Cos’hanno fatto le altre nazionali di calcio europee per superare le crisi
Negli anni Francia, Spagna e Germania hanno cambiato lo sviluppo dei giovani calciatori, con modelli diversi a cui l'Italia potrebbe rifarsi
di Valerio Moggia

La mancata qualificazione dell’Italia ai Mondiali di calcio del 2026 ha suscitato un nuovo dibattito sulle riforme necessarie per rilanciare un sistema da tempo in difficoltà: l’ultima presenza della nazionale ai Mondiali risale ormai al 2014. Sono state fatte molte proposte, ed è anche stato rispolverato il fantomatico “dossier Baggio”, ma tutte hanno in comune un ripensamento profondo del calcio giovanile, anche se spesso si basano su idee generiche e proclami fumosi.
È un tema, questo, presente anche nella relazione resa pubblica di recente dalla FIGC, la Federazione calcistica italiana, firmata dal presidente dimissionario Gabriele Gravina, che ha sottolineato in particolare il problema del basso numero di calciatori italiani in Serie A, la prima divisione nazionale. Questa situazione è confermata anche da un’analisi pubblicata lo stesso giorno dal CIES, un centro internazionale di studi sportivi, dalla quale emerge che le squadre italiane sono tra le ultime per impiego di giocatori Under 21 (a prescindere dalla nazionalità) nei primi 50 campionati professionistici al mondo.
L’Italia non è il primo paese a confrontarsi con la necessità di riformare il proprio calcio a partire dall’individuazione e dalla formazione dei giocatori fin dalla giovane età. L’esempio più citato, anche in questi giorni, è quello della Francia, un paese che fino agli anni Novanta faticava a raggiungere risultati soddisfacenti, e che da allora si è invece imposto come una delle migliori nazionali a livello mondiale.
Le fortune calcistiche della Francia vengono fatte risalire alla fondazione del centro federale di Clairefontaine, vicino a Parigi, nel 1988. È una struttura focalizzata sullo sviluppo di calciatori tra i 13 e i 15 anni, che funziona come una vera e propria scuola d’élite. Ogni anno oltre un migliaio di ragazzi viene selezionato dagli osservatori di Clairefontaine, ma solo qualche centinaia viene invitata ai provini, da cui escono i 24 ammessi all’accademia. Qui trascorrono due anni a perfezionare aspetti come il controllo di palla e la conoscenza tattica, proseguendo al contempo i propri studi scolastici.
L’idea di ripensare il calcio francese era nata già all’inizio degli anni Settanta, dopo l’elezione di Fernand Sastre a capo della Federazione calcistica francese (FFF). Il suo piano prevedeva di concentrarsi di più sullo sviluppo tecnico dei giocatori e sulla formazione degli allenatori. Si è così arrivati a creare Clairefontaine, che era stato ispirato da due simili centri federali stranieri: quello inglese di Lilleshall, aperto nel 1984, e quello italiano di Coverciano, nato nel 1958. Da quest’ultimo i francesi hanno ripreso soprattutto l’idea di un luogo in cui studiare un sistema di gioco unificato e coerente (seppur diverso da quello italiano), plasmando il modo di giocare a calcio in tutta la Francia.

Un gruppo di giovani calciatrici a Clairefontaine nel 1998 (Julien Hekimian/Sygma/Corbis/Sygma via Getty Images)
I meriti di Clairefontaine vengono a volte un po’ esagerati. La nazionale francese che nel 1998 vinse il suo primo titolo mondiale aveva un solo giocatore formatosi nel centro, l’attaccante Thierry Henry, al quale due anni dopo, in occasione della vittoria degli Europei, si aggiunse Nicolas Anelka. Dopo il 2000, inoltre, la Francia ha vissuto una profonda crisi di risultati, e agli inizi del decennio successivo il sistema Clairefontaine fu oggetto di molte critiche, ritenuto anacronistico e viziato da criteri di selezione che privilegiavano le qualità fisiche e atletiche rispetto a quelle tecniche. L’esempio migliore di queste accuse è il libro del 2015 Pourquoi le foot français va dans le mur (Perché il calcio francese è destinato al disastro, inedito in Italia), scritto dal giornalista Daniel Riolo assieme Yacine Hamened, ex allenatore delle giovanili nella FFF, e Faouzi Djedou-Benabid, osservatore calcistico.
«In Francia, i centri di formazione sono focalizzati sui risultati» spiegava Hamened a Le Point, dicendo che i giovani calciatori francesi erano dotati soprattutto di velocità e forza invece che di «intelligenza di gioco e posizionamento». Si tratta di discorsi molto simili a quelli che si sentono oggi in Italia. Gli autori suggerivano di prendere a esempio i modelli di Germania e Spagna e lodavano la qualità di giocatori come il tedesco Thomas Müller, descritto da Hamened come «completo e intelligente, che comprende il gioco pur non essendo necessariamente un fenomeno a livello atletico». Non potevano sapere, però, che solo due anni prima si era diplomato a Clairefontaine Kylian Mbappé, oggi uno dei più forti giocatori al mondo e tra i protagonisti dei Mondiali vinti dalla Francia nel 2018 (e anche di quelli persi in finale nel 2022).
L’attenzione allo sviluppo tecnico è comunque un tratto ricorrente in tutti gli altri modelli vincenti, a cominciare da quello spagnolo. A partire dal 2008 la Spagna, un tempo squadra talentuosa ma inconcludente, è diventata uno dei paesi che formano il maggior numero di giocatori di qualità e vincono più titoli a livello di nazionali, anche giovanili. A differenza della Francia, però, qui un centro federale tipo Clairefontaine (la Ciudad del Fútbol di Las Rozas, vicino a Madrid) è nato solo nel 2003, e la formazione dei giovani è sempre stata demandata ai club.
Secondo Nathan Bliss, autore di un approfondimento sul modello del calcio giovanile spagnolo pubblicato nel 2018 su These Football Times, il valore che i club locali danno ai settori giovanili è legato a ragioni sia identitarie (per i club baschi, galiziani e catalani è importante avere tanti giocatori locali nelle proprie squadre) sia economiche (molti club non possono permettersi di spendere tanti soldi per acquistare giocatori già formati). L’esperienza dell’olandese Johan Cruijff come allenatore del Barcellona tra il 1988 e il 1996, e quella successiva di Pep Guardiola tra il 2008 e il 2012, imposero un sistema di gioco fondato sul controllo del pallone e dello spazio, che negli anni successivi è stato ripreso anche da altre società e da tutte le nazionali spagnole.
Questa organizzazione tattica moderna e coerente che a lungo era mancata alla Spagna fu raggiunta anche grazie all’istituzione della Ciudad del Fútbol, che però a differenza di Clairefontaine non è una sorta di collegio. I giocatori selezionati ogni anno si allenano a Las Rozas appena tre volte ogni mese, per un anno, perché la loro formazione rimane appannaggio dei club.

