le politiche aziendali, per esempio per la possibilità di ricevere la pensione di reversibilità in caso di morte del partner.
Più in generale, con un segnale molto forte dal punto di vista simbolico, affermò per la prima volta che un legame tra due donne e due uomini aveva valore legale ed era riconosciuto dallo Stato. Da allora molte aziende hanno introdotto codici etici più espliciti, programmi di formazione sul rispetto della diversità, linee guida aziendali e benefit estesi anche ai partner uniti civilmente. Secondo il Sole 24 Ore questi cambiamenti riguardano più le grandi aziende che le piccole e medie imprese, dove in molti casi si percepiscono più resistenze.
Il riconoscimento dei figli e delle figlie non è l’unica tutela che ancora manca per le coppie dello stesso sesso, benché sia per ovvie ragioni la più citata. Oggi le coppie dello stesso sesso non possono adottare (ma possono farlo sia quelle eterosessuali che, dal 2025, le persone single). Come già ai tempi dell’approvazione della legge, anche oggi gruppi di attivisti, avvocati e avvocate che si occupano di diritti civili e in generale una parte della società civile chiede l’introduzione del matrimonio per le persone dello stesso sesso, che in Italia non è legale.
Le differenze tra unioni civili e matrimonio sono sia concrete che simboliche: l’unione civile non prevede l’obbligo di fedeltà, le pubblicazioni per il giorno dell’unione, la separazione prima dello scioglimento (come per il divorzio nel matrimonio), e per come è stata regolamentata rende l’eventuale adozione del cognome del o della partner più complicata, tra le altre cose. Le differenze non sono enormi, ma fanno capire come concettualmente il matrimonio sia pensato e regolamentato come più solido rispetto all’unione civile.
Un’altra obiezione riguarda il fatto che la legge sulle unioni civili discrimina i cittadini e le cittadine sulla base del loro orientamento sessuale, benché in senso positivo, per affermare un diritto: la semplice estensione del diritto a sposarsi a tutti i tipi di persone, indipendentemente dal loro orientamento sessuale, è considerata una scelta meno discriminatoria e più orientata al rispetto dell’uguaglianza. Oltre al fatto che il matrimonio tra persone dello stesso sesso è riconosciuto da tempo in molti paesi europei.

(ANSA/MOURAD BALTI TOUATI)
Intervistata quest’anno da Repubblica, la prima coppia unita civilmente in Italia, una coppia di donne di Castel San Pietro, vicino a Bologna, ha definito la legge sulle unioni civili «uno straordinario punto di partenza», incompiuto sotto molti aspetti.
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