Ma quindi, come si cambia questo calcio italiano?
Si parla di riforme: una rassegna di quelle fatte, quelle scartate e quelle proposte

Il calcio italiano è in crisi, almeno in alcuni ambiti, e di certo è messo peggio rispetto ad altri paesi europei e rispetto a com’era messo trent’anni fa. La Nazionale maschile non andrà ai Mondiali per la terza volta consecutiva e in due giorni si sono dimessi il presidente della Federcalcio, il capo delegazione e l’allenatore della Nazionale.
Come sempre in questi casi, non solo nel calcio, c’è chi parla di riforme, le chiede e le propone. Negli ultimi anni qualche tentativo c’era stato: alcune riforme sono state fatte in conseguenza della pandemia da coronavirus; altre sono fallite per le divisioni interne alla FIGC, la Federcalcio, che dal 2018 fino all’altro ieri era presieduta da Gabriele Gravina. Il calcio italiano, infatti, non è un monolite, un’entità unica, ma riunisce interessi molto diversi tra loro: quelli di allenatori e giocatori, quelli della Serie A e del calcio dilettantistico, delle squadre di club e della Nazionale maggiore.
Le riforme finora più impattanti sono arrivate soprattutto nel calcio femminile. Nel 2022 la FIGC rese la Serie A Women una lega professionistica e in questa stagione ha aumentato le squadre da 10 a 12. Le squadre inglesi, spagnole e francesi sono ancora nettamente superiori, ma la Nazionale e il campionato femminile stanno migliorando.

Le calciatrici dell’Italia femminile alla semifinale degli Europei 2025, 22 luglio 2025 (Manuel Winterberger/Eurasia Sport Images/Getty Images)
Ci sono state anche riforme più sistemiche, che però non hanno migliorato granché la situazione. Durante gli otto anni di presidenza Gravina, la FIGC ha riformato soprattutto la giustizia sportiva e ha introdotto un nuovo sistema per le licenze nazionali, ovvero le norme che le società devono rispettare per iscriversi ai campionati. Questo sistema prevede una serie di obblighi relativi al pagamento degli stipendi, dei debiti e delle tasse per spingere i club a controllare le proprie spese e avere di conseguenza bilanci più “sani”.
Di recente è stato anche imposto un tetto salariale alle squadre che retrocedono in Serie B, per fare in modo che i costi non eccedano troppo i ricavi quando scendono di categoria.
Non sono norme che scaldano i cuori, e nemmeno che si fanno granché notare, ma erano necessarie visto il grave indebitamento generale del calcio italiano.
Ancora oggi, però, rimangono numerosi problemi. Le squadre che retrocedono in Serie C, la terza serie del calcio italiano, si trovano ancora in una condizione molto delicata, perché il calo dei ricavi è notevole, mentre quelle promosse dalla Serie D spesso rinunciano a iscriversi al campionato di Serie C per i costi eccessivi. Proprio in Serie C, l’ultima lega professionistica del sistema calcistico italiano, sono frequenti i fallimenti.

Tifosi del Brescia Calcio, 5 aprile 2025 (Image Photo Agency/Getty Images)
Insomma, uno dei principali problemi del cosiddetto “sistema calcio” è la sua scarsa sostenibilità economica. Gravina e la FIGC avevano proposto altre riforme per migliorare la situazione, ma le leghe non sono mai riuscite a trovare un accordo.
La FIGC, però, era riuscita a far confluire parte di queste proposte in una risoluzione per la riforma del calcio italiano, presentata da Fratelli d’Italia, il principale partito al governo, e approvata nel marzo 2025 dalla commissione Cultura del Senato (che si occupa anche di sport). Prevedeva sgravi fiscali per gli investimenti nelle strutture sportive giovanili e dilettantistiche, incentivi alla cessione degli impianti pubblici ai privati e, soprattutto, la rimozione del divieto di pubblicità delle scommesse nel calcio e la creazione di un fondo finanziato anche dai proventi delle scommesse. A un anno di distanza, però, questa risoluzione non ha portato a nulla.
Non si è nemmeno concretizzata l’altra grande riforma proposta in questi anni dalla FIGC, cioè la riduzione del numero di squadre nelle tre principali leghe professionistiche. È anche una delle idee che si sono sentite di più dopo l’eliminazione dell’Italia agli spareggi. Il presidente del Napoli Aurelio De Laurentiis ne ha sintetizzato così i presunti vantaggi: «Sedici squadre in Serie A, meno partite, più tempo per allenare la Nazionale». Secondo i sostenitori della riforma, un calendario meno fitto permetterebbe ai club italiani di essere più competitivi anche nelle gare europee.
Ma diminuire il numero di partite potrebbe ridurre eccessivamente gli introiti ottenuti dalla vendita dei diritti televisivi, che è la fonte di reddito più rilevante per le società. E i presidenti di Serie A non vedono la Nazionale come una risorsa.