L’ultimo, eccezionale talento del calcio spagnolo: Lamine Yamal, qui in una partita giocata con la nazionale maggiore a soli 16 anni (David S.Bustamante/Soccrates/Getty Images)
Molto più rilevante è la formazione degli allenatori, sia di quelli che andranno nel calcio professionistico sia di quelli che si dedicheranno ai settori giovanili. Il programma spagnolo fa leva su due elementi: bassi costi d’iscrizione e molte ore di lezione. Per ottenere una Licenza UEFA A, la Federazione calcistica spagnola (RFEF) richiede 1.200 euro di tassa d’iscrizione e garantisce 750 ore di formazione. Al confronto, in Inghilterra quel patentino costa 3.400 euro per sole 250 ore di lezione, mentre in Italia il costo è di 2.500 euro per 192 ore. L’attuale allenatore della Spagna Luis de la Fuente, vincitore degli scorsi Europei, è arrivato in nazionale maggiore dopo una lunga carriera federale in cui prima ha allenato l’Under 18, l’Under 19 e l’Under 21.
In Italia ai costi elevati si aggiunge un secondo problema: quello dei posti limitati per i corsi, aggravato dalle graduatorie che danno priorità agli ex calciatori professionisti. «È comprensibile che esista un percorso diversificato per chi ha investito venti o venticinque anni della sua vita sul campo, togliendo tempo all’ampliamento di competenze diverse. Il problema è che questo diventi un argomento per creare una corsia preferenziale», spiega Dario Pergolizzi, allenatore in possesso di un patentino UEFA B e autore per Ultimo Uomo.
La formazione degli allenatori è stata un punto cruciale anche nella riforma del calcio tedesco avvenuta negli anni Duemila, dopo che si era iniziato a notare un calo della competitività della nazionale nel decennio precedente. «La Germania era diventata pigra, si era adagiata sui successi passati, convinta che la sua posizione al vertice fosse un dato di fatto indiscutibile», ha scritto in un suo articolo del 2017 per ESPN Raphael Honigstein, uno dei massimi esperti di calcio tedesco e autore del libro del 2015 Das Reboot: How German Football Reinvented Itself and Conquered the World (Il reboot: come il calcio tedesco si è reinventato e ha conquistato il mondo, inedito in Italia).
La Germania ha ampliato la propria rete di scouting giovanile, ha migliorato i criteri di selezione e allenamento dei giovani calciatori e, grazie all’apporto degli allenatori Jürgen Klinsmann e Joachim Löw, ha cambiato il proprio sistema di gioco da difensivista e fisico a più offensivo e tecnico. Ma soprattutto è diventato il paese che forma il maggior numero di allenatori in Europa: un approfondimento del 2013 pubblicato dal Guardian segnalava che la Federazione calcistica tedesca (DFB) aveva prodotto 28.400 tecnici con licenza UEFA B, 5.500 con UEFA A, e 1.070 con UEFA Pro, il livello di formazione più alto in Europa.

