Blocco contro blocco
La chiusura prolungata dello stretto di Hormuz è un problema che riguarda tutto il mondo, anche se qui non ce ne siamo ancora accorti

Il governo degli Stati Uniti si sta preparando a un blocco prolungato dello stretto di Hormuz, segno che non vede soluzioni rapide alla guerra contro l’Iran. Significa, nella pratica, che le navi della marina statunitense bloccano quelle in movimento da e verso i porti iraniani, impedendo al regime di esportare petrolio e quindi aggravando la crisi della sua economia. Le conseguenze riguardano tutto il mondo, e diventano più preoccupanti con il passare del tempo.
Il problema può essere considerato da tre punti di vista: quello dell’Iran, quello degli Stati Uniti e quello di tutti gli altri paesi.
Iran
Dall’inizio della guerra l’Iran ha preso il controllo dello stretto e lascia passare solo poche navi, alle proprie condizioni. I bombardamenti di Israele e Stati Uniti ne hanno decimato la leadership, ma il regime è costruito per resistere alle pressioni esterne e non è crollato, anzi. È salita al potere una nuova classe dirigente dominata dai militari, ancora più radicale dal punto di vista religioso e ideologico, e dunque meno disposta a fare concessioni.
Il blocco navale statunitense è comunque una sfida rilevante per il regime, a fronte di una situazione economica già disastrata. Impedendogli di esportare petrolio, il blocco ha privato l’Iran della principale fonte di valuta straniera e di un gettito pari a un terzo del PIL. Il pedaggio che ha iniziato a riscuotere dalle navi che vogliono attraversare lo stretto di Hormuz non è sufficiente a compensare queste perdite. L’Iran inoltre ha quasi saturato lo spazio per gli stoccaggi di petrolio e potrebbe essere costretto a interrompere l’estrazione.

Un cartellone propagandistico iraniano in una stazione vuota della metropolitana di Teheran, il 17 aprile (AP Photo/Vahid Salemi)
Gli analisti hanno notato che le perdite causate dal blocco statunitense, almeno nel breve periodo, sono comunque assai più contenute dei danni dei bombardamenti, sospesi a tempo indefinito dagli Stati Uniti. L’amministrazione Trump spera che il blocco sia efficace come quello imposto mesi fa alle petroliere venezuelane: ma rimane un paragone improprio, come lo era quello sulla fattibilità di rovesciare il regime iraniano.
Vali Nasr, analista molto esperto di Iran, ha detto al Financial Times che il blocco statunitense potrebbe anzi fare il gioco dell’Iran: scaricare le conseguenze della guerra sul resto del mondo, e allargarla. Era questo lo scopo della tattica iraniana di colpire obiettivi civili nei paesi del Golfo Persico.
– Leggi anche: In Iran comandano i militari
Stati Uniti
Se paragoniamo la guerra a una gara di resistenza con l’Iran, Trump è quello che ha meno tempo a disposizione. Non solo perché in teoria i suoi poteri di guerra scadono il 1° maggio: entro quella data dovrebbe farseli autorizzare dal Congresso o prorogarli di 30 giorni (può farlo una volta sola). È però una scadenza teorica, in passato Trump e altri presidenti sono riusciti a scavalcarla senza grossi problemi. La questione è soprattutto politica.
Trump per il momento non ha intenzione di riprendere gli attacchi. Anche così, non può tenere per sempre una quantità di forze militari tanto ingente schierata nei paraggi del Golfo. Tra l’altro la guerra ha consumato le scorte di armi degli Stati Uniti, soprattutto quelle di missili per i sistemi antiaerei, e per ripristinarle ci vorranno anni, oltreché un sacco di soldi.

Donald Trump alla Casa Bianca, il 28 aprile (Yuri Gripas/Abaca/Bloomberg)
Trump vuole anche evitare che l’aumento dell’inflazione e del prezzo del carburante, a cui l’elettorato americano molto sensibile, influisca sulle elezioni di metà mandato a novembre, quando il suo partito Repubblicano rischia di perdere la maggioranza che finora ha avuto in entrambi i rami del Congresso. In questo momento il tasso d’approvazione di Trump è ai livelli più bassi da quando è tornato presidente, a gennaio 2025.
Nel breve termine, la guerra ha avuto anche sviluppi positivi per gli Stati Uniti: per via del blocco di Hormuz le loro esportazioni di petrolio e gas naturale sono ai massimi storici, e hanno in parte sostituito quelle dei paesi del Golfo, senza arrivare a eguagliarle. Infine, tra le molte cose sottovalutate da Trump, c’è la complessità delle operazioni per rimuovere dallo stretto le mine posizionate dall’Iran.
– Leggi anche: Tra Iran e Stati Uniti è tutto fermo
Tutti gli altri
La maggioranza dei paesi, inclusi quelli più ricchi come quelli europei, non era pronta a gestire questa crisi. Nel migliore dei casi ci vorranno molti mesi per tornare a una situazione paragonabile a quella pre-guerra. Molte delle conseguenze sul prezzo di petrolio e gas naturale, o del combustibile per aerei, si sentiranno ancora a lungo, in base ai danni alle infrastrutture energetiche dei paesi del Golfo e al tempo che ci vorrà per ripararli.

Una ressa a un distributore di benzina a Srinagar, nel Kashmir indiano, il 25 marzo (AP Photo/Mukhtar Khan)
Diversi paesi dell’Asia hanno dovuto introdurre misure di razionamento del carburante per contenerne i consumi. Erano i più esposti, perché più dell’80 per cento del loro petrolio e gas naturale passava per lo stretto. Questi paesi temono anche ripercussioni sul turismo, un’importante fonte di entrate, a causa dei rincari del prezzo del carburante per aerei che potrebbe portare sempre più compagnie a cancellare i voli.
Quello del carburante per aerei è un caso da manuale di “distruzione della domanda”: significa che se non ce n’è abbastanza per tutti, qualcuno deve smettere di usarlo.
– Leggi anche: La crisi energetica non finirà insieme alla guerra
Finora l’Europa era stata in un certo senso risparmiata, perché stava continuando a ricevere i carichi di idrocarburi partiti prima dell’inizio della guerra: le petroliere ci mettono settimane di navigazione a raggiungerla dal Golfo Persico. L’Europa ha anche maggiori scorte, e i suoi paesi possono permettersi di pagare prezzi dell’energia più elevati, ma da settimane l’Agenzia internazionale per l’energia dice che i governi dei paesi avanzati stanno sottovalutando gli effetti della crisi.
Anche misure come ricorrere alle riserve di emergenza, o le sovvenzioni per contenere artificialmente l’aumento dei prezzi, funzionano nel breve termine ma non reggono su tempi più lunghi, come quelli che si prospettano ora.