L’ex allenatore della Nazionale maschile Gennaro Gattuso, 31 marzo 2026 (Image Photo Agency/Getty Images)
Un’altra idea di cui si sente parlare è quella di diminuire le retrocessioni e le promozioni a tutti i livelli, per ridurre le conseguenze impattanti che spesso un passaggio di categoria comporta. Sprint e Sport ha scritto che l’obiettivo qui sarebbe «mettere fine, per gradi, a ripescaggi e riammissioni, considerati fattori di instabilità competitiva e finanziaria». È un’altra delle proposte che la FIGC aveva avanzato negli scorsi anni.
C’è poi il tema della qualità tecnica del gioco e dei calciatori italiani, una questione di cui in Italia si parla da anni ed è spesso collegata alla cattiva gestione dei giocatori più giovani. In questo contesto, la riforma più rilevante e impattante introdotta dalla FIGC riguarda le seconde squadre. Da qualche anno le squadre di Serie A hanno anche delle seconde squadre che giocano in Serie C o in Serie D. Sono una sorta di loro versione giovanile, e in qualche caso funzionano: il 21enne Marco Palestra, una delle più grandi rivelazioni di questa stagione di Serie A, viene dall’Atalanta Under 23.
In Serie A, però, Palestra gioca in prestito nel Cagliari, una squadra che lotta per non retrocedere. E fa lo stesso un altro attaccante giovane e promettente, il 18enne Francesco Camarda, che dopo aver esordito nel Milan è stato mandato in prestito nel Lecce, dove nemmeno gioca tantissimo. Le seconde squadre, quindi, ci sono, ma sembra che le relative prime squadre ancora non sappiano davvero bene che farsene.
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C’è chi crede che il problema stia alla base. Per il telecronista di Sky Fabio Caressa, per esempio, bisognerebbe distinguere meglio le carriere degli educatori (cioè di coloro che si occupano dei bambini) e degli allenatori, pagando e formando meglio i primi.
Tre minuti di Fabio Caressa che presenta molte altre riforme che, secondo lui, andrebbero fatte per migliorare il calcio italiano
L’ex calciatore Gaetano D’Agostino ha fatto proposte ancora più precise: secondo lui i campionati giovanili devono essere definiti in base al merito e non alla zona geografica, e i bambini devono giocare di più, perché «quelli dagli 8 ai 12 anni giocano in media due ore al mese». Secondo D’Agostino, i bambini devono anche fare almeno «100 ore di tecnica individuale» all’anno.
È un’idea diffusa, per certi versi quasi antica, e la stessa FIGC di Gravina ha varato da poco una centralizzazione e coordinazione della formazione calcistica nazionale dei bambini dai 5 ai 12 anni, per dare a tutte le squadre e a tutti gli allenatori delle linee guida da seguire (come mettere l’accento sull’aspetto tecnico più che su quello tattico).
Il progetto però è ancora poco chiaro e i risultati concreti si vedranno solo tra anni. Per questo motivo si tende a puntare su interventi più immediati, come incentivi per far giocare di più gli italiani Under 23. A novembre la FIGC aveva già provato a ridurre il loro impatto sui bilanci delle squadre, ma con pochi risultati.
Si parla anche di seguire il modello spagnolo, che si basa sull’organizzazione di tornei giovanili di altissimo livello molto presto, ha molte più seconde squadre e club che puntano molto sui loro settori giovanili e fanno contratti più lunghi ai calciatori. O il modello francese, che si concentra su accademie d’élite come quella di Clairefontaine, vicino a Parigi, dove vitto e alloggio sono pagati. In Italia è un tema, dato che si parla spesso di quanto il calcio sia più costoso e meno accessibile di prima.
Ma in realtà si parla di tutto: dal modello straniero (come quello spagnolo) in cui il livello è subito molto alto e competitivo al modello straniero (per esempio quello norvegese) in cui al contrario si evita per anni di focalizzarsi sui risultati.
In questi giorni si è discusso inoltre della necessità di aumentare la presenza di italiani in Serie A, ma questa soluzione appare meno efficace. In Premier League, il campionato inglese spesso citato come un modello, giocano pochi calciatori inglesi, eppure la nazionale continua comunque a ottenere buoni risultati.
Sarebbe più utile cercare di alzare il livello medio della Serie A, dove non ci sono squadre con lo stesso livello di ricchezza e possibilità di investimento delle migliori d’Europa. Rendere il campionato più competitivo e interessante significherebbe anche attrarre più sponsor e aumentare il valore dei diritti televisivi.
Va sottolineato, però, che il potere della Serie A all’interno del “sistema calcio” italiano è piuttosto limitato. Pur essendo il campionato più redditizio, rappresentativo e importante, la Serie A ha un peso relativo quando si tratta di votare e decidere. Nel Consiglio Federale della FIGC – che comprende anche Serie B, Serie C, Lega Nazionale Dilettanti e associazioni di calciatori e allenatori – i voti della Serie A pesano solo per il 18 per cento, mentre quelli dei dilettanti arrivano al 34 per cento. La situazione è molto diversa nel calcio inglese, per esempio, dove la Premier League è molto più autonoma.

L’amministratore delegato della Serie A Luigi De Siervo (Pier Marco Tacca/Getty Images)
Un tema considerato prioritario da molti commentatori riguarda infine gli stadi. In Italia sono spesso vecchi e producono pochi ricavi, soprattutto perché pochi club ne sono proprietari.
Qui la FIGC ha un ruolo limitato: il problema principale è politico, legato a una burocrazia complessa e ai tempi lunghi. Alla fine del 2024 era stato presentato in parlamento un disegno di legge per semplificare le procedure per la costruzione di nuovi impianti, ma non se n’è fatto ancora nulla.
Quello degli stadi è un tema piuttosto urgente anche perché l’Italia ne ha bisogno, dato che ospiterà gli Europei maschili nel 2032 insieme alla Turchia. Aleksander Čeferin, il presidente della UEFA, ha detto: «Spero che le infrastrutture saranno pronte. Altrimenti, il torneo non si giocherà in Italia». Un Europeo saltato sarebbe un grosso fallimento, e un’occasione economica persa.
Comunque, ancora prima di accordarsi su una riforma, o di poter pensare agli Europei del 2028, ai Mondiali del 2030 e all’organizzazione degli Europei del 2032, le varie leghe e associazioni dovranno accordarsi su un nuovo presidente della Federcalcio; e quindi su una linea da seguire, in termini politici e di riforme. L’elezione sarà il prossimo 22 giugno, mentre 48 altri paesi del mondo staranno giocando i Mondiali, senza l’Italia.
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