Joachim Löw, allenatore della Germania dal 2006 al 2021 e vincitore dei Mondiali del 2014, e Jürgen Klinsmann, a cui Löw fece da vice tra il 2004 e il 2006 (Lars Baron/Bongarts/Getty Images)
Il modello tedesco, però, presenta alcune differenze rispetto a quelli di Francia e Spagna. Per esempio, mentre altrove si parla molto di togliere importanza al risultato, in Germania fin dall’Under 12 le squadre partecipano a campionati in cui c’è un titolo in palio e in cui si può retrocedere di categoria. Stuart James, autore dell’articolo del Guardian citato poco sopra, lo sottolineava come una differenza positiva rispetto a quanto avviene in Inghilterra, dove ci si focalizza sulla prestazione invece che sui risultati, non abituando i giocatori a lottare per vincere (ma su questo ci sono scuole di pensiero diverse).
Proprio la Football Association inglese all’inizio dello scorso decennio aveva avviato un progetto di riforma del calcio locale, focalizzato sullo sviluppo della creatività dei giovani giocatori, seguendo gli esempi di Spagna, Francia e Germania. Nel 2011 venne creato l’Elite Player Performance Plan, coordinato dall’ex calciatore Gareth Southgate, poi per anni allenatore della nazionale. Un anno dopo fu istituito il nuovo centro tecnico federale a St. George’s Park, nello Staffordshire, ispirato a Clairefontaine.
Queste indicazioni sono in realtà un fatto assodato nel calcio internazionale, anche in Italia. Da quello che viene spesso riportato, erano già presenti nel “dossier Baggio” del 2011, ma sono anche al centro del progetto Radici Azzurre presentato dalla FIGC lo scorso 18 marzo (quindi, pochi giorni prima della sconfitta contro la Bosnia Erzegovina) e coordinato da Maurizio Viscidi, che dal 2010 lavora nel calcio giovanile a livello federale.
Tuttavia lo studio dei modelli di successo all’estero dimostra che non esiste una strada unica e sicura per riformare un sistema calcistico nazionale. In Belgio, per esempio, non sono affatto convinti del bisogno di mettere del tutto da parte la tattica tra i giovani, come ha spiegato nel 2025 a The Athletic uno degli ideatori di questa riforma, Bob Browaeys. Pur valorizzando molto il controllo di palla, il modello belga punta anche su un graduale apprendimento tattico a partire dai 10 anni, che avviene su campi ristretti con squadre in numero ridotto.
Sebbene non abbia vinto nessun trofeo, il Belgio è riuscito a diventare molto competitivo a livello di nazionale, a dispetto di fondi limitati e di una popolazione di poco superiore a quella della Lombardia. Nel giro di meno di un decennio è passato dal 71° posto del ranking FIFA (la classifica per rendimento delle squadre nazionali) al primo.

Kevin De Bruyne, Eden Hazard e Romelu Lukaku, tre dei migliori calciatori belgi degli ultimi 10 anni, ai Mondiali del 2018, in cui il Belgio arrivò terzo (Gokhan Balci/Anadolu Agency/Getty Images)
«La ricerca del risultato dev’essere parte del percorso pedagogico, almeno da una certa età in poi: è necessaria, se si vogliono formare dei professionisti», conferma Francesco Federico Pagani, osservatore calcistico sia a livello di giovanili che di prima squadra. Secondo Pagani, in Italia non c’è tanto una carenza di tecnica, quanto di creatività: «La tecnica non è un fattore a sé stante, non si può cercare di meccanizzare un gesto che dovrebbe essere naturale e creativo». È della stessa idea anche Pergolizzi, l’allenatore e autore per Ultimo Uomo, secondo cui il concetto di tecnica nel calcio è spesso frainteso come «riproduzione meccanica di pattern motori, anziché capacità adattiva di risoluzione dei problemi».
L’aspetto più complicato è comprendere quali siano i metodi migliori per allenare i ragazzi a sviluppare la propria creatività. Inoltre, ogni modello di successo ha dei limiti: la Germania continua a produrre calciatori di talento, ma dopo la vittoria del Mondiale del 2014 la nazionale è andata peggio del previsto. A livello giovanile resta dominante (campione d’Europa Under 17 nel 2023; semifinalista dell’Europeo Under 19 nel 2025; quattro finali continentali Under 21 dal 2017 a oggi, con due titoli vinti), ma questi risultati non sono emulati dalla nazionale maggiore.
Un discorso simile può essere fatto anche per l’Inghilterra, vincitrice degli ultimi due Europei Under 21, o per l’Italia, che negli ultimi tre anni ha vinto un Europeo Under 19, uno Under 17, e ha fatto una finale del Mondiale Under 20. «Occorre sfatare la narrazione per cui vincere con le giovanili significhi avere grandi giocatori: noi italiani, per esempio, siamo bravi a mettere in campo buoni collettivi» spiega Pagani.
La dispersione del talento, infatti, non è un fenomeno solo italiano: basta pensare che, tra i vincitori del titolo di miglior giocatore delle ultime dieci edizioni dei Mondiali Under 20, solamente tre si sono poi confermati ad alti livelli come professionisti (Leo Messi, Sergio Agüero e Paul Pogba). La maggior parte di questi calciatori considerati promettenti, infatti, non ha poi avuto una carriera calcistica di primo piano.



