La Cina aiuta l’Iran, ma senza esporsi
Secondo varie inchieste invia armi e condivide informazioni, ma non si espone anche per non compromettere i rapporti coi paesi del Golfo

Negli ultimi giorni vari media internazionali hanno pubblicato inchieste che raccontano come la Cina abbia segretamente fornito aiuti militari all’Iran, o fosse pronta a farlo. Il governo cinese potrebbe aver avuto un ruolo anche nel convincere il regime iraniano ad accettare il cessate il fuoco con gli Stati Uniti, iniziato lo scorso 8 aprile, ed è spesso stato consultato dai mediatori del Pakistan per cercare di trovare una soluzione diplomatica alla guerra. Pubblicamente però, nella guerra in Medio Oriente la Cina ha tenuto un profilo neutrale e un ruolo defilato, limitandosi a invitare le parti in causa a interrompere gli attacchi militari e richiamandosi alle regole del diritto internazionale.
Secondo le inchieste, il regime cinese avrebbe fornito componenti che l’Iran usa per missili e droni, sostegno di intelligence e altre forniture definite dual use (ossia che possono avere applicazioni sia civili sia militari). Sabato scorso la CNN ha pubblicato informazioni di intelligence statunitensi secondo cui la Cina avrebbe approvato anche l’invio di missili utilizzabili “a spalla” da soldati, capaci di abbattere aerei. Il giorno dopo il New York Times ha confermato con altre fonti di intelligence questa informazione. Il Financial Times ha poi rivelato che, per attaccare le basi statunitensi nei paesi del Golfo, l’Iran ha usato un satellite acquistato dalla Cina e ha avuto accesso a informazioni e stazioni di rilevamento gestite da un’altra società cinese.
Il governo cinese ha in parte smentito e in parte evitato di commentare queste informazioni. La sua politica estera non prevede alleanze, se non quella di lungo corso con la Corea del Nord. Il governo cinese non ha né l’interesse né la volontà di farsi coinvolgere in una guerra costosa per difendere un altro paese e considera la stabilità un valore fondamentale per garantire la crescita del suo potere economico e della sua influenza politica.
Al di là della collaborazione militare, la Cina ha sia da perdere che da guadagnare da questa guerra, e molti interessi a non esporsi pubblicamente.

Un incontro fra il presidente iraniano Ebrahim Raisi e il quello cinese Xi Jinping, il 14 febbraio 2023 (Iranian Presidency Office via AP)
I suoi legami con l’Iran, soprattutto economici, sono noti da tempo. La Cina è il principale partner economico dell’Iran e acquista almeno l’80 per cento della produzione petrolifera iraniana (anche perché le sanzioni internazionali hanno limitato molto la lista dei possibili compratori).
Passa da Hormuz circa un terzo del petrolio che la Cina importa: il governo ha mostrato di poter gestire meglio di altri paesi le interruzioni temporanee delle forniture, grazie a grandi scorte e a fonti energetiche alternative, ma una chiusura prolungata dello stretto avrebbe effetti anche sull’economia cinese. L’atteggiamento cinese è stato quindi ambivalente: il ministro degli Esteri Wang Yi ha espresso sostegno al suo omologo iraniano Abbas Araghchi, ma ha anche ribadito che lo stretto deve essere riaperto e la «libertà di navigazione garantita».
L’aumento dei prezzi dell’energia e dei trasporti a livello mondiale rischia inoltre di limitare la domanda dei beni esportati dalla Cina, su cui si basa una parte importante della sua crescita economica.

Donald Trump e Xi Jinping a Busan, in Corea del Sud, il 30 ottobre 2025 (AP Photo/Mark Schiefelbein)
Allo stesso tempo la Cina ha relazioni con molti paesi del Golfo, tra cui partnership tecnologiche e commerci in campo energetico, che negli ultimi anni sono diventati più strategici e rilevanti che quelli con l’Iran. Inoltre il governo cinese può approfittare delle azioni militari degli Stati Uniti e delle tensioni fra Trump e gli alleati storici per presentarsi come un partner internazionale alternativo, pacifico e affidabile.
L’ufficiale neutralità serve anche alla Cina per mantenere rapporti non conflittuali con gli Stati Uniti: a maggio è in programma una visita di Trump a Pechino, che avrebbe dovuto tenersi a marzo ma è stata rinviata per la guerra. Nei colloqui i due discuteranno di questioni militari, tecnologiche e di rapporti commerciali, e quindi dei dazi, che al momento sono ancora alti e reciproci (seppur ridotti rispetto ai primi mesi del 2025).